
David Cameron (EPA/ANDY RAIN)
Nella tradizione britannica, il primo ministro ha sostanzialmente il diritto di sciogliere il parlamento e chiamare gli elettori alle urne nel momento che più gli conviene. Continua
- Lunedì 1 Febbraio 2010
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Gordon-Brown

David Cameron (EPA/ANDY RAIN)
Fuori Porta
Perché Silvio Berlusconi è più popolare dei suoi principali colleghi europei? L’ultimo numero dell’Economist rileva con molta perplessità che Nicolas Sarkozy nei sondaggi è sotto i sindacati (in genere poco popolari) sebbene i numeri della crisi francese siano migliori, per esempio, di quelli tedeschi. Gordon Brown e Angela Merkel non stanno messi benissimo. Il Cavaliere invece cresce. Più disgrazie gli cadono addosso, più cresce. Possiamo discutere sui numeri dell’indice di gradimento, non sulla sostanza. E la sostanza ci dice che la popolarità di Berlusconi, già alta al momento della vittoria elettorale di un anno fa, è cresciuta con i rifiuti di Napoli, poi con la crisi economica più grave da 80 anni, infine col terremoto dell’Aquila.
Per capire il fenomeno, vale la pena di sfogliare un quotidiano comunista, Il Manifesto. Spiega Ida Dominijanni (14 aprile): “Il terremoto… è stata l’apoteosi della vocazione antipolitica di Berlusconi, del suo antico presentarsi come un politico per caso, in prestito al Palazzo, ma cresciuto fuori del Palazzo, e come un premier per necessità, che per vocazione resta un imprenditore che s’è fatto da solo, che a ciascuno dice di farsi da solo, o nella fattispecie di rifarsi, anche sotto una tenda”.
L’allusione al rifarsi è motivata dal racconto poche righe prima della dentiera fatta avere a tempo di record a una signora che l’aveva persa tra le macerie della propria casa e all’impegno di altre due anziane sfollate di andare dal parrucchiere in cambio di due tailleur nuovi. Come dire: basta un modesto gesto d’attenzione per conquistare una persona per sempre e garantirsi un clamoroso effetto moltiplicatore. “Che può fare una sinistra più agonizzante che malconcia dinanzi a un populismo così spontaneo e naturale?” si chiede Il Manifesto. “Intanto non snobbare il problema, non liquidare il populismo come un sottoprodotto politico necessariamente di destra”. E quant’altro.
Piaccia o non piaccia, Berlusconi è l’uomo del fare. Sbuffa contro le lentezze di un sistema bicamerale perfetto e si rifugia nei decreti legge. Lamenta gli estenuanti dibattiti parlamentari (la democrazia esige le sue piccole noie) e propone di far votare solo i capigruppo. Si sente imbrigliato nei vincoli costituzionali che il presidente della Repubblica (e ora anche quello della Camera) gli ricordano ogni momento e deve abbozzare. Ma appena arriva un’emergenza rinasce. Perché rinasce?
Perché emergenza chiama commissario e il commissario agisce per le vie brevi, saltando le procedure. Guido Bertolaso e Gianni Letta si ammazzano di lavoro, l’uno sul campo, l’altro nelle retrovie di Palazzo Chigi. Ma il commissario ideologico è il Cavaliere. È lui che sfida il destino dicendo che già nel primo autunno, quando a L’Aquila comincia il gran freddo, gli sfollati dormiranno in una casa vera. Come farà, non sappiamo. Ma l’ha promesso e c’è il rischio che ce la faccia.
Quando va a L’Aquila, Berlusconi si siede con gli uomini della Protezione civile e guarda carte, rilievi, progetti. Sa che tra lui e le nuove case non c’è alcun ostacolo se non il tempo. Niente doppie letture parlamentari in commissione e in aula, niente conferenze di servizi, niente rallentamenti burocratici, niente fondi virtuali.
