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Giuliano-Ferrara

L’uomo della provvidenza è una nostra vecchia fissazione. Silvio Berlusconi fu a suo modo quello che riscattava un’Italia consociativa umiliata da una strisciante guerra civile intorno alla corruzione dei partiti, alle collusioni mafiose, al nuovo e temerario potere dei magistrati d’assalto. Parola chiave: libertà. Mario Monti riscatta un sistema politico bipolare mai compiuto, mai riorganizzato, e una lunga simulazione di guerra civile intorno al populismo del suo venerato predecessore, con effetti di disarmo o di impotenza di fronte all’emergenza da debito pubblico e da stagnazione economica. Parola chiave: sobrietà. Continua

Non c’è niente di speciale nel fatto che al governatorato del Vaticano o allo Ior si litighi sui quattrini, figuriamoci. Niente di speciale nella redazione di un documento anonimo maligno e pettegolo sulla salute del Papa, in cui a un prelato importante in viaggio in Cina vengono attribuiti pensieri obliqui sulla successione e le lotte con la segreteria di Stato vaticana, ci mancherebbe. La Chiesa carnale conosce queste cose da sempre e in sé non fanno scandalo oltre la misura della normale pasticcioneria, alimentata da rivalità accese di carriera e di potere. Fa enorme scandalo, invece, che questa roba finisca ai giornali, alle tv, e ancora di più che cada in una Chiesa stagnante, in una Curia di nuovo al centro delle dicerie. Lo spirito malmostoso, l’inquietudine sul futuro del Papa, la voce ripetuta anche da vescovi emeriti delle sue imminenti dimissioni, lo spirito stesso di dimissione: questo sì che è terribile per la Chiesa cattolica. Continua

Il gelo è una cosa seria. Problemi di organizzazione importanti, urgenti: trasporti, energia, mobilità urbana, scuole, emarginati e senza tetto. Anche il cibo e l’igiene alimentare sono una cosa seria, ci riguardano. Come le malattie, le aspettative di vita, la cosiddetta protezione nei rapporti sessuali definiti «a rischio» e mille altre faccende di vita quotidiana. Prendere precauzioni non è sbagliato in sé, questo è ovvio. Perché mai dovremmo comportarci in modo imprudente in un mondo complicato e per niente immune da pericoli universalmente percepiti? Poi c’è «il principio di precauzione», che è altra cosa. Continua
L’unità nazionale è il tema segreto dei partiti. Silvio Berlusconi si sente un po’ tradito da Umberto Bossi e dai leghisti, che fanno gli affari loro. Si sente preso in giro da Pier Ferdinando Casini, che si fa gli affari suoi. E per contraccambiare, sembrerebbe talvolta pensare che la cosa migliore è farsi anche lui gli affari suoi, dopo avere speso le dimissioni e l’appoggio al governo Monti nel conto della responsabilità istituzionale di fronte all’emergenza. Tradotto in politichese: e se i due capi dei partiti più grandi si vedessero e concordassero un percorso riformatore, come si dice, virtuoso? Continua

Un’esplosione di arcaismo sociale. Modelli militanti greci e cileni. Il Sud e la Sicilia piattaforme di avanguardia, con l’inevitabile accusa di infiltrazioni mafiose. Poi il contagio a singhiozzo. Nuovi problemi per lo smaltimento dei rifiuti a Napoli. La chiusura delle fabbriche manifatturiere Fiat. La mancanza di scorte sufficienti. La minaccia per il pane, il latte, le medicine: rifornimenti in pericolo. L’agroalimentare minacciato nei suoi generi deperibili destinati al macero. I trasporti su gomma, tir e tutto il resto sono la rete in carne e ossa, la mobilità fisica, il ganglio decisivo di funzionamento del sistema distributivo universale. E sono anche la prova generale del malumore sociale, della reazione insurrezionista alle prospettive più nere della crisi, che nella rete virtuale si vedono poco, molto in quella asfaltata. Continua

