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Romano: Ratisbona non fu una svista

Cronaca di una conversione: guarda la GALLERY

La lezione magistrale con cui il Papa, all’Università di Ratisbona, ricordò la disputa fra un imperatore bizantino e uno studioso musulmano sembrò a molti una svista, un capriccio accademico. Benedetto XVI parlava nella sua vecchia università, circondato da allievi e professori. Forse non pensava, quando scrisse la sua lectio, al modo in cui le sue parole sarebbero state interpretate negli ambienti islamici. Avremmo dovuto constatare, tuttavia, che le dichiarazioni con cui la Santa sede, nei giorni seguenti, espresse rincrescimento per i sentimenti offesi del mondo musulmano non dicevano: “Il mio pensiero è diverso”. Erano dichiarazioni diplomatiche, nello stile praticato da tutti i ministeri degli Esteri del mondo quando vogliono scusarsi senza scusarsi.

Ora, dopo due episodi delle scorse settimane, sappiamo che la lezione di Ratisbona non fu una svista. Il primo episodio è quello della nuova preghiera per gli ebrei che i sacerdoti dovranno recitare nelle cerimonie del Venerdì santo, quando saranno autorizzati a usare il messale latino preconciliare. Anziché pregare per i “perfidi giudei”, come nella vecchia formula, i sacerdoti chiederanno a Dio di aiutare gli ebrei “a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza”. E gli chiederanno di ascoltare le preghiere della sua Chiesa perché il popolo primogenito “possa giungere alla pienezza della redenzione. Per Cristo nostro Signore”. La differenza formale tra le due formule è grande, quella sostanziale insignificante, perché l’una e l’altra sono fondate sulla convinzione che gli ebrei debbano essere salvati dalle tenebre dell’errore.

Il secondo episodio è la solenne cerimonia pasquale con cui il Papa ha battezzato il giornalista Magdi Allam a San Pietro. Il battesimo di un adulto, convertito dall’Islam al Cristianesimo, è generalmente una celebrazione privata riservata ai familiari e agli amici del catecumeno. Come ha ricordato Claudio Magris (Corriere della sera del 25 marzo), i nuovi cristiani battezzati dal Papa nei tradizionali riti del Sabato santo “sono significativi, in quel momento, soprattutto in quanto anonimi e dunque rappresentanti di tutti”. Ma Allam non è anonimo. È un giornalista che conduce da anni una sua battaglia contro l’Islam, non soltanto radicale. Il Papa non poteva ignorare che in queste circostanze il battesimo di un “crociato” (così verrà definito negli ambienti del fondamentalismo musulmano) sarebbe parso un provocatorio “trionfo della fede”. Poco importa quali fossero le reali intenzioni. La Santa sede è troppo vecchia e saggia per non sapere che le intenzioni, in molti casi, sono meno importanti delle percezioni.

Altri segni suggeriscono che la Chiesa di Ratzinger sarà poco incline alla coesistenza pacifica con i “figli dell’errore”. Continuerà a essere ecumenica, ma con uno stile diverso dai suoi predecessori. Ciò che maggiormente interessa Benedetto XVI oggi è il rapporto con la Chiesa ortodossa. Tra Roma e Bisanzio le differenze teologiche sono modeste e l’unico punto dolente (il primato del vescovo di Roma) può essere forse affrontato e risolto con spirito nuovo. Il Papa polacco sperava di annettere al cattolicesimo i grandi spazi russi. Il Papa tedesco spera di ottenere lo stesso scopo promuovendo una sorta di confederazione ecclesiale greco-latina.

Di fronte a un progetto così aggressivo e ambizioso i liberali possono solo stare a guardare e garantire al Papa il diritto di parlare e agire secondo coscienza. Ma hanno anche il diritto di ricordare che lo stato europeo deve assicurare la felice e serena convivenza di tutte le confessioni religiose sul suo territorio. La sua unica fede si chiama tolleranza.

