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Maurizio-Belpietro

Belpietro: Il fattore Veronica

Silvio Berlusconi e Veronica Lario
L’Editoriale

Eravamo abituati all’uso politