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Israele

Per gli Stati Uniti il negoziato con i terroristi è sempre inutilmente pericoloso. Dimostra al nemico che la sua strategia è redditizia. Salva una vita, ma mette a repentaglio quelle di altri potenziali ostaggi. Denuncia l’esistenza di una debolezza che qualcuno, inevitabilmente, cercherà di sfruttare. Continua

Alla domanda di un giornalista che le chiedeva se Israele avesse calcolato gli effetti del suo raid contro la flottiglia della pace, Tzipi Livni, ex ministro degli Esteri israeliano e leader del partito Kadima, ha risposto che in Medio Oriente la scelta è fra opzioni cattive. È vero. Vi sono circostanze in cui i governi devono scegliere fra due mali. Ma è probabile che in questo caso le autorità israeliane abbiano deliberatamente ignorato o sottovalutato le ripercussioni internazionali di un gesto legalmente ingiustificabile e politicamente, con ogni probabilità, controproducente. La domanda quindi è questa: come è possibile che un ceto politico colto, esperto e intellettualmente fine accetti di correre un rischio così alto? Sperava davvero che le sue spiegazioni avrebbero convinto la maggioranza dell’opinione pubblica internazionale? Penso che la spiegazione di ciò che è accaduto vada ricercata in due fattori strettamente collegati: il cambiamento della società israeliana e le contraddizioni della sua politica interna. Continua
Il caso Tzipi Livni, scoppiato quando un tribunale britannico ha emesso un mandato di cattura contro l’ex ministro degli Esteri israeliano per «crimini di guerra» commessi a Gaza un anno fa, sembra essere chiuso. Continua

L’arcitaliano
L’ultima guerra del Libano fu durante la nostra estate del 2006, questa di Gaza travolge il nostro inverno. L’atmosfera è cupa, il dolore lancinante, le immagini catastrofiche, e per quanto Tsahal sappia colpire dall’alto il nemico entro un perimetro sorvegliato di 2 metri, gli innocenti in ogni guerra finiscono nel bersaglio. Figuriamoci adesso che le guerre jihadiste e terroriste dei nemici di Israele e dei crociati cristiani fanno saltare deliberatamente decine di bambini in Afghanistan, bruciano folle di credenti in preghiera in Pakistan, circondano le scuole della regione di Kandahar minacciando di uccidere le bambine abilitate a frequentare le odiate scuole occidentaliste, terrorizzano Mumbai con la guerriglia di strada contro indù e occidentali e l’esecuzione a freddo dei missionari ebrei.
La pietà è erosa dalla guerra di civiltà, dal fanatismo ideologico binladenista, dall’islamismo politico radicale sparso per ogni dove. Il mondo si imbruttisce e le immagini apocalittiche da Gaza ci ricordano quanto sia sfregiato là dove comandano i guerrafondai di Hamas, i militanti di Khaleed Meshal al soldo di volta in volta della Siria e dell’Iran, come gli hezbollah, tutti a seminare terrore e a rompere fragili tregue sotto l’ombrello prenucleare di Mahmoud Ahmadinejad, il gentiluomo che ci ha fatto gli auguri di Natale dagli schermi britannici di Channel 4.
Per chi non volta la faccia dall’altra parte, i fatti sono rocciosi, non li si può aggirare. O gli ebrei se ne tornano da dove erano venuti, e quelli nati lì si dispongono a una nuova diaspora senza protezione, senza focolare, senza patria, senza stato, oppure devono difendersi con la deterrenza. Mentre arabi, palestinesi e protettori regionali iraniani celebrano la loro discordia, ma appena ottengono legittimazione per uno stato autonomo in Palestina subito alcuni di loro bruciano la Palestina e rilanciano la vocazione all’eliminazione dell’odiata entità sionista dalla carta geografica, Israele è condannata al destino nazionale di una guarnigione assediata che ha l’obbligo di incutere timore reverenziale ai suoi vicini.