Ferrara: Ma la religione non è un fatto privato

Papa Ratzinger alla finestra di Piazza S.Pietro

Per un po’ uno li sta a sentire, poi si ride. Ma insomma, ci vuole una bella opacità della mente e del senso storico per rifilare al pubblico, in questo anno di grazia 2008, l’idea che la religione sia un fatto privato e che la conversione di un musulmano il Papa non la deve celebrare nella notte di Pasqua, in San Pietro e a telecamere aperte. Lasciamo da parte la questione canonica e teologica, il significato stesso di libertà religiosa di una conversione, il proselitismo e tutto il resto. Parliamo di storia e di politica.
Volete rendervi conto, cattolici invisibilisti che pretendete di calpestare le strade del mondo laico lasciando a casa la vostra cultura, di quanto il mondo sia cambiato dai tempi del Vaticano II? Rendersi conto di quel che muta non è oscurantismo reazionario, non è l’Inquisizione spagnola che ritorna, non è esclusivismo fondamentalista, fine dell’ecumenismo, distruzione della laicità: è realismo.
Il realismo di Nicolas Sarkozy, che parla dell’orizzonte religioso come della nuova frontiera su cui si dispone la storia europea. Di Tony Blair, che insegnerà «religione e globalizzazione» a Harvard. Di una pletora di intellettuali capaci di interrogarsi in tutto il mondo sul ritorno del sacro, sulla nuova sensibilità religiosa di massa. Tra questi metterei perfino quel bravo scrittore e cronista dell’Unità il quale si è accorto, imbattutosi nella recente Via Crucis immersa nella pioggia battente, e così folta di partecipazione internazionale di fedeli, che tanti anni fa la Via Crucis era un piccola e laterale cerimonia per un pugno di fedelissimi del Papa Paolo VI, senza rilevanza nemmeno per il traffico intorno al Colosseo.
Roma a parte, come si fa a nascondere la verità della politica americana, intesa non come somma di banali notizie politiche ma come sviluppo strutturale di nuovi fenomeni sociali e civili ad alto impatto emozionale, culturale, civile? Fenomeni che coinvolgono i candidati alla presidenza ormai da decenni, i giudici della Corte suprema, le università e le case editrici, le cinture suburbane dove si fabbricano i voti dei «churchgoers», elettori evangelici praticanti che possono determinare vita o morte di un qualunque pretendente alla presidenza dell’impero?
Per anni giornali come Il Foglio o l’Economist hanno cercato di spiegare come stanno le cose in materia di relazioni tra religione e spazio pubblico. Invano, a quanto pare. Hillary Clinton parla di Dio «con maggiore frequenza di quanto mediamente faccia un vescovo europeo» ha scritto da Washington Adrian Wooldridge. E il suo guaio è che sulla strada ha trovato uno che non solo parla di Dio, come il predicatore laico Barack Obama, ma addirittura agisce scenicamente in tenuta profetica permanente, e costruisce sogni nazionali di unità, di riscatto, di salvezza con le stesse formule di oratoria religiosa con cui da sempre, nella storia americana, sono state giustificate e fondate le grandi battaglie contro la schiavitù, la segregazione dei neri, i diritti civili e l’unità patriottica del melting pot, del popolo dei diversi che si raduna intorno alla città costruita evangelicamente su una collina, la città della libertà di credere.
E con tutto questo gran circo religioso, mentre gli islamici è nell’esercizio legale della loro fede (la sharia) che attingono la forza della loro rivolta contro l’Occidente, mentre gli ebrei difendono la loro città sulla collina, il loro stato-guarnigione sorto dopo la Shoah, dall’atomica dei mullah iraniani, voi vorreste che la conversione a Cristo di un musulmano scivolasse nell’ombra della storia, al riparo dalle critiche e dalle «reazioni»? Ma siete matti? Ma in che mondo storico vivete?

Sofri: In automobile verso la parità

Le donne saudite oggi possono guidare l'auto, solo se accompagnate da un uomo
Dopo Tutto
Votare coi piedi, si diceva a proposito di quei cittadini di paesi totalitari che non sopportavano di essere sudditi e sceglievano di passare i confini. La democrazia, si sa, è difficile da definire. Per esempio: serve più alla democrazia che le donne abbiano il diritto di voto o che abbiano il diritto di guidare l’auto?
In Arabia Saudita, il 23 settembre, la neocostituita Lega per la rivendicazione del diritto delle donne a guidare l’automobile ha presentato al re Abdallah una petizione ufficiale, dopo aver raccolto firme per email e nei mercati. È rivelatore che a contrapporsi siano la Lega femminile con quel titolo che a noi parrebbe solo buffo e l’Autorità per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, titolo ridicolo e agghiacciante.
Non è la legge a impedire alle donne di guidare (se non quando siano accompagnate da autisti-tutori maschi), ma l’autorità prepotente di capi religiosi e patriarcali, e di uomini “autorevoli” nell’università e nelle istituzioni. Donne alla guida di auto, tuonano, sono lo strumento col quale i nemici dell’Islam si sforzano di guastarne e distruggerne la moralità (attenzione: il verbo guastare è una spia di razzismi e igienismi sociali).
Nel 1990, una cinquantina di donne saudite scese in strada, alla lettera, alla guida di automobili nel centro di Riad: furono arrestate e punite. Ci sono episodi che passano inosservati, o confinati in colonnini di cronaca bizzarra. Un giorno se ne parlerà come di date fatidiche. Come l’autobus dell’Alabama sul quale nel 1955 la signorina Rosa Parks rifiutò di cedere il posto a un coglione che si riteneva bianco. Come un bar del Greenwich village che si chiamava Stonewall Inn, nel 1969.
Ho suggerito da tempo (invano: devono averla presa come una boutade) di fermare per qualche ora il traffico di città illustri come Firenze o Roma o Bologna (o Parigi, Barcellona e Gottinga) e occuparne il centro con cortei di automobili guidate da donne, che suonino il loro clacson abbastanza da farsi udire dalle donne di Riad. Sarebbe una magnifica manifestazione politica. La signora Wajeha al-Huweidar, leader della Lega e promotrice di un’Associazione per la promozione e la difesa dei diritti delle donne, si augura che “donne influenti di tutto il mondo e specialmente gruppi impegnati per i diritti delle donne vogliano unire i loro nomi” così come cittadini comuni.
La email della Lega viene continuamente sabotata e bloccata, e continuamente riparata. Trovate il suo appello, “Saudi Feminist Launches New Campaign: Let Us Drive Cars”, qui.

