
Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia
Si possono dire tante cose. In salotto, a pranzo, magari a cena fuori casa. Passeggiando per il corso, conversando amabilmente in un caffè del centro o mentre si aspetta che cominci il film al cinema mangiando popcorn. Insomma, le occasioni non mancano per dire «tante cose». In un interrogatorio, però, ci si aspetta che si dicano solo le «cose» di cui si ha certezza. Continua

L’arcitaliano
Il tentativo di presentare Totò Cuffaro, detto “Vasa vasa”, come un tenebroso e potente amico dei mafiosi e loro favoreggiatore segreto si scontra con l’apparenza. L’apparenza inganna, ma non sempre. Il personaggio è di una bonarietà e simpatia irrefrenabili, contagiose, di una rotondità fisica e psicologica che colpisce a prima vista. Che sia anche un pasticcione politico, è certo. Una volta lo ritrovi assessore con il centrosinistra siciliano, un’altra volta capo popolare amato e votato del centrodestra e governatore della Sicilia a furor di popolo. Mi hanno raccontato che al Meeting di Cl a Rimini per lui e altri oratori si è riempita una grande sala, circa 1.030 persone, lui ha chiesto di parlare per primo perché doveva correre a Santiago de Compostela per farsi 50 chilometri di pellegrinaggio, ha parlato e alla fine si è alzato e se ne è andato, e con lui se ne sono andati in 1.000 dei suoi uditori plaudenti e cammellati, lasciando lì una trentina di astanti. Todos pellegrinos.
L’uomo è così, si mescola alla folla e la attrae, la organizza e la guida, arraffa i voti dove stanno, costruisce il consenso senza badare a spese, è nella sua natura di politico meridionale fatto e finito, il tipico capo popolare che rispetta i poteri sociali, le combriccole professionali, quelli che hanno radici e risorse per fare e disfare la politica e il potere.
Ma c’è un fondo trasparente e perfino ingenuo nel suo modo di fare politica inglobando e ingurgitando tutto, e affabulando, che stabilisce una distanza stellare dalla logica dei pizzini, dei silenzi autorevoli, dei rapporti di scambio segreti della mafiosità tradizionale. Il bacio di Totò Riina a Giulio Andreotti era contro le apparenze, e si è visto come è finita. Non sarebbe intelligente farsi fregare un’altra volta.
Questo per la psicologia di un processo, e da quando i processi sono diventati riscrittura della storia repubblicana e fumosi schermi giudiziari dietro i quali si staglia non già la repressione criminale dei delitti di mafia, impegno doveroso, ma una più generica lotta alla mafia intesa come repulisti politico e morale della Sicilia dalle sue cattive abitudini, inclinazione facoltativa e ambigua, la psicologia conta.
Ma c’è dell’altro. L’imputato Cuffaro ora chiede il legittimo sospetto, chiede di trasferire altrove il dibattimento. E ne ha ben donde. Perché la procura di Palermo si è spaccata sul suo caso in forme inaudite per un giusto processo. Mentre i pubblici accusatori di Cuffaro stavano per parlare dell’ipotesi di favoreggiamento aggravato, altri sostituti procuratori palermitani, a nome dei quali sentenziava il dottor Alfredo Morvillo, hanno attaccato pubblicamente i loro colleghi dicendo che in quel caso ci voleva il concorso esterno in associazione di stampo mafioso, e che questa era la vera linea della procura. Roba da pazzi. Un indice tanto chiaro di spirito divisivo e fazioso non era ancora mai arrivato da una procura della Repubblica, e a farne le spese come al solito è stato un imputato, per il quale il reato attribuitogli e l’entità della pena sono stati messi per così dire all’asta, in un gioco al rialzo.
Era già successo con lo strutturato e sereno e imponente Vladimiro Crisafulli, leader popolare della sinistra nella Sicilia orientale incastrato dalle chiacchiere e poi prosciolto. Era stato beccato a parlare con un mafioso, al quale peraltro spiegava che non doveva rompergli le scatole più di tanto, e rispose all’accusa di collusione che lui nella società siciliana ci campa, come politico eletto e come persona, e che se dovesse interrompere i rapporti sociali ordinari per chiudersi in una bolla perbenista purificatrice dovrebbe cambiare mestiere e lasciare il governo dell’isola ai poliziotti. Decisione di stato che non è ancora legge, né in Sicilia né in Calabria, dove due terzi del consiglio regionale sono sotto indagine, e a parlare con i colleghi si rischia ogni giorno il favoreggiamento.