Va via dal Libano meridionale e il fronte del nord diventa impossibile da vivere per i suoi civili colpiti dai razzi di Hezbollah. Va via da Gaza, cacciando con la forza in un lacerante dolore i suoi coloni che vivevano lì pacificamente da anni, con le loro città giardino e le loro sinagoghe, ed ecco che il fronte sud del paese diventa il bersaglio dei missili Kassam.
Barack Obama dovrà ora essere all’altezza delle sue dichiarazioni rese nella città martirizzata dai missili di Hamas, Sderot. «Qualunque cosa» disse l’estate scorsa in piena campagna elettorale, «anything», farei qualunque cosa per proteggere la casa dove dormono i miei figli aggredita dai missili di Hamas. Ma tutti noi, occidentali ed europei storditi dall’impotenza della nostra coscienza pulita e codarda, dagli inutili appelli alla pace quando la tregua è rotta, dobbiamo riflettere sulla doppia condanna di Palestina.
Le popolazioni civili arabe di Gaza e dei territori sono travolte dallo spirito di guerra degli estremisti che prendono il sopravvento, e il popolo di Israele è costretto a mostrarsi potente, spietato, chirurgico nella capacità di amputare le mille braccia del male che si annidano tra i civili nelle aree affollate di un territorio, la Striscia, guidato da una banda di terroristi animati dal sacro fuoco islamista e dalla fanatica idea di perseguire il bene e il paradiso maomettano con le loro mense popolari e le loro bombe umane.
L’ultima condanna degli ebrei è di mettere paura al mondo mentre si battono per sopravvivere.
Il compromesso che ha permesso la soluzione della crisi libanese è soltanto uno dei tre negoziati avviati nelle ultime settimane in Medio Oriente. Vi è una trattativa in corso per una sorta di cessate il fuoco tra Hamas e Israele. E ve n’è un’altra fra Israele e Siria per la restituzione a Damasco delle alture del Golan, occupate dagli israeliani nel 1967.
Il compromesso libanese potrebbe essere effimero e le altre due trattative potrebbero fallire. Ma vi è in queste tre vicende una novità importante. Il mediatore non è, come in passato, una potenza geograficamente estranea alla regione: Stati Uniti, Russia, Unione Europea, o uno dei suoi membri. I mediatori di oggi sono stati musulmani: Lega araba nella crisi di Gaza, Egitto in quella palestinese e Turchia in quella israelo-siriana. Vi sono stati altri casi in cui i musulmani hanno cercato di sbrogliare le matasse delle loro vicende regionali, ma spesso con scarso impegno e mediocri risultati. Oggi il clima è cambiato.
A Doha, in Qatar, dove è stato negoziato il compromesso libanese, il segretario della Lega araba, Amre Moussa, ha messo i contendenti con le spalle al muro e li ha costretti a firmare l’accordo. La causa di questo maggiore impegno sta probabilmente in un’altra crisi, provocata dalla politica estera di George W. Bush, a cui l’eurocentrismo occidentale ha prestato minore attenzione: il dissidio politico e confessionale fra sciiti e sunniti.
Con la guerra afghana e l’occupazione dell’Iraq, gli Stati Uniti hanno sbarazzato l’Iran di due fra i suoi peggiori nemici (i talebani e il regime di Saddam Hussein) e gli hanno offerto l’occasione d’imporsi come potenza regionale. Il suo presidente, Mahmoud Ahmadinejad, dispone oggi di tre alleati: Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina e il governo dello sciita Nuri al-Maliki a Baghdad. Grazie all’America, paradossalmente, l’Iran è oggi più forte di quanto fosse all’inizio della presidenza Bush. La sua ascesa preoccupa gli stati arabi sunniti anche perché Ahmadinejad ha fatto del suo meglio per apparire come il migliore paladino del patriottismo islamico. Le sue filippiche contro Israele non minacciano di estinzione uno stato che potrebbe difendersi con l’arma nucleare. Servono per dimostrare alle masse arabe che l’Iran è più sensibile ai loro sentimenti di quanto siano i loro impotenti governi sunniti.