Ferrara: Iraq, scommetto sulla democrazia

L’arcitaliano

Alla fine l’Iraq sarà tenuto insieme da un suo esercito e da una sua nuova classe dirigente, con il tempo la sicurezza si normalizzerà, l’economia si rimetterà in moto e le infrastrutture seguiranno, l’intelaiatura politica e costituzionale modernizzatrice, democratico-parlamentare, che ha sostituito la caserma infernale del regime di Saddam Hussein è destinata a mettere radici nel cuore dell’islam mediorientale. È la diagnosi davanti al Congresso americano di David Petraeus, generale e comandante delle forze coalizzate a Baghdad, e dell’ambasciatore Ryan Crocker, diplomatico che nel 2003 era contrario alla guerra e ora dirige nella capitale irachena la più significativa e possente ambasciata degli Stati Uniti nel mondo.
Per chi legge i giornali o guarda i telegiornali con distrazione benevola, per chi ha un pregiudizio politico o ideologico ostile all’amministrazione Bush e alle sue scelte strategiche dopo l’11 settembre, queste formule sono immagini fumose, propagandistiche e pericolose, sono un sogno a occhi aperti. Nel caso peggiore, sono pure e semplici bugie ordinate dalla Casa Bianca a funzionari che tradiscono il loro ruolo imparziale (è la tesi del gruppo animato dal miliardario ultraliberal George Soros, MoveOn, che insulta Petraeus sul New York Times con il nomignolo BetrayUs, quello che ci inganna). Nonostante alcuni segni documentati di stabilizzazione militare e politica, e di smottamento del fronte nemico sul versante di Al Qaeda, la vulgata occidentale dice testarda e ripete a tutti e a se stessa che quella guerra è stata un fallimento, un disastro, e che prima se ne esce con un ritiro rapido, meglio è. Osama Bin Laden propaganda la stessa opinione, facendo moine vezzose al superpacifista americano Noam Chomsky e agli altri che la pensano come lui.
Non starò a dire l’ovvio, cioè che la penso esattamente come Petraeus e Crocker, che scommetto sulla vittoria a Baghdad e sul principio rivoluzionario democratico contro il jihadismo dalle armi e dal valore dell’Occidente. Preferisco chiedermi se, a parte la situazione sul campo iracheno, sarà vinta la battaglia politica di Washington e delle altre capitali occidentali, che è altrettanto importante. E credo proprio di sì. Nessuno avrà la forza di riconsegnare l’Iraq ai nemici dell’Occidente, di annullare questi quattro anni che ci separano dalla caduta di Saddam, di fare marcia indietro. Nessuno, nessun leader democratico, nessun nuovo presidente americano, e nemmeno i capi delle diplomazie europee lavoreranno in questa direzione, nemmeno i francesi di Nicolas Sarkozy e del ministro degli Esteri Bernard Kouchner.
Massimo D’Alema una volta si fece sfuggire una verità, ragionando in modo paradossale: disse che gli occidentali a Baghdad sono l’equivalente degli islamici jihadisti a Parigi, con la differenza (da annotare scrupolosamente) che noi esportiamo costituzione e diritti umani, loro esporterebbero con le armi la sharia, la legge coranica. L’Iraq è un fatto compiuto, una dimensione esistenziale decisiva per il nostro mondo, una specie di Lepanto al contrario, non una operazione di polizia geopolitica, non una sequela di errori seguita a una campagna fulminante e di totale successo.
L’ambasciatore Crocker lo ha spiegato bene: non è un cambio di regime, è una rivoluzione. L’idea dapprima maturata nei circoli neoconservatori, che si dovesse rispondere alla minaccia globale della guerra santa radical-islamica mettendosi all’offensiva ed esportando la rivoluzione nel campo da cui era partito il risveglio radicale dell’islam politico, idea poi abbracciata dall’amministrazione Bush dopo l’11 settembre, è un acquisto strategico consolidato che nessuno sarà in grado di cancellare in futuro.

Romano: È nell’Islam il vero conflitto

Militari pachistani sgomberano la moschea rossa di Islamabad, occupata dagli estremisti islamici

L’europeo

A Islamabad si è combattuto intorno a una scuola coranica dove gli “studenti di Dio” tenevano testa con i loro kalashnikov all’assedio delle forze dell’ordine. In Turchia, dopo le grandi manifestazioni delle scorse settimane, si attende che le elezioni del 22 luglio rivelino all’Europa quale sia oggi il rapporto di forze tra il partito islamico del premier Recep Erdogan e i partigiani della repubblica laica creata da Kemal Atatürk.
Le due crisi sono diverse. In Pakistan si spara e si muore. In Turchia si gioca una partita in cui ogni mossa ha rispettato sinora le regole della costituzione e la lettera della legge. A Islamabad gli islamisti chiedono l’introduzione della legge coranica e organizzano squadre punitive “per la repressione del vizio e la promozione della virtù”. Ad Ankara il partito Ak propone l’elezione del ministro degli Esteri Abdullah Gül alla presidenza della Repubblica. In Pakistan l’esito della lotta, al di là dell’episodio della Moschea rossa, sarà il risultato di uno scontro tra forze che ricorrono alle armi. Ad Ankara la decisione è riservata ai cittadini e uscirà dalle urne dopo le elezioni del 22 luglio. Se il voto non gli sarà sfavorevole, Erdogan cercherà di imporre l’elezione diretta del presidente.
Non è tutto. Tra gli islamici turchi e quelli delle 10 mila madrasse aperte in Pakistan negli ultimi tre decenni corre una fondamentale differenza. Il partito di Erdogan ricorda la Democrazia cristiana degli anni Cinquanta, quando un giovane parlamentare (Oscar Luigi Scalfaro) manifestava pubblicamente la sua indignazione per la scollatura di una giovane signora in una piazza romana, e il vescovo di Prato cacciava dalla chiesa un coppia di concubini, rei di avere contratto un matrimonio civile. Ma è pur sempre una forza politica costituzionale, fermamente decisa a perseguire l’adesione della Turchia all’Unione Europea.
I seminaristi pachistani e i loro leader, invece, sono amici dei talebani, fautori di un regime integralmente musulmano, e forse partigiani di Al Qaeda. Le stesse considerazioni valgono per i militari. Quelli del Pakistan hanno preso il potere con un colpo di stato nel 1999 e hanno instaurato un regime semiautoritario. Quelli della Turchia sono intervenuti spesso bruscamente nelle vicende politiche del paese in difesa della laicità dello stato, ma hanno saputo farsi da parte al momento opportuno e lasciare ai partiti il governo del paese. Le due crisi riflettono la diversa evoluzione civile ed economica delle due società.
Ma i protagonisti sono pur sempre gli stessi. Come in tutti i paesi musulmani, anche in Pakistan e in Turchia la società è divisa fra i teorici del primato della religione e coloro che rivendicano invece l’autonomia della politica e la laicità dello stato. In Pakistan la crisi è scoppiata quando il generale Pervez Musharraf ha deciso di rompere l’ambigua tregua che si era instaurata nel paese, dopo l’11 settembre, tra il governo, alleato degli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo, e i gruppi del fondamentalismo islamico. In Turchia la crisi è scoppiata quando Erdogan ha deciso di rompere il tacito compromesso storico tra il suo partito e i militari e ha rivendicato la presidenza della repubblica.
Le due crisi contengono per l’Occidente una lezione di modestia. Afflitti da egotismo ed eurocentrismo, abbiamo interpretato gli avvenimenti di questi ultimi anni, soprattutto dopo l’11 settembre, come episodi di una guerra fra l’Islam e l’Occidente. La guerra non ci risparmia e colpisce anche le nostre città (i falliti attentati britannici ne sono l’ultima dimostrazione), ma il suo campo di battaglia è il mondo musulmano. Noi siamo fortemente interessati all’esito del conflitto e possiamo sostenere il partito che maggiormente riflette le nostre convinzioni e i nostri interessi. Ma non possiamo deciderne le sorti. La partita, in ultima analisi, si gioca fra i musulmani.

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
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