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Guido-Bertolaso

Mulè: L’inchiesta del Grande fratello

Alla data di mercoledì 17 febbraio, nessun giornalista italiano (compresi quelli di Panorama ovviamente) può ragionevolmente sostenere di aver letto tutte le circa 20 mila pagine confezionate dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale che hanno portato all’arresto di quattro tra funzionari pubblici e imprenditori e all’invio di alcuni avvisi di garanzia (a Guido Bertolaso per corruzione, a Denis Verdini per concorso in corruzione). Per un problema di tempi, banalmente. Continua

Ferrara: L’efficienza? Messa sul rogo dalla demagogia

Si fa presto a dire articolo 16. Si fa presto a ritirarlo. A sacrificarlo in omaggio all’onnipotenza benpensante dell’opinione pubblica, sotto il tiro incrociato delle procure della Repubblica. Si fa presto a ripararsi dietro la cortina fumogena della demagogia che bolla come privatizzazione, come deroga alla legalità, il testo dell’articolo 16 del decreto di fine dicembre 2009 in sede di conversione nel febbraio del 2010.

Io l’ho letto, l’articolo 16 benedetto o maledetto. Voi l’avete letto? Continua

Mulè: Verità su Bertolaso, senza perdere tempo

Di nemici Guido Bertolaso ne ha accumulati parecchi. Ha fronteggiato emergenze e calamità di ogni genere, molto spesso è stato l’uomo nel quale tutta l’Italia si è orgogliosamente riconosciuta quando l’abbiamo visto sui luoghi delle tante tragedie. Se in televisione vediamo aggirarsi Bertolaso, stiamo tutti più tranquilli, significa che la situazione è sotto controllo. Lo vogliamo dire? È un po’ come Superman: arriva lui con su la felpa della Protezione civile e la nostra ansia si placa. Continua

Ferrara: Una scossa se la meriterebbe la Rete

Napolitano visita le zone devastate dal terremoto

L’arcitaliano

“C’è gente che si diverte a spargere notizie infondate e allarmi” aveva detto il 31 marzo Guido Bertolaso, capo della Protezione civile. E aveva qualificato di “imbecille”, parola forse un po’ grossa e impulsiva, chi s’ingegnava ad anticipare l’appuntamento fatale con il terremoto. Bertolaso si riferiva a Giampaolo Giuliani, un sismologo in proprio che pretendeva di avere previsto il terremoto attraverso una macchina di sua invenzione, il “precursore sismico”, basata sulla rilevazione delle emissioni di gas radon. La “previsione” in realtà era per una data e una città diverse da quelle in cui la scossa si è prodotta: il sisma c’è stato alle 3 e mezzo del 6 aprile, e all’Aquila, mentre Giuliani aveva detto che la terra avrebbe tremato a Sulmona il 29 marzo. Se fosse stata presa per buona, magari migliaia di persone sarebbero state trasferite da Sulmona e dintorni all’Aquila e dintorni, con le conseguenze non difficili da immaginare.
Ma il problema non è il Giuliani, che può essere in perfetta buona fede, che può essere un fiero e capace anticipatore di ricerca sul terreno, che può essere un visionario e un bravo cittadino allo stesso tempo, forse un imprudente dilettante troppo ciarliero ma non necessariamente un imbecille che si diverte a spargere allarmi infondati. Queste sono magari esagerazioni di un clima infuocato e polemico. Il problema è che la credulità popolare, con la regressione dalla metodologia scientifica all’attitudine magica, si è riversata, di lì rimbalzando e circolando ampiamente, sul web, sì, sulla mitica rete che dovrebbe costituire la nuova piattaforma dell’informazione dopo il tramonto dei giornali di carta. Mamma mia! Se questo è il futuro, chiediamo una proroga di passato.
Enzo Boschi, scienziato e capo dell’Istituto di neofisica, ha spiegato con quella sua tranquillità non boriosa che il problema, quando si parla di terremoti, è la capacità di prevedere di tipo deterministico. Devi poter dire quando e dove il sisma si produrrà, con la massima precisione. Altrimenti è il caos. E questa capacità di previsione deterministica non ce l’ha nessuno, mentre predizioni generiche, non impegnative, ma idonee a far saltare i nervi alle comunità interessate, e a peggiorare ogni possibile opera di prevenzione del danno, sono sempre possibili.
Questo a occhio e croce dovremmo capirlo senza tanto sforzo. Il bacino tirrenico, per esempio, è percorso attualmente da uno sciame sismico, ma nessuno può dire che un terremoto ci sarà qui o lì, e il tal giorno e magari alla tal ora. Che facciamo? Evacuiamo il Lazio e la Toscana per qualche mese?
Piano piano ci stiamo abituando al web come a un luogo di eccesso e di impostura, al fianco di tante cose sensate e utili che in esso si producono. Un cretino di Facebook fa finta di essere me (Giuliano Ferrara), che sono abbastanza cretino in proprio per essere quel che sono, e si fa amici a mio nome sfruttando il suo anonimato protetto dai protocolli primitivi della rete. Ma come si permette, l’impostore? E magari il suo procedere è analogo a quello di tanti siti che si sono detti sicuri delle previsioni di Giuliani, che hanno concertato il grande allarme impossibile.
È straordinario che la gente d’Abruzzo, montanari seri e tradizionali nella visione delle cose, forse perché bene o male è ancora educata dalla lettura dei giornali e dalla parola scritta, filtrata e in qualche senso verificata dalla procedura di stampa, non abbia creduto a questo allarme multifase che si è sparso nella rete elettronica.
Ma è triste pensare che il futuro possa riservarci, se dall’interno della stessa rete non verranno gli anticorpi, un destino di piccole e grandi imposture alla portata di tutti i computer.

