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Iraq

Romano: Tutto trama contro Obama, perfino lui stesso


La lista dei rimproveri e delle critiche che gli oppositori di Barack Obama indirizzano al presidente degli Stati Uniti si sta allungando. Continua

Romano: Che brutta l’eredità di Bush

Un giornalista iracheno tira le scarpe a Bush

L’europeo 

Il maggiore rammarico di George W. Bush, alla fine della sua presidenza, è di avere dato retta a chi gli garantiva la presenza in Iraq di armi di distruzione di massa. Per il resto, tutto bene. È lieto di avere fatto la guerra afghana, di avere distrutto il tirannico regime di Saddam Hussein, di avere promosso l’allargamento della Nato al di là delle vecchie frontiere sovietiche, di avere rifiutato qualsiasi apertura verso l’Iran, di avere mantenuto in vita, anche dopo la malattia di Fidel Castro, l’embargo contro Cuba. Ed è convinto che i posteri riconosceranno i suoi meriti. Non credo che i posteri confermeranno il suo giudizio.
La guerra afghana è stata combattuta frettolosamente e fu concepita al Pentagono soltanto come un preludio a quella che i neoconservatori volevano fare all’Iraq. La guerra irachena fu decisa senza piani per il futuro, nella certezza che gli americani sarebbero stati accolti come liberatori e gli esuli avrebbero creato, non appena tornati in patria, la democrazia irachena. Le due guerre lasciano in eredità al successore di Bush due situazioni irrisolte, due regimi precari e una regione ancora più instabile di quanto fosse otto anni fa.
L’Iran è diventato, insieme alla Turchia, la maggiore potenza del Medio Oriente. Il conflitto tra sunniti e sciiti si è inasprito. L’alleato pachistano rischia di precipitare nella guerra civile. La questione palestinese è ancora una piaga aperta, capace d’infettare tutta la regione. Il Libano è stato salvato dall’intervento europeo.
Il presidente può certamente vantarsi di avere evitato ai suoi connazionali gli attentati terroristici da cui sono state colpite Spagna, Gran Bretagna e Turchia. Ma le due guerre incompiute della sua presidenza hanno creato un campo di battaglia in cui il fondamentalismo islamico ha potuto reclutare con maggiore successo i suoi militanti.
Su un altro fronte, quello dei rapporti con la Russia, Bush è riuscito a rendere teso e conflittuale un rapporto che fu per due anni, all’inizio del suo mandato, positivo e promettente.
Nell’asse ereditario di Bush i posteri e gli storici troveranno anche la crisi finanziaria e i suoi effetti mondiali. Non sono economista, ma ho l’impressione che le cose, per grandi linee, siano andate così. Quando presentò la sua candidatura alla presidenza, Bush si definì un «conservatore compassionevole» e dichiarò di volere creare per i suoi connazionali una «ownership society», una società in cui ogni americano sarebbe stato proprietario della sua casa. Ma volle diminuire le tasse e lasciò che l’obiettivo (una casa per tutti) venisse raggiunto con le acrobazie di un mercato finanziario che, grazie alle deregolamentazioni della sua presidenza, poté costruire su una palude di debiti la più alta e instabile piramide finanziaria della storia. Mentre gli americani compravano la loro casa con denaro non ancora guadagnato, l’America spendeva miliardi di dollari (3 trilioni secondo alcuni calcoli) per le sue guerre.
Poiché i grandi debitori sono molto più potenti degli onesti creditori, gli Stati Uniti hanno potuto finanziare i loro debiti con cartelle del tesoro che venivano comperate dalle tigri asiatiche e, in particolare, dalla Repubblica Popolare Cinese. Ma il denaro con cui la Cina acquistava i bond degli Usa proveniva dalle sue esportazioni verso il ricco mercato americano. Per molti anni il fluido dei finanziamenti e dei crediti ha continuato a circolare nelle tubature del sistema finanziario mondiale. Ora i rubinetti si stanno progressivamente chiudendo. Comincia, alla fine dell’era Bush, la grande siccità. Di questo, temo, parleranno i posteri.

Romano: Crisi profonda, America vaga

Barili di petrolio

L’europeo

Vi sono problemi su cui i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti hanno posizioni chiaramente diverse. Barack Obama ritiene che occorra ritirare le truppe dall’Iraq ed esclude sin d’ora la presenza di basi americane permanenti dopo la normalizzazione del paese. John McCain considera il ritiro delle truppe una umiliante sconfitta e pensa che l’America debba prepararsi a combattere, se necessario, una “guerra dei cent’anni”.

Obama è pronto ad adottare una riforma sanitaria che comporterebbe maggiori oneri per il bilancio pubblico. McCain punta sull’aumento delle assicurazioni private.
La differenza maggiore concerne la politica fiscale e soprattutto il modo in cui i due candidati giudicano la tassa di successione sulle grandi fortune (la “estate tax”). Obama vuole lasciare le cose come stanno: l’aliquota del 45 per cento con l’esenzione dei primi 7 milioni di dollari. McCain vuole portare la soglia di esenzione a 10 milioni di dollari e abbassare la tassa al 15 per cento.
Sappiamo che Obama è maggiormente disposto a difendere con misure protezionistiche i distretti industriali colpiti dalla globalizzazione, mentre McCain sembra credere nelle virtù del mercato e della concorrenza. E sappiamo che il loro giudizio d’insieme sulle condizioni economiche degli Stati Uniti è diverso. Per Obama l’America è in recessione, mentre McCain parla di rallentamento.
Conosciamo male invece la posizione dei due candidati sui problemi che il nuovo presidente degli Stati Uniti dovrà affrontare quando sarà installato alla Casa Bianca: la crisi energetica, la patologia dei mutui ipotecari di difficile rimborso, il vertiginoso aumento del prezzo delle materie prime, gli effetti della nuova cartamoneta (future e derivati) sulla finanza globale. Si parla molto di petrolio perché il prezzo del gallone sta drammaticamente modificando lo stile di vita della società americana. Ma le proposte rimangono vaghe e poco efficaci.
McCain raccoglie un’idea di George W. Bush e sostiene che all’aumento del prezzo del petrolio occorre rispondere con un programma di trivellazioni lungo le coste dell’Atlantico e del Pacifico. Obama risponde che “trivellare di più non significa far scendere il prezzo della benzina; abbiamo bisogno di più energia alternativa e di automobili che consumino meno”. Ma è difficile immaginare che le trivellazioni o le energie alternative possano avere effetti positivi, se mai ne avranno, prima della metà del prossimo decennio. Ed è ancora più difficile governare l’economia americana e, indirettamente, quella di un’area molto più vasta senza una credibile analisi degli effetti che i terremoti finanziari avranno sulla salute della economia mondiale.
Non sembra del resto che le altre capitali economiche abbiano idee più chiare. L’ultimo G8 ha vinto le resistenze degli Stati Uniti e ha parlato di ambiente, clima, surriscaldamento, riduzione delle emissioni nocive. Ma ne ha parlato, paradossalmente, quando l’agenda internazionale è dominata da altri problemi, oggi forse più gravi. Chi sostiene che il G8 è ormai uno strumento d’altri tempi, poco adatto ad affrontare le crisi dei prossimi anni, ha ragione. La soluzione delle crisi non verrà né dal presidente Usa né dal club delle potenze economiche. Verrà probabilmente, come dopo gli shock petroliferi degli anni Settanta, dal modo in cui ciascuno di noi, nell’ambito delle proprie competenze e responsabilità, modificherà le proprie esigenze, i propri costumi, il proprio modo di lavorare e, in ultima analisi, la propria vita.

Romano: Mamma li curdi

I Peshmerga, i guerriglieri curdo-iracheni, darebbero protezione ai miliziani del Pkk
L’europeo