La vita non può scorrere sempre così, Berlusconi ha dimostrato di saperci fare anche con la crisi (il suo consenso non è sceso nemmeno lì). Ma dategli una vecchietta senza denti e un quartiere da ricostruire senza intoppi e lui trionferà.
La sinistra più intelligente l’ha capito e si chiede se anche la politica italiana nel suo complesso non uscirà cambiata dal terremoto dell’Aquila.

L’europeo
Come ogni grande crisi, dal crac del 1929 agli choc petroliferi degli anni Settanta, anche quella dei mutui e del credito avrà una lunga serie di ricadute. Accadrà ciò che accade su scala più piccola quando un’azienda fallisce. Al dramma di alcune persone (gli azionisti, i proprietari delle obbligazioni, i dipendenti e le loro famiglie) corrisponde spesso la fortuna dei concorrenti e di coloro che compreranno a prezzi stracciati i beni del “defunto”. Faremo i conti a suo tempo, quando sarà più facile comprendere quali paesi siano stati danneggiati dalla crisi e quali ne abbiano tratto vantaggi. Già ora, tuttavia, è possibile constatare che è cambiata la geografia dei rapporti fra maggioranza e opposizione all’interno dei principali paesi dell’Unione europea.
Il caso più evidente è quello della Gran Bretagna. Per ragioni in buona parte psicologiche, quindi irrazionali, il Primo ministro Gordon Brown sembrava destinato a una inesorabile sconfitta elettorale. È stato salvato dal fallimento di Lehman Brothers e dal crollo delle Borse mondiali. Mentre il segretario del Tesoro americano si arrabattava con il Congresso per creare un piano di salvataggio che non ha convinto, in ultima analisi, i mercati finanziari, Brown ha riscoperto nel patrimonio genetico del partito laburista la formula delle nazionalizzazioni ed è diventato improvvisamente il capofila della cordata dei salvatori. Al suo avversario David Cameron, leader dei conservatori, non è rimasta altra possibilità fuor che quella di sostenere, in nome del bene comune, lo sforzo del governo: una posizione commendevole, ma politicamente poco redditizia.
Qualcosa del genere è accaduto in Spagna, dove José Maria Zapatero sembrava azzoppato dalla crisi dell’edilizia. Il premier socialista non ha avuto una parte significativa nelle vicende delle ultime settimane, ma la crisi importata dagli Stati Uniti ha avuto l’effetto di oscurare le sue responsabilità e ha spuntato le armi dell’opposizione.
La situazione di Nicolas Sarkoky è alquanto diversa. Dopo la crisi georgiana di agosto, il presidente francese aveva già dimostrato di sapere bene usare per sé e per l’Europa le risorse della presidenza europea. Ma la crisi finanziaria gli ha permesso di darne un’altra dimostrazione. Non sappiamo se riuscirà a conquistare, con l’aiuto dell’Italia, una nuova Bretton Woods (dal nome della località dove furono stipulati, sotto l’influenza degli Stati Uniti, gli accordi economico-finanziari del 1944), ma il suo dinamismo ha reso ancora più insignificante il balbettio dell’opposizione socialista. Silvio Berlusconi è, per certi aspetti, in una situazione analoga. Non è facile per il Partito democratico attribuire al governo le responsabilità di una congiuntura che ha le sue origini altrove e da cui l’Italia, per ora, è stata soltanto sfiorata.
In Germania il governo non esce bene dalla crisi. Il cancelliere ha respinto il principio della responsabilità collettiva e ha creduto che il paese sarebbe riuscito a risolvere da solo i problemi delle sue banche. Lo scacco subito nel caso di Hypo Real Estate ha dimostrato che la sua strategia era sbagliata. Ma anche nella Repubblica federale, in ultima analisi, la crisi giova al governo e nuoce all’opposizione. È una considerazione che vale generalmente per quasi tutti i governi dell’Ue. Se la principale responsabilità è dell’America e se l’Europa, complessivamente, si è dimostrata all’altezza della situazione, perché mai gli elettori dovrebbero desiderare, oggi, governi diversi?
