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Magdi-Allam

Allam: Adoratori dell’ipermercato

Sguardi sul Ramadan

Ciò che oggi accomuna gli Stati Uniti d’America, emblema del capitalismo mondiale, e la Cina popolare, roccaforte dell’ideologia comunista che sopravvive al crollo del Muro di Berlino, l’Italia, culla del Cattolicesimo, e l’Arabia Saudita, terra sacra dell’Islam, Israele, focolare del popolo ebraico, e l’India, patria di 1 miliardo di induisti, è la religione universale del mercato che adora il dio denaro, predica il culto del materialismo, persegue la felicità del consumismo e ha elevato a santuario mondiale l’ipermercato.
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Allam: Se la legge cede alle tradizioni religiose

Uno scritto del Corano

Di Magdi Allam

Le vie di Allah sono infinite. La legge islamica si sta infiltrando nel nostro codice dalla porta principale, avallata dal più alto livello di giudizio della magistratura italiana. Succede con la recente sentenza numero 32824 del 2009 della Corte di cassazione che, nel confermare la condanna a 10 mesi di reclusione di un marito musulmano residente a Forlì che considerava un proprio diritto maltrattare la moglie perché «lo prescrive il Corano», ha ritenuto di dover assolvere l’Islam come religione e legittimare il Corano come libro sacro, sostenendo che «la fede islamica, ove pure non sancisca la parità dei sessi nel rapporto coniugale, tuttavia non autorizza i maltrattamenti da parte del marito e, anzi, pone a fondamento della sua autorevolezza proprio il dovere di astenersene».
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Magdi Allam: Succubi dell’islamicamente corretto

Granada, gioiello dell'arte araba

Di Magdi Allam

Vi siete mai domandati perché la stampa italiana, con rare eccezioni, scrive Islam con la i maiuscola, mentre scrive «cristianesimo» ed «ebraismo» con la c e con la e minuscole? Perché pressoché tutti i diplomatici, i politici, gli esponenti religiosi, gli intellettuali e i giornalisti si astengono dal dire «terrorismo islamico» e si limitano a indicarlo come «terrorismo» o tutt’al più come «cosiddetto terrorismo islamico»?

Perché se si oltraggia l’Islam tutti si indignano, si accettano come fondate le critiche di islamofobia e ci autocolpevolizziamo di razzismo confessionale, mentre se si oltraggia il Cristianesimo lo si ascrive alla libertà d’espressione? Perché proprio coloro che sono in prima linea contro il Cristianesimo, la Chiesa e il Papa li ritroviamo in prima linea a favore dell’Islam, delle moschee, delle scuole coraniche e persino dell’introduzione della sharia nel nostro stato di diritto?

La risposta è perché siamo succubi dell’islamicamente corretto, ovvero di un approccio ideologico che ci impone di non dire e di non fare nulla che possa urtare la suscettibilità degli islamici, a prescindere da qualsiasi altra considerazione razionale e sensata che corrisponda al bene comune e all’interesse generale.
Andate a riguardarvi i titoli e i testi che descrivono la recente visita di Benedetto XVI in Terra santa e scoprirete il prevalere dell’islamicamente corretto. A partire dal modo di scrivere Islam fino alla flagrante mistificazione di una realtà in cui prevarrebbero il dialogo e la volontà di pace, mentre vigeva di fatto uno stato di massima allerta, con la mobilitazione di decine di migliaia di soldati e poliziotti nella consapevolezza che il Papa è nel mirino degli estremisti e dei terroristi islamici.
A caratteri cubitali si è fantasticato sull’unione delle tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche (tutti luoghi comuni del tutto infondati), mentre si è relegato in caratteri minuti l’incitazione all’odio contro il Papa del portavoce di Hamas, Yunis al-Astal; dello sceicco Taysir al-Tamimi, presidente dei tribunali islamici; dello sceicco Maqam Shahabuddin, imam di una moschea di Nazareth.
L’islamicamente corretto l’abbiamo conosciuto a Milano lo scorso 3 gennaio, quando migliaia di islamici occuparono piazza del Duomo senza alcuna autorizzazione, forzarono un posto di blocco ferendo quattro agenti, oltraggiarono con l’esibizione della preghiera islamica un simbolo della cristianità, bruciarono le bandiere israeliane. Ebbene, loro l’hanno fatto nella certezza dell’impunità ed effettivamente nessuna sanzione è scattata nei loro confronti, nonostante il dovere dei magistrati di intervenire per l’obbligatorietà dell’azione penale.
Ecco perché oggi più che mai essere islamicamente scorretti corrisponde all’affermazione della verità e alla salvaguardia della libertà, all’impegno serio e costruttivo per una civiltà in cui valori e regole siano una certezza e una garanzia per tutti.
Dobbiamo chiarire a noi stessi che non siamo una landa deserta; e dobbiamo chiarire loro che non siamo una terra di conquista.