Nelle stesse ore di un giorno di crisi finanziaria Mario Monti diceva al Financial Times che Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e lui hanno deciso di osservare sulla Banca centrale europea e sulle sue eventuali politiche di salvezza dell’euro dal naufragio nel debito un «silenzio simmetrico»; Sarkozy, nel frattempo, registrava il trauma del declassamento francese da parte di Standard & Poor’s annullando il vertice a tre già programmato, e imminente, per ragioni di immagine elettorale; e il cancelliere tedesco rompeva il silenzio simmetrico ribadendo che era esclusa la possibilità di un intervento dei governi in favore della banca di Francoforte come «lender of last resort» o prestatore di ultima istanza. Continua

Il caso Malinconico non mi consola. Lo stile di Mario Monti è stato sfregiato, con la compiacenza di Fabio Fazio, da quella bruttura di cui nel salottino della vaghezza preconfezionata non si è parlato per convenienza, per falso pudore, per opportunismo. Lo ha rilevato inappuntabile Francesco Merlo in un nuovo capitoletto, quello tecnico, della sua saga dell’onestà. Lo hanno anticipato con durezza adamantina il mentore del Fatto, Marco Travaglio, e il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, chiedendo le dimissioni del reprobo. Anche il grand commis de l’etat veniva mantenuto nel weekend, come il ministro di formazione democristiana e di benevolenza berlusconiana che si ritrovò pagata la casa, «a sua insaputa». Un tocco di estrema platealità da commedia leggera, che fa ridere e piangere. Continua

Lo stile del governo italiano e il contesto politico e parlamentare in cui opera sono da un mese completamente rovesciati, e in modo spettacolare. A Silvio Berlusconi non se ne perdonava una, nemmeno un sorriso, a Mario Monti si perdonerebbe tutto, e a Elsa Fornero perfino le lacrime. La maggioranza del Cav era diventata fragile e litigiosa, vistosa e chiassosa, quella di Monti è ingombrante, invasiva, onnipresente ma segreta, pudica, vergognosa di sé e delle circostanze di emergenza che l’hanno incollata insieme. Berlusconi incontrava un’opposizione assolutista, eticizzante, e un circuito mediatico-giudiziario che la nutriva di grandi archetipi morali anti Caimano, e tutta la cultura che fa opinione era sulle barricate (spesso sovvenzionate dallo Stato); Monti invece non ha un’opposizione febbrile e distruttiva, se non mettiamo nel conto minoranze sociali, parlamentari ed extraparlamentari, in generico movimento ma per adesso schiacciate dall’autorevolezza del governo «in stato di eccezione», e dalla necessità per i grandi partiti di riconsiderare il sistema che non produsse né un vero governo di centrodestra né un progetto alternativo di centrosinistra, altro che lotta contro il governo dello spread. Infine, dove al Cav sono mancati imprenditori e cancellerie internazionali, banche, industria e grandi lobby europee e americane sono compatte, schierate con il governo tecnico. Continua

Come andrà a finire la storia dell’euro è un enigma. Ma come è cominciata? Le radici di quella moneta sono due, tecnocratica l’una e per così dire umanistica l’altra. Per molti europeisti, gente convinta che la prima metà del Novecento sia stata un incubo da non rivivere, la moneta comune europea era ed è una bandiera di civiltà liberale e di pace, il vero garante della fine delle ostilità franco-tedesche e delle grandi guerre continentali. Continua

Non ce l’ho con Giorgio Napolitano, il presidente della Repubblica che ha scelto di mandare in Parlamento un tecnico invece di chiamare gli italiani al voto. Ce l’ho con chi subisce, a destra e a sinistra, questa soluzione, e specialmente con la pletora d’intellettuali inutili, fatte salve le coraggiose eccezioni che si contano sulle dita di una mano, incapaci di ragionare sul destino di questo Paese con indipendenza intellettuale e libertà di tono. E vi spiego perché. Continua