Ferrara: I giudici rimestano nella spazzatura

Guido Bertolaso

“Guido basta, così non va… centinaia di sindaci cafoni che rivendicano diritti, tutti che pretendono e se la prendono con noi… ammucchiamo balle e facciamo mucchi di merdaccia… chi ci ha portato in questa storia merita la morte… dobbiamo trovare il coraggio di andarcene… stasera che sono scoglionata vedo le cose come sono, senza eroismi”. Marta Di Gennaro, la vice di Guido Bertolaso, commissario ai rifiuti di Napoli, parlò così al suo capo in un giorno qualunque del 2007.
Invece di capire la logica di questa disperazione civile del funzionario dello Stato alle prese con la società più pazza e primitiva del mondo, e con un contesto di corruttele sociali che ha creato la più grottesca crisi di decisione amministrativa della politica mondiale, la magistratura nel suo sospetto formalismo ha messo la funzionaria agli arresti domiciliari. Lo ha fatto nel corso di una vasta retata che non si è negata nemmeno un avviso di garanzia al prefetto della città, e che è scattata nel momento preciso in cui lo Stato stava per smantellare le barricate e i piagnistei che lo sfidavano da almeno 2 anni con successo.
Smantellare lo Stato in nome della legalità, puntellando invece le barricate del sociale e dell’antipolitica, e usando le intercettazioni e altri metodi farlocchi come clave, è d’altra parte una delle attività preferite della falange militante della magistratura inquirente da circa 15 anni.
Il meccanismo usato dai pm che rimproverano all’apparato pubblico impegnato contro i rifiuti di non avere funzionato come un orologio svizzero è come un copione di teatro popolare di strada. Per anni a Napoli e in Campania lo Stato fallisce senza speranza. Falliscono la Regione, il Comune, i commissari ai rifiuti; falliscono i carismi e le leadership locali, i governi nazionali, i loro prefetti, le forze che gestiscono l’ordine pubblico; trionfano invece le proteste e chi le cavalca, gli interessi di società che si organizzano e si barricano fino al più minuto e chiassoso dei particolarismi, che inventano nuove retoriche e letterature di falso autogoverno, per finire immancabilmente nella “merdaccia”.
La questione dei rifiuti diventa il dossier privilegiato dell’informazione mondiale, il buco della serratura attraverso cui si giudica l’Italia al tavolo della politica estera e della politica economica. Il dossier diventa il primo capitolo di una dura campagna elettorale e uno dei grandi fattori della sconfitta del governo uscente.
La “merdaccia” è quel che resta dell’autorità pubblica a Napoli, per usare l’espressione detta al telefono dalla funzionaria Di Gennaro, una che come i magistrati che la perseguono ha vinto il suo bravo concorso, ha cercato di servire la Repubblica, ha affinato le sue competenze in Italia e nel mondo, e poi è finita nel cuore drammaturgico di questa sceneggiata in cui rifulge “la devastante vigliaccheria dello Stato” (Guido Bertolaso, altra intercettazione).
E adesso che si profilava non dico un lieto fine ma un’uscita di sicurezza, adesso che il popolo ha votato, il governo ha deciso, e la barricata della vergogna sta per essere rimossa con l’accordo di tutti i partiti e l’incoraggiamento del presidente della Repubblica, adesso arrivano i magistrati inquirenti a rilanciare, in nome della legalità, la retorica antistato della cultura di strada, il grido camorristico che s’ode da Napoli a Casal di Principe, la parola d’ordine del populismo primitivo secondo cui “i delinquenti non siamo noi, i delinquenti sono loro”.
Che la magistratura sappia talvolta fare un uso perverso della legalità è in questo Paese da tempo un vecchio sospetto di minoranze liberali. Ora le gesta dei pm napoletani dimostrano che il pensar male è ben radicato nella realtà dei fatti.