Quello che è successo al premier inglese Gordon Brown è pazzesco e dimostra che ormai in politica sapersi vendere al pubblico non è la cosa più importante, è tutto. Una volta esistevano anche i carismi freddi, ora solo le leadership calde. È il nuovo «tutto» del gioco del potere. Cari politici italiani stretti dalla morsa leggera di Walter Veltroni e Silvio Berlusconi, e nel loro caleidoscopio di colori e immagini, sappiatelo: no personalità, no party.
Ricapitoliamo. Gordon Brown non è un grigio burocrate laburista. È all’origine, con Tony Blair, della grande rivoluzione del New labour. Insieme, 15 anni fa, decisero che bisognava tagliare la barba al profeta Marx e ai suoi epigoni, che si doveva conquistare il potere saldamente in mano ai conservatori di Margaret Thatcher e di John Major reinventando una strategia generale, un’identità socialista di tipo liberale (felice ossimoro) e un modo di essere e presentarsi ai britannici, agli europei, al mondo.
Sempre insieme, Blair e Brown congiurarono contro la vecchia guardia, uccisero politicamente gli avversari old fashion, presero il potere nel partito e poi nel paese, che hanno governato, sempre insieme, per 10 anni, battendo ogni record di longevità e di vitalità, assimilando l’eredità della Iron lady e aggiornandola, facendo della Gran Bretagna un paese sempre più cool e gagliardo in ogni aspetto della sua vita civile e sociale.
La funzione di Brown è stata decisiva. Era, accanto a Blair, l’uomo delle sicurezze, dei soldi, dei bilanci, dell’ordine riformatore, quello che sapeva ciò che diceva quando si parlava di budget, un leader parlamentare fenomenale, capace di incantare la classe dirigente con disinvoltura e competenza. Ma sempre e solo all’ombra della rutilante personalità politica di Tony, del suo inimitabile fascino personale. Poi la catastrofe.
No personalità, no consenso. Brown è protagonista della tormentata staffetta, prende il posto del suo gemello politico, e cerca di imporre il suo stile. Uno stile composto, da faticone, con un’ombra di malinconia decisionista in ogni sua espressione pubblica. Pensa di potercela fare, forse Blair aveva esagerato in spregiudicatezza, forse gli inglesi vogliono la famosa «serietà al governo», e io gliela posso dare (così ha pensato Brown, in un primo momento confortato dai sondaggi).
Invece, patapùmfete. Nel giro di qualche settimana o mese il premier Buster Keaton, succeduto allo spirito chaplinesque del giovane socio bello e fico, ha cominciato a registrare una rovinosa caduta nei sondaggi. Non passa. Non buca lo schermo, non buca il rapporto diretto con i cittadini, e alla fine semina sfiducia. La competenza? La solidità politica? I risultati? Il curriculum? I cittadini di Sua maestà hanno l’aria di non sapere che farsene. E Gordon Brown entra in quella zona di crisi che in genere prelude addirittura a un cambio di cavallo in corsa, se il New labour vorrà vincere le elezioni contro i conservatori di David Cameron, che nel frattempo si sono astutamente blairizzati.
Fatte le debite proporzioni, era successo qualcosa di simile anche a Massimo D’Alema, il nostro Gordon Brown. Primo premier postcomunista, aureolato del titolo di politico più intelligente d’Italia, le cose gli sono andate male, ed è rimasto vittima della propria freddezza e osticità. Invece alla lunga un Veltroni, più generico ma più abbordabile e fantasioso, ha dato lui il via alla storia del Partito democratico, ha raccolto il consenso necessario e si appresta, con chissà quali risultati ma una partenza brillante, a vivere un’avventura politica che riguarda tutti. Non parliamo poi di Berlusconi, che può fare anche sette errori di politica professionale al giorno, ma alla fine i voti ce li ha lui e se li tiene. Buchi? Bene. Non buchi? Finisci all’inferno o, al massimo, in purgatorio.