Allam: Non sempre il dialogo paga

Mahmoud Ahmadinejad

Di Magdi Allam
L’Iran continua a sfidare la comunità internazionale procedendo speditamente nel programma di arricchimento dell’uranio che gli consentirà di possedere la bomba atomica. Israele, che il regime naziislamico di Ali Khamenei e di Mahmud Ahmadinejad ha promesso di distruggere, si prepara ad attaccare i siti nucleari iraniani per prevenire il secondo e definitivo olocausto dello stato ebraico.
Tutti dovremmo sapere che, a meno di un improbabile cambiamento radicale della strategia terroristica di Teheran, la guerra ci sarà. Forse già nei prossimi mesi. E prevedibilmente Israele sarà costretto a usare armi nucleari per difendere il proprio diritto alla vita, con l’inevitabile catastrofe planetaria che ne conseguirà.

Eppure, il mondo assiste inerte a questa tragica prospettiva. L’Unione Europea, come ha dimostrato nella conferenza sul razzismo svoltasi a Ginevra il 20 aprile, è più che mai divisa e incapace di esprimere una posizione comune in politica internazionale, sui temi della difesa, della sicurezza e dell’integrazione. Che pena assistere al reality show dell’abbandono dell’aula poco dopo l’inizio del discorso di Ahmadinejad, una versione politica del Grande fratello, con un copione recitato ad arte da chi sapeva anticipatamente tutto nei minimi dettagli! Meglio ha fatto l’Italia disertando la conferenza. Ora però siamo coerenti fino in fondo, ponendo fine all’ignobile baratto dei valori in cambio del denaro, del petrolio e del gas iraniano. Perché diversamente faremmo anche noi parte, volenti o nolenti, di quanti sostanzialmente legittimano i nuovi nazifascisti islamici.

Mi preoccupa assai l’atteggiamento conciliante di Barack Obama, che farebbe venire meno la pregiudiziale sul processo di arricchimento dell’uranio se l’Iran assicurasse che lo userebbe solo per scopi pacifici. Mi ricorda la definizione data da Winston Churchill della persona conciliante, «uno che nutre il coccodrillo nella speranza che questo lo mangi per ultimo». Ed è la posizione che ha indotto il Vaticano, la Francia e la Gran Bretagna a partecipare alla conferenza. Ripetendo l’errore commesso dall’Europa a Monaco nel 1938 con Adolf Hitler. Immaginando che si possa placare l’appetito del tiranno concedendogli quanto esige nell’immediato, sperando che accetti la logica del compromesso e condivida la prospettiva della pace. In un contesto utopistico dove il dialogo è concepito come una bacchetta magica, dove a furia di dialogare prima o dopo tutti i problemi saranno risolti.
Proprio l’orrore della Seconda guerra mondiale avrebbe dovuto insegnarci che il dialogo non è mai fine a se stesso, che è sbagliato dialogare a prescindere dai contenuti. Il dialogo è semplicemente un ponte. Come tutti i ponti deve avere un forte radicamento su entrambe le sponde.
Bisogna avere la certezza che in partenza si condivida quantomeno il valore fondante della nostra umanità, il diritto alla vita, e che il punto d’approdo corrisponda al bene comune.

