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Luca-Ricolfi

di Luca Ricolfi
L’opinione pubblica è arrabbiata. Ogni giorno i giornali tirano fuori nuove malefatte dei politici, nuove ragnatele di operazioni sospette, nuove liste di nominativi più o meno coinvolti nelle inchieste della magistratura. Stiamo ripiombando così in un clima politico simile a quello del 2007, culminato nel Vaffa-day promosso da Beppe Grillo. C’è una differenza importante, però, rispetto ad allora. Continua

di Luca Ricolfi
Giusto in questi giorni si sta concludendo, in commissione Giustizia, l’esame del disegno di legge sulle intercettazioni. Scenderanno in campo eserciti di politici, magistrati, avvocati, giornalisti, armati di ogni sorta di cifre e statistiche. L’esercito antiintercettazioni dirà che in nessun paese civile si intercetta come in Italia. Qualcuno si spingerà persino a ripescare una vecchia ricerca dell’Eurispes, che già nel 2005 proclamava che il fenomeno delle intercettazioni «interessava» quasi 30 milioni di cittadini. A tanto ammontava, secondo questa disinvolta fonte, il numero di individui ascoltati nel decennio 1995-2004 (Nessun segreto, Roma, agosto 2005). L’esercito pro intercettazioni minimizzerà, magari appoggiandosi all’autorità del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, secondo cui le persone sottoposte a intercettazione sarebbero appena 20 mila (C’era una volta l’intercettazione, Stampa alternativa, 2009). Continua

Da un po’ di tempo i due maggiori partiti, Pdl e Pd, sono attraversati da convulsioni interne. Prima era stato il Pdl siciliano a subire la scissione del Pdl-Sicilia, guidato da Gianfranco Micciché. Poi era toccato al Pd, con Sergio Chiamparino e Massimo Cacciari tentati di fare il partito democratico del Nord. Poi è toccato di nuovo al Pdl, con la minaccia di Gianfranco Fini e dei suoi di costituire gruppi parlamentari autonomi, se non di rifare Alleanza nazionale. Ma che cosa succede nella politica italiana? Continua

Ci sono numeri che sfuggono alla nostra esperienza. I numeri estremamente piccoli, innanzitutto: chi ha un’idea concreta di quanto sia 1 milionesimo di secondo? E 1 miliardesimo di millimetro? Quanto è grande un atomo? E un quark? E poi i numeri estremamente grandi: la distanza della Terra dal Sole, l’età dell’universo, la velocità della luce. Insomma, sembra che riusciamo a muoverci con una certa destrezza solo con i numeri «medi», né troppo piccoli né troppo grandi. Continua
di Luca Ricolfi
Con i numeri qualche volta si esagera. E spesso si capisce anche perché: i governi amplificano i risultati della lotta all’evasione fiscale, per autoelogiarsi, le forze dell’ordine gonfiano il valore della merce sequestrata, per dimostrare la propria efficienza. Ci sono casi, però, in cui le ragioni dell’estremismo numerico sono meno evidenti. Continua
di Luca Ricolfi
Il tenore di vita medio delle regioni meridionali, contrariamente a quanto si sente spesso ripetere, non è significativamente diverso da quello delle regioni del Nord. L’apparenza di un Mezzogiorno che starebbe molto peggio del Settentrione deriva da tre omissioni: si trascurano i redditi derivati (sussidi), si ignorano le differenze nel costo della vita, si dimentica di includere nel computo il valore del tempo libero in più di cui dispongono i cittadini meridionali. Se questi elementi vengono invece presi in considerazione, il quadro cambia drasticamente: il Sud sta leggermente peggio del Nord se si considerano solo i consumi pubblici e privati in termini reali, sta un po’ meglio se si computa anche il tempo libero addizionale (i dettagli del calcolo si trovano nel mio libro Il sacco del Nord). Continua
di Luca Ricolfi
È da almeno tre o quattro anni che, periodicamente, sentiamo ripetere più o meno questo discorso: il reddito pro capite degli italiani, e segnatamente dei lavoratori dipendenti, è molto minore di quello della maggior parte dei paesi europei sviluppati. Di qui la richiesta di incrementi retributivi, o sotto forma di minori tasse o sotto forma di riduzione del cuneo contributivo, o sotto forma di aumenti dei minimi contrattuali. Ovviamente sottoscritto dai sindacati dei lavoratori, questo ragionamento ha spesso avuto anche l’autorevole avallo della Banca d’Italia, che in più occasioni ha fatto rilevare sia la «leggerezza» delle nostre buste paga sia gli effetti negativi che retribuzioni troppo basse possono esercitare sulla propensione al consumo, e per questa via sulla domanda aggregata e la crescita. Continua
di Luca Ricolfi
La crisi dell’economia mondiale è iniziata nell’agosto 2007, con lo scoppio della bolla immobiliare americana (i cosiddetti mutui subprime). Si è poi aggravata di colpo nel settembre 2008 con il fallimento della Lehman Brothers. Da allora abbiamo sempre sentito due sole canzoni. Quella del governo, che ha ripetuto instancabilmente che l’Italia ha retto, e anzi se l’è cavata meglio della maggior parte degli altri paesi. E quella dell’opposizione, che altrettanto instancabilmente ha ripetuto che siamo andati peggio degli altri paesi, e che il governo doveva e poteva fare di più. Continua
di Luca Ricolfi
Ci sono dati duri, che sono quello che sono. Magari arrivano in ritardo, ma quando arrivano se ne stanno lì, e nessuno può cambiare le carte in tavola. Rientrano in questa categoria, per esempio, il numero di matrimoni civili, il numero di ore di cassa integrazione, il numero di auto immatricolate. Certo può esserci qualche svista, qualche errorino qua e là, ma se l’Aci (Automobile club d’Italia) dice che nel 2008 sono stati immatricolati 2.193.822 autoveicoli, non ti viene in mente che possano essere stati la metà o il doppio, e nemmeno il 5 per cento in più o in meno. Quando si parla di dati siamo portati a pensare che siano abbastanza solidi, come quello delle immatricolazioni. Invece non è così, per almeno due ragioni. Continua
Di Luca Ricolfi
Prima della crisi, la diagnosi più frequente che si sentiva sull’economia italiana era che fosse in stagnazione. Ed effettivamente era così: se guardiamo al periodo 2001-2008, prima del grande tonfo di quest’anno (il pil ha perso quasi il 5 per cento), la maggior parte delle variabili dell’economia era in una fase di stasi. Il pil cresceva molto lentamente, la produttività era praticamente ferma, il debito pubblico, pur fra qualche oscillazione congiunturale, restava sopra il 100 per cento del pil. Continua