Senso Vietato di Enzo Bettiza
Il vertice di Annapolis sulla Palestina, conferenza spettacolare (sotto il patrocinio di Washington vi hanno partecipato l’israeliano Ehud Olmert, il palestinese Abu Mazen, la Lega araba, altri paesi islamici, gli stati del G8 e perfino il Vaticano), ha rappresentato un primo tentativo internazionale di cercare una soluzione all’annoso conflitto dopo il fallimento di Camp David nel 2000. S’è trattato di una sovraffollata riunione preparatoria, una sorta di censimento globale delle questioni irrisolte tra israeliani e palestinesi. Il tutto potrebbe sfociare in una seconda conferenza, più ristretta, con i due contendenti sospinti dall’arbitro americano verso il centro del problema: la coesistenza pacifica tra due popoli e due stati.
Dopo Annapolis i punti principali che interesseranno la Casa Bianca saranno due. Primo: legittimare ancor di più l’immagine internazionale del presidente palestinese Abu Mazen, che è anche leader di Al Fatah in Cisgiordania, opponendolo allo scisma radicale di Hamas nella Striscia di Gaza. Secondo: consolidare l’appoggio di un nuovo partner europeo, che non sarà più inglese dopo il cambio della guardia nel governo di Londra.
È qui la novità destinata a mutare il quadro delle alleanze fra Stati Uniti ed Europa, influendo, in senso terapeutico, anche sul tumore mediorientale.
L’attuale primo ministro Gordon Brown, ammaccato da paralizzanti cadute, non può sostituire Tony Blair nel sostegno alla politica estera del presidente americano. Brown è ormai considerato un’anatra zoppa. La sua immagine pubblica è rovinosamente crollata dopo lo scandalo dei cd contenenti nomi, introiti, conti correnti di metà della popolazione britannica scomparsi dal ministero del Tesoro. Poi il trauma dei mutui, non più disponibili nelle casse vuote della Northern Rock, che ha suscitato il panico fra i risparmiatori: la responsabilità è ricaduta subito sull’ex cancelliere dello Scacchiere, cioè Brown, il quale, a suo tempo, aveva dispensato la Bank of England dal ruolo di supercontrollore delle attività bancarie. Si è inoltre appurato che l’ex cancelliere aveva incrementato il debito pubblico abbandonandosi, scrive The Economist, alla «baldoria della spesa».
La catena di disastri ha macchiato la reputazione del Partito laburista (il mutuo facile era un suo fiore all’occhiello) che usava presentarsi agli elettori come il più affidabile cane da guardia delle operazioni finanziarie dello stato e degli istituti di credito. La decennale ambizione di Brown, essere un successore a lungo termine di Blair, è risultata di colpo vanificata e infondata.
Ma George Bush ha trovato, incredibilmente a Parigi, il successore del compagno di cordata che gli è mancato a Londra. Oggi è Nicolas Sarkozy il vero erede della «Blair diplomacy». Mentre Brown rivedeva il rivale perfino ad Annapolis, dove Blair ha operato nel solco dell’Onu in qualità di supervisore delle politiche mediorientali, Sarkozy dava una mano alle fatiche e alle speranze di Bush.
L’antiamericanismo veterogollista non è nelle corde atlantiche del presidente francese: egli, sostenuto dal cancelliere tedesco Angela Merkel, ha imposto l’alt alla «diplomazia della compiacenza» su Iran, Cina, Russia e, di conseguenza, sui gineprai del Medio Oriente. Il resto dell’Europa non potrà fare altro da quello che fanno le intendenze. Adeguarsi al passo degli stati maggiori di Parigi e di Berlino.