Per capire ciò che sta accadendo in questi giorni fra la Turchia e gli Stati Uniti occorre risalire alla primavera del 2003, quando i progetti del Pentagono prevedevano che l’Iraq venisse invaso da sud e, attraverso la Turchia, da nord. Presentata al parlamento di Ankara, la proposta americana venne respinta.
La principale ragione del rifiuto fu il timore turco che la dissoluzione del regime di Saddam Hussein rafforzasse le aspirazioni all’indipendenza dei curdi iracheni e, di conseguenza, i movimenti secessionisti dei 15 milioni di curdi che abitano le regioni sudoccidentali della Turchia. Da allora i rapporti fra Turchia e Stati Uniti sono oscurati da una sorta di sospettosa diffidenza.
I turchi non impediscono agli Usa di usare il loro territorio per le esigenze logistiche e strategiche della loro presenza in Iraq. Ma assistono con preoccupazione alla nascita di un Kurdistan iracheno che sta trasformando la sua autonomia in una sorta di ufficiosa sovranità nazionale.
Le loro preoccupazioni si sono avverate. Dopo una lunga fase relativamente tranquilla, i curdi del Pkk sono rientrati in campo con operazioni di guerriglia e attentati terroristici. Colpiscono obiettivi civili e militari in territorio turco, ma trovano asilo, a quanto pare, nel Kurdistan iracheno. I militari turchi vorrebbero inseguirli e stanarli al di là del confine e il 17 ottobre il parlamento di Ankara ha dato il via libera a operazioni nel nord dell’Iraq, nonostante l’accordo siglato fra i due paesi nella lotta contro il terrorismo. Il governo centrale iracheno, infatti, non ha poteri effettivi sul Kurdistan: ce ne siamo accorti quando l’uccisione di dieci militari turchi, nelle scorse settimane, ha fatto traboccare ad Ankara il vaso della rabbia. È più difficile ora per il premier Recep Erdogan tenere a bada la voglia di rivalsa che domina le forze armate.
Appare a questo punto, nell’imbrogliata matassa dei rapporti turco-americani, il problema armeno. Dopo i successi ottenuti dalle iniziative delle comunità ebraiche negli scorsi anni, le comunità armene hanno deciso di chiedere a loro volta un pubblico riconoscimento dei massacri subiti nel 1915 (circa 1 milione e mezzo di morti) e hanno indirizzato le loro richieste soprattutto ai due paesi (Francia e Usa) in cui sono maggiormente presenti. Il riconoscimento non avrebbe alcun effetto, se non quello di procurare qualche voto agli uomini politici francesi e americani che hanno patrocinato la causa armena. Ma infrange un inviolabile tabù turco. Per Ankara i massacri non furono genocidio, ma il risultato non programmato di legittime misure di sicurezza contro una minoranza che era divenuta la quinta colonna della Russia zarista all’interno della società ottomana.
A questo intreccio di problemi se n’è aggiunto un altro, prettamente americano. In altre circostanze il presidente degli Stati Uniti sarebbe riuscito a convincere il Congresso che l’approvazione di una risoluzione sul genocidio armeno avrebbe danneggiato i rapporti con la Turchia. Ma George W. Bush è alla fine del suo mandato e il Congresso sente odore di elezioni. Forse non tutto è perduto. La risoluzione, per ora, è stata approvata soltanto dalla commissione Affari esteri della Camera dei rappresentanti. Se non verrà approvata dall’intera Camera, il peggio, forse, potrà essere evitato.
Ma se i guerriglieri curdi continueranno a colpire la Turchia, le forze armate turche, prima o dopo, reagiranno. Un’ultima nota per coloro che amano i paradossi storici. Non è la prima volta che curdi e armeni appaiono insieme in una stessa crisi. Quando gli armeni furono cacciati dalle loro regioni e spinti verso il deserto e la morte, i loro peggiori aguzzini lungo la strada furono i militari della cavalleria curda.

Ferrara: Iraq, scommetto sulla democrazia

L’arcitaliano

Alla fine l’Iraq sarà tenuto insieme da un suo esercito e da una sua nuova classe dirigente, con il tempo la sicurezza si normalizzerà, l’economia si rimetterà in moto e le infrastrutture seguiranno, l’intelaiatura politica e costituzionale modernizzatrice, democratico-parlamentare, che ha sostituito la caserma infernale del regime di Saddam Hussein è destinata a mettere radici nel cuore dell’islam mediorientale. È la diagnosi davanti al Congresso americano di David Petraeus, generale e comandante delle forze coalizzate a Baghdad, e dell’ambasciatore Ryan Crocker, diplomatico che nel 2003 era contrario alla guerra e ora dirige nella capitale irachena la più significativa e possente ambasciata degli Stati Uniti nel mondo.
Per chi legge i giornali o guarda i telegiornali con distrazione benevola, per chi ha un pregiudizio politico o ideologico ostile all’amministrazione Bush e alle sue scelte strategiche dopo l’11 settembre, queste formule sono immagini fumose, propagandistiche e pericolose, sono un sogno a occhi aperti. Nel caso peggiore, sono pure e semplici bugie ordinate dalla Casa Bianca a funzionari che tradiscono il loro ruolo imparziale (è la tesi del gruppo animato dal miliardario ultraliberal George Soros, MoveOn, che insulta Petraeus sul New York Times con il nomignolo BetrayUs, quello che ci inganna). Nonostante alcuni segni documentati di stabilizzazione militare e politica, e di smottamento del fronte nemico sul versante di Al Qaeda, la vulgata occidentale dice testarda e ripete a tutti e a se stessa che quella guerra è stata un fallimento, un disastro, e che prima se ne esce con un ritiro rapido, meglio è. Osama Bin Laden propaganda la stessa opinione, facendo moine vezzose al superpacifista americano Noam Chomsky e agli altri che la pensano come lui.
Non starò a dire l’ovvio, cioè che la penso esattamente come Petraeus e Crocker, che scommetto sulla vittoria a Baghdad e sul principio rivoluzionario democratico contro il jihadismo dalle armi e dal valore dell’Occidente. Preferisco chiedermi se, a parte la situazione sul campo iracheno, sarà vinta la battaglia politica di Washington e delle altre capitali occidentali, che è altrettanto importante. E credo proprio di sì. Nessuno avrà la forza di riconsegnare l’Iraq ai nemici dell’Occidente, di annullare questi quattro anni che ci separano dalla caduta di Saddam, di fare marcia indietro. Nessuno, nessun leader democratico, nessun nuovo presidente americano, e nemmeno i capi delle diplomazie europee lavoreranno in questa direzione, nemmeno i francesi di Nicolas Sarkozy e del ministro degli Esteri Bernard Kouchner.
Massimo D’Alema una volta si fece sfuggire una verità, ragionando in modo paradossale: disse che gli occidentali a Baghdad sono l’equivalente degli islamici jihadisti a Parigi, con la differenza (da annotare scrupolosamente) che noi esportiamo costituzione e diritti umani, loro esporterebbero con le armi la sharia, la legge coranica. L’Iraq è un fatto compiuto, una dimensione esistenziale decisiva per il nostro mondo, una specie di Lepanto al contrario, non una operazione di polizia geopolitica, non una sequela di errori seguita a una campagna fulminante e di totale successo.
L’ambasciatore Crocker lo ha spiegato bene: non è un cambio di regime, è una rivoluzione. L’idea dapprima maturata nei circoli neoconservatori, che si dovesse rispondere alla minaccia globale della guerra santa radical-islamica mettendosi all’offensiva ed esportando la rivoluzione nel campo da cui era partito il risveglio radicale dell’islam politico, idea poi abbracciata dall’amministrazione Bush dopo l’11 settembre, è un acquisto strategico consolidato che nessuno sarà in grado di cancellare in futuro.