Calabrese: I rifiuti di Pecoraro

La vignetta di Vincino sul numero 29 di Panorama.
L’editoriale

Guido Bertolaso è una persona capace e perbene. Nel corso degli anni ha lavorato ottimamente, spesso in silenzio, ed è uno dei pochi funzionari che all’estero ci invidiano. Da capo della Protezione civile ha risolto emergenze con capacità di sintesi e di comando non abituali, non ha mai fatto polemiche, ha operato con pari dignità con tutti i governi.

Insomma, una rarità nel panorama nazionale. Ma queste medaglie non sono servite a nulla. Nella cialtronesca vicenda della gestione dei rifiuti in Campania aveva contro il ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. Quello, per intenderci, che ha paura di ogni futuro che non capisce, e che intanto, per non sbagliare, dice no a tutto. Poi, caso mai, è pronto a ridiscuterne.
Quanto costerà all’Italia di domani la geometrica testardaggine di una minoranza dei Verdi contrari a ogni cambiamento è un conto che prima o poi dovrà essere fatto, e saranno sorprese amare. Ma intanto ai più ottusi degli ambientalisti poco importa del buonsenso, e ancora meno delle conseguenze per il domani dei nostri figli. Sempre, in questi casi, tirano fuori il messaggio adatto a tutti gli usi domestici, quello del “progresso compatibile”. Compatibile, evidentemente, con i loro desiderata.
Mettere uno come Bertolaso in condizioni di non lavorare non è solo sbagliato. È, ancora prima, un segnale di stupidità politica. Comunque, per farla breve, nel braccio di ferro tra il ministro e il capo del dipartimento, ha vinto il primo, e il secondo ha dato le dimissioni dall’incarico senza clamori e senza sbattere la porta, com’è nel dna del personaggio.
Quello che più preoccupa nella vicenda è la conferma della pochezza di questo governo, strattonato dai cento valvassori della maggioranza, ricattato per ogni voto, incapace di difendere i suoi funzionari, di tenere la testa alta e guardare in prospettiva ai bisogni delle generazioni future. Questi signori mi ricordano quel deputato inglese di metà del secolo scorso che, parlando ai Comuni, se ne uscì serafico: “I posteri? E perché dovrei preoccuparmi di loro? Cosa hanno fatto i posteri per me?”.
Romano Prodi cede su tutto, non potendosi permettere il più piccolo malumore del più piccolo dei suoi ministri. In poco più di un anno di governo, il catalogo dei deragliamenti è ricco: dalle sostituzioni pasticciate dei vertici dei servizi segreti e della Guardia di finanza a un Dpef attento agli interessi immediati, che peggiora i conti e rinvia ogni ipotesi di pareggio del bilancio al 2009 e anni successivi.
E il capitolo migliore di questo libro miserabile deve ancora essere scritto: riguarderà le pensioni e ne riparleremo.

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
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