Ebbene, oggi più che mai Israele incarna il bene inalienabile della vita, dal momento che è l’unico stato al mondo a cui viene negato il diritto all’esistenza e di cui si predica apertamente la distruzione. Ecco perché solo schierandoci decisamente al fianco dello stato e del popolo ebraico tutti noi potremo salvare la nostra umanità e la nostra civiltà.

Romano: Ratisbona non fu una svista

Cronaca di una conversione: guarda la GALLERY

La lezione magistrale con cui il Papa, all’Università di Ratisbona, ricordò la disputa fra un imperatore bizantino e uno studioso musulmano sembrò a molti una svista, un capriccio accademico. Benedetto XVI parlava nella sua vecchia università, circondato da allievi e professori. Forse non pensava, quando scrisse la sua lectio, al modo in cui le sue parole sarebbero state interpretate negli ambienti islamici. Avremmo dovuto constatare, tuttavia, che le dichiarazioni con cui la Santa sede, nei giorni seguenti, espresse rincrescimento per i sentimenti offesi del mondo musulmano non dicevano: “Il mio pensiero è diverso”. Erano dichiarazioni diplomatiche, nello stile praticato da tutti i ministeri degli Esteri del mondo quando vogliono scusarsi senza scusarsi.

Ora, dopo due episodi delle scorse settimane, sappiamo che la lezione di Ratisbona non fu una svista. Il primo episodio è quello della nuova preghiera per gli ebrei che i sacerdoti dovranno recitare nelle cerimonie del Venerdì santo, quando saranno autorizzati a usare il messale latino preconciliare. Anziché pregare per i “perfidi giudei”, come nella vecchia formula, i sacerdoti chiederanno a Dio di aiutare gli ebrei “a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza”. E gli chiederanno di ascoltare le preghiere della sua Chiesa perché il popolo primogenito “possa giungere alla pienezza della redenzione. Per Cristo nostro Signore”. La differenza formale tra le due formule è grande, quella sostanziale insignificante, perché l’una e l’altra sono fondate sulla convinzione che gli ebrei debbano essere salvati dalle tenebre dell’errore.

Il secondo episodio è la solenne cerimonia pasquale con cui il Papa ha battezzato il giornalista Magdi Allam a San Pietro. Il battesimo di un adulto, convertito dall’Islam al Cristianesimo, è generalmente una celebrazione privata riservata ai familiari e agli amici del catecumeno. Come ha ricordato Claudio Magris (Corriere della sera del 25 marzo), i nuovi cristiani battezzati dal Papa nei tradizionali riti del Sabato santo “sono significativi, in quel momento, soprattutto in quanto anonimi e dunque rappresentanti di tutti”. Ma Allam non è anonimo. È un giornalista che conduce da anni una sua battaglia contro l’Islam, non soltanto radicale. Il Papa non poteva ignorare che in queste circostanze il battesimo di un “crociato” (così verrà definito negli ambienti del fondamentalismo musulmano) sarebbe parso un provocatorio “trionfo della fede”. Poco importa quali fossero le reali intenzioni. La Santa sede è troppo vecchia e saggia per non sapere che le intenzioni, in molti casi, sono meno importanti delle percezioni.

Altri segni suggeriscono che la Chiesa di Ratzinger sarà poco incline alla coesistenza pacifica con i “figli dell’errore”. Continuerà a essere ecumenica, ma con uno stile diverso dai suoi predecessori. Ciò che maggiormente interessa Benedetto XVI oggi è il rapporto con la Chiesa ortodossa. Tra Roma e Bisanzio le differenze teologiche sono modeste e l’unico punto dolente (il primato del vescovo di Roma) può essere forse affrontato e risolto con spirito nuovo. Il Papa polacco sperava di annettere al cattolicesimo i grandi spazi russi. Il Papa tedesco spera di ottenere lo stesso scopo promuovendo una sorta di confederazione ecclesiale greco-latina.

Di fronte a un progetto così aggressivo e ambizioso i liberali possono solo stare a guardare e garantire al Papa il diritto di parlare e agire secondo coscienza. Ma hanno anche il diritto di ricordare che lo stato europeo deve assicurare la felice e serena convivenza di tutte le confessioni religiose sul suo territorio. La sua unica fede si chiama tolleranza.

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