Sofri: Fermezza e giustizia

Il cadavere del mullah Dadullah Akhund
Nel 2008, a 30 anni dal sequestro e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta, torneranno a farsi sentire il Partito della Fermezza e il Partito della Trattativa? Temo di sì, e ce ne sono già state le avvisaglie, sulla scia del sequestro di Daniele Mastrogiacomo e dell’uccisione dei suoi due collaboratori. Qualcuno ribadisce la bontà della propria linea di allora, qualcun altro la rinnega e passa da un partito all’altro. Più fruttuoso sarebbe misurarsi sulle nuove prove che il tempo ci mette davanti. Tanto più che quei supposti partiti del 1978 non erano riducibili agli slogan né alle loro caricature (lo stato contro la famiglia, la ragion di stato contro l’amore per la vita…).
Uno dei pregiudizi che riportano ogni volta alla casella di partenza questo gioco dell’oca presume che mettere al primo posto la difesa di vite umane cui viene tenuto un coltello alla gola comporti la rinuncia alla giustizia. Ma il cedimento imposto da una minaccia estrema non significa affatto che, caduta la minaccia, ci si rassegni alla violenza.
Al momento in cui fu rilasciato Mastrogiacomo (e con lui, si credette, Adjmal Naqshbandi) scrissi così: “Quando si tratta di salvare una vita minacciata bisogna mettere da parte ogni criterio ordinario, con un solo limite insuperabile: non si può scambiare una vita con un’altra. Non si poteva liberare un prigioniero per consegnarlo a chi lo voleva ammazzare. Liberare altri prigionieri, anche se sia inevitabile temere che torneranno a combattere la loro guerra assassina, si può, per la differenza fra un pericolo sicuro e incombente e uno possibile e futuro. Da ciò deriva il proposito, una volta che la minaccia imminente sia stata sventata (o, purtroppo, si sia compiuta), di punirne gli autori e far pagare loro, se è possibile, un prezzo più alto del vantaggio che si siano assicurati col ricatto… Chi ha fatto di tutto per salvare Mastrogiacomo e Adjmal ha fatto bene. Chi vorrà moltiplicare gli sforzi per far pagare caro ai sequestratori il vantaggio infame che si sono guadagnati farà benissimo”.
Torno sul punto: dopo che uno dei militanti talebani liberati dal carcere di Kabul era stato ucciso in uno scontro, la stessa sorte è toccata al tagliagole in capo di quelle milizie, il vanitoso mullah Dadullah Akhund. In questa sequenza sta una lezione sul tempo del cedimento e il tempo della giustizia. Non è affatto detto che chi accetta di pagare un prezzo salato per la salvezza di una vita sia un debole. I governi israeliani, che passano per i più intransigenti e rigidi, hanno mostrato in più occasioni di essere pronti al compromesso più grave, compreso il rilascio dei prigionieri, e a rinviare la resa dei conti. Se durante il sequestro di Moro lo Stato italiano avesse accettato di liberare uno dei detenuti minori di cui allora si trattò, questo non gli avrebbe legato le mani all’indomani dell’eventuale liberazione dell’ostaggio.
La fermezza non può diventare un partito preso, salvo avvicinarsi al rigor mortis. Poi si fanno i conti.

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
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