I negoziati delle scorse settimane sono la risposta sunnita alla minaccia iraniana. Gli stati arabi e la Turchia hanno capito che il miglior modo per controllare la crescente potenza del regime degli ayatollah è disinnescare le crisi regionali che hanno permesso a Teheran di arruolare alleati. Occorre separare la Siria dall’Iran. Occorre impedire che Hezbollah e Hamas divengano strumenti della politica estera iraniana. Questo è possibile soltanto restituendo a Damasco le alture del Golan e riconoscendo Hezbollah e Hamas come legittimi rappresentanti di una parte importante delle società libanese e palestinese. L’operazione è stata favorita dalle traversie del premier israeliano. Indagato per corruzione, Ehud Olmert ha intravisto nel negoziato con la Siria la possibilità di assicurare, con un successo diplomatico, la propria sopravvivenza.
Questa nuova intraprendenza dei paesi arabi e della Turchia non piacerà né agli Stati Uniti né all’Iran. I primi non controllano più il governo di Beirut, il secondo potrebbe perdere le sue quinte colonne in Libano e in Palestina. Ma l’Ue ha interesse a incoraggiare questi negoziati e può farlo riconoscendo che Siria, Hezbollah e Hamas sono protagonisti necessari di qualsiasi trattativa di pace.

Israele è sotto assedio intellettuale e morale, in Europa, nei giorni del suo sessantesimo compleanno. Minoranze faziose e rumorose contestano brutalmente il suo diritto alla festa, alla presenza come stato ospite, dunque come paese e come popolo, come identità nazionale, in manifestazioni culturali come le fiere del libro di Torino e di Parigi. C’è diritto al dissenso, sebbene il «boicottaggio» e il rogo delle bandiere siano livelli di rottura delle convenzioni polemiche, e di odio, duri da sopportare. Ma la questione vera è: che cosa significa questo dissenso?
Siamo sempre allo stesso punto, sebbene proprio questo punto sia futilmente, ipocritamente negato: è in discussione il diritto all’esistenza di uno stato ebraico in Medio Oriente. Alcuni tra gli odiatori di Israele negano che questa sia la posta in gioco e si rifugiano nella distinzione fra la critica della politica dei governi, legittima, e l’inimicizia verso lo stato. Altri, più duri ma più chiari e sinceri, stanno sulla scia di Tariq Ramadan, il controverso predicatore e agitatore islamista euro-occidentale che vuole uno stato senza radici ebraiche al posto di Israele, cioè la scomparsa del sionismo, del focolare nazionale degli ebrei.
Teoricamente Israele potrebbe voltarsi dall’altra parte e occuparsi della vera minaccia alla sua sicurezza, che è la minaccia nucleare dell’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. A 60 anni quel paese benedetto, quella democrazia unica in quelle forme in Medio Oriente, quello stato-guarnigione uscito dalle tragedie del Novecento e da sogni plurisecolari gode per certi aspetti di buona salute, ha fatto immensi progressi. Nell’analisi del Financial Times, gli israeliani «hanno molte ragioni per guardare con soddisfazione alla loro storia e con fiducia al loro futuro». Il loro è un paese ricco, robusto, con una rete di alleanze solida, a partire da quella con il paese più potente del mondo, gli Stati Uniti; e hanno un esercito non invulnerabile ma che torreggia sui vicini, come d’altra parte primeggiano le loro tecnologie, il loro grado di felice integrazione di etnie, lingue ed esperienze diverse, la forza delle istituzioni e della cultura laica e religiosa. Ma Israele non si volta dall’altra parte, e ha ragione di non farlo, davanti alle provocazioni ideologiche delle élite e dei gruppi militanti antisionisti in Europa.
Quando Gianni Vattimo, un filosofo che ama scherzare con le proprie idee nichiliste, rivaluta i Protocolli degli anziani savi di Sion, cioè il clamoroso falso antisemita che l’Europa ha esportato in terra islamica e ora reimporta dopo nuovi nutrimenti e consolidamenti in lingua araba, il veleno della delegittimazione e dell’odio ricomincia a circolare e il disagio prenucleare di Israele, quello che conta come pericolo imminente e chiaro, si ripropone in tutta la sua portata. Gli ayatollah e Ahmadinejad hanno giocato la carta del negazionismo e dell’antigiudaismo in modo chiaro, hanno costruito ponti con la comunità intellettuale europea invitando i suoi studiosi antisemiti a convegni storici parodistici ma insidiosi, l’assedio di Israele stringe insieme un fronte molto più robusto e ampio di quanto non sembri, da Teheran a Torino, a Oxford, alla Rive gauche: il fronte della menzogna.
Israele può essere minacciato esistenzialmente perché non esiste nelle carte geografiche su cui studiano generazioni di arabi e di iraniani, e può essere messo in stato d’assedio perché la sua storia viene negata in Europa. Negata come vicenda umana fatta di emigrazione, di guerre contro il rifiuto arabo, di lotta per l’indipendenza sotto il mandato britannico. Negata come fatto e come diritto sancito dalle Nazioni Unite.

Senso Vietato di Enzo Bettiza
Il vertice di Annapolis sulla Palestina, conferenza spettacolare (sotto il patrocinio di Washington vi hanno partecipato l’israeliano Ehud Olmert, il palestinese Abu Mazen, la Lega araba, altri paesi islamici, gli stati del G8 e perfino il Vaticano), ha rappresentato un primo tentativo internazionale di cercare una soluzione all’annoso conflitto dopo il fallimento di Camp David nel 2000. S’è trattato di una sovraffollata riunione preparatoria, una sorta di censimento globale delle questioni irrisolte tra israeliani e palestinesi. Il tutto potrebbe sfociare in una seconda conferenza, più ristretta, con i due contendenti sospinti dall’arbitro americano verso il centro del problema: la coesistenza pacifica tra due popoli e due stati.
Dopo Annapolis i punti principali che interesseranno la Casa Bianca saranno due. Primo: legittimare ancor di più l’immagine internazionale del presidente palestinese Abu Mazen, che è anche leader di Al Fatah in Cisgiordania, opponendolo allo scisma radicale di Hamas nella Striscia di Gaza. Secondo: consolidare l’appoggio di un nuovo partner europeo, che non sarà più inglese dopo il cambio della guardia nel governo di Londra.
È qui la novità destinata a mutare il quadro delle alleanze fra Stati Uniti ed Europa, influendo, in senso terapeutico, anche sul tumore mediorientale.
L’attuale primo ministro Gordon Brown, ammaccato da paralizzanti cadute, non può sostituire Tony Blair nel sostegno alla politica estera del presidente americano. Brown è ormai considerato un’anatra zoppa. La sua immagine pubblica è rovinosamente crollata dopo lo scandalo dei cd contenenti nomi, introiti, conti correnti di metà della popolazione britannica scomparsi dal ministero del Tesoro. Poi il trauma dei mutui, non più disponibili nelle casse vuote della Northern Rock, che ha suscitato il panico fra i risparmiatori: la responsabilità è ricaduta subito sull’ex cancelliere dello Scacchiere, cioè Brown, il quale, a suo tempo, aveva dispensato la Bank of England dal ruolo di supercontrollore delle attività bancarie. Si è inoltre appurato che l’ex cancelliere aveva incrementato il debito pubblico abbandonandosi, scrive The Economist, alla «baldoria della spesa».
La catena di disastri ha macchiato la reputazione del Partito laburista (il mutuo facile era un suo fiore all’occhiello) che usava presentarsi agli elettori come il più affidabile cane da guardia delle operazioni finanziarie dello stato e degli istituti di credito. La decennale ambizione di Brown, essere un successore a lungo termine di Blair, è risultata di colpo vanificata e infondata.
Ma George Bush ha trovato, incredibilmente a Parigi, il successore del compagno di cordata che gli è mancato a Londra. Oggi è Nicolas Sarkozy il vero erede della «Blair diplomacy». Mentre Brown rivedeva il rivale perfino ad Annapolis, dove Blair ha operato nel solco dell’Onu in qualità di supervisore delle politiche mediorientali, Sarkozy dava una mano alle fatiche e alle speranze di Bush.
L’antiamericanismo veterogollista non è nelle corde atlantiche del presidente francese: egli, sostenuto dal cancelliere tedesco Angela Merkel, ha imposto l’alt alla «diplomazia della compiacenza» su Iran, Cina, Russia e, di conseguenza, sui gineprai del Medio Oriente. Il resto dell’Europa non potrà fare altro da quello che fanno le intendenze. Adeguarsi al passo degli stati maggiori di Parigi e di Berlino.

L’europeo
Il discorso di Shimon Peres al parlamento turco è un successo della politica estera israeliana. Dimostra che Israele non è isolato e può contare sull’amicizia di un grande stato islamico. I rapporti tra Gerusalemme e Ankara sono ottimi da molti anni. Ma era lecito chiedersi se sarebbero rimasti tali anche dopo il nuovo successo elettorale del partito musulmano di Recep Erdogan nelle ultime elezioni e l’ascesa di un suo esponente alla presidenza della repubblica. L’accoglienza riservata a Shimon Peres dimostra che nulla è cambiato. Come in passato Israele continua ad avere due grandi amici: gli Stati Uniti e la Turchia. E il fatto che la seconda gli sia amica mentre quasi tutti i paesi arabi paiono delusi dal modo in cui il governo Olmert affronta la questione palestinese, rende l’amicizia ancora più preziosa.
Ma il successo maggiore, probabilmente, è turco. La Turchia che accoglie Peres nel proprio parlamento è diventata in questi ultimi tempi una grande potenza regionale. Ha ricucito le relazioni con la Siria, paese che dava la sensazione di non avere mai dimenticato la perdita di una città siriana, Alessandretta, assegnata alla Turchia negli anni Venti. Ha buoni rapporti con l’Iran e sta lavorando con Teheran alla costruzione di un grande gasdotto, il Nabucco, che dovrebbe trasportare il gas del Caspio attraverso i Balcani sino al cuore dell’Europa centrale. Ha mandato truppe sulla frontiera del Kurdistan iracheno, ma le sue aziende sono necessarie allo sviluppo di questa provincia, la sola in Iraq dove la stabilità politica abbia generato un piccolo miracolo economico. Sa che molti governi europei non desiderano il suo ingresso nell’Ue, ma continua a lavorare seriamente per quell’obiettivo. Può invitare ad Ankara il leader di Hamas a Damasco, Khaled Meshal, senza rinunciare ai propri rapporti con Israele. Questa posizione centrale le permette di avere una considerevole influenza. Non sarà facile in futuro affrontare le crisi della regione senza tenerne conto. Quanto tempo passerà prima che il Quartetto (Usa, Russia, Unione Europea, Onu) costituito per la soluzione della crisi palestinese diventi con l’aggiunta della Turchia un quintetto?
All’origine di questi successi della diplomazia turca vi sono due fattori. Il primo è la forza di attrazione di un paese che sta diventando potenza economica e può dare un contributo determinante alla crescita dei propri vicini. Il secondo è un’imprevista conseguenza della politica americana in Iraq. Quando gli Stati Uniti decisero d’invadere il paese di Saddam Hussein, la Turchia non permise che le truppe americane si servissero del suo territorio. Temeva, con ragione, che il collasso del regime iracheno avrebbe consolidato l’autonomia della provincia curda nel nord del paese e che la nascita di un Kurdistan pressoché sovrano avrebbe prodotto un effetto calamita sulle popolazioni curde della Turchia sudoccidentale. Da allora i rapporti turco-americani si sono alquanto raffreddati.
Nessuno dei due paesi può fare a meno dell’altro, ma la Turchia di Erdogan ha cominciato a pensare a se stessa e a fare diplomazia senza lasciarsi condizionare dal suo vecchio rapporto con gli Stati Uniti. Queste manifestazioni di indipendenza hanno giovato alla sua immagine e l’hanno resa più credibile di quanto non fosse quando sembrava allineata sulle posizioni di Washington.
Il fenomeno turco, incidentalmente, contiene una interessante lezione per Washington. Gli americani sono andati in Iraq nella convinzione che la guerra avrebbe rafforzato la loro posizione nella regione. Ma hanno creato un insolubile problema iracheno, rafforzato il sentimento antiamericano nella regione, alimentato le ambizioni nucleari dell’Iran, aumentato l’instabilità del Pakistan. E corrono ora il rischio di perdere uno dei loro maggiori alleati nella regione.

da Panorama del 1 giugno 1967
di Carlo Casalegno*
Davanti alla tensione fra Israele e il mondo arabo, non si può restare distaccati e neutrali. Siamo in molti, penso, a non trovare soddisfacente l’olimpica imparzialità, con cui l’on. Fanfani mette le due parti sullo stesso piano e distribuisce a entrambe consigli di saggezza e di moderazione. Forse si deve approvare la cautela diplomatica delle grandi potenze, direttamente impegnate in una crisi di estrema gravità: all’Italia, che ha ben minori responsabilità politico-militari, e può far pesare invece un prestigio morale non trascurabile, si addice un energico richiamo alla legge internazionale, ai motivi ideali, alla giustizia. Il conflitto che incombe sulla Palestina non è una di quelle controversie per il tracciato d’una frontiera o la spartizione d’una provincia, dov’è difficile distinguere con un taglio netto la ragione e il torto; gli Stati arabi si propongono di cancellare Israele dalla faccia della terra. È una esplicita minaccia di genocidio.
Programma di sterminio. Che gli arabi sentano Israele come un corpo estraneo, inseritosi a forza nella regione che gli ebrei avevano perduto da diciannove secoli, è comprensibile; e si deve capire l’amarezza degli esuli, l’insofferenza e la frustrazione dei novecentomila profughi palestinesi. Ma lo Stato israeliano è sorto perché nel 1947 i nazionalisti arabi rifiutarono di accettare la pacifica convivenza dei due popoli; esiste da diciannove anni, è cresciuto per un milione e mezzo di emigrati; e i profughi vivono ancora nell’ozio miserabile e avvilente delle «bidonvilles» soprattutto per volontà dei Paesi «fratelli». Anziché accoglierli a proprio vantaggio (l’Onu e Israele avrebbero pagato le spese), hanno preferito mantenere quest’esercito di disperati, in cui è facile arruolare terroristi, e che serve come arma di ricatto internazionale. Il buon senso (se non l’astratta giustizia), l’interesse, le prospettive di una proficua collaborazione consigliavano agli Stati arabi – vastissimi, spopolati e depressi – di cercare un accordo ragionevole con la piccola nazione ebraica; dal 1948 non hanno rinunciato né allo stato di guerra né al programma di sterminio.
Dopo la rovinosa disfatta del ’48, i governi arabi non hanno mai preso l’iniziativa di grandi operazioni militari, né (malgrado la prevalenza numerica di venti a uno) si sono cullati nell’illusione di una facile vittoria. Gli appelli alla «guerra santa» sono stati adoperati spesso come strumenti di politica interna; la corsa all’estremismo antisionista è servita a Nasser, ai colonnelli striani, ai dirigenti algerini per conquistare posizioni egemoniche nel mondo arabo e per indebolire i «tiepidi»: re Hussein di Giordania, il presidente tunisino Burghiba. Alla guerra aperta, anche i fanatici hanno preferito il «bluff», il blocco dei confini, le incursioni dei terroristi. Ma anche questo gioco è distruttivo, e mortalmente pericoloso.
Israele sa di essere circondato da nemici irriducibili, che crescono di numero e che si vantano di educare all’odio i loro figli; che ricevono armi in quantità crescenti e imparano ad adoperarle meglio; che esercitano una pressione logorante su tutte le frontiere. L’Egitto ha chiuso il Golfo di Aqaba: Israele è isolata dal Mar Rosso e dalla via del petrolio. Terroristi ospitati, istruiti, armati in Siria e in Egitto, operano lungo 800 chilometri di confini terrestri particolarmente adatti alle imboscate.
Soltanto la superiore efficienza militare e un solido coraggio possono trattenere gli israeliani dalla guerra preventiva – o dalla disperazione. Israele è uno Stato più piccolo del Piemonte, ha meno abitanti di Roma, manca di confini naturali, è stretto fra quattro vicini soverchianti e nemici. Si estende fra le montagne del Libano e il Mar Rosso, su una lunghezza che è metà di quella dell’Italia; la larghezza massima non equivale alla distanza tra Torino e Milano, e un buon terzo del territorio si trova entro la portata dei cannoni appostati oltre frontiera. L’esercito non ha spazio per ritirarsi, né la popolazione civile per disperdersi: un attacco con i missili sarebbe il massacro.
Questa patria, gli israeliani non l’hanno ereditata da nessuno, né l’hanno tolta agli arabi: se la sono creata pezzo per pezzo. L’intera Palestina, ai tempi del dominio turco, consentiva un’esistenza stentata a mezzo milione di uomini; oggi nel solo Israele, che per metà è ancora un deserto, due milioni e mezzo di abitanti hanno il più alto tenore di vita del Medio Oriente. Alla fine dell’800, pochi pionieri incominciarono l’impresa folle e paziente di redimere la sterile terra promessa dalla Bibbia agli ebrei; da allora, ogni anno nuovi giardini, agrumeti, campi di grano sono strappati alle pietre delle colline, alla sabbia del Negev. Nella desolazione del Mar Morto è sorta una moderna industria chimica, e dalle miniere di Re Salomone sono tratti i fertilizzanti per un’agricoltura d’avanguardia.
Superstiti degli eccidi. L’esistenza stessa del popolo israeliano è una conquista. Esso ha una millenaria base razziale, e vede nella più antica delle religioni monoteistiche il fondamento della sua idea nazionale; ma si è formato negli ultimi decenni, con la fusione dei più diversi gruppi di immigrati: pionieri del sionismo, profughi dell’impero zarista, scampati dei «lager», intere comunità venute dal mondo islamico. Li unisce un tratto comune: le persecuzioni li hanno condotti in Palestina. L’idea sionista nasce dall’antisemitismo, negli anni dei Pogrom russi e dell’«Affare Dreyfus»; poi il razzismo hitleriano e il nazionalismo arabo hanno popolato Israele. La nuova patria ha dato un rifugio ai superstiti dell’eccidio, una speranza a milioni di perseguitati; ha restituito il senso del focolare a chi si sentiva disperso, e ha liberato gli oppressi dall’incubo della persecuzione. È doveroso tutelare i legittimi interessi degli arabi, ma non si può accettare che plachino il loro nazionalismo distruggendo questo Stato-santuario. Israele è una frontiera per tutti gli uomini civili.
*Carlo Casalegno fu ucciso dalle Br il 16 novembre 1977. Qui alcuni articoli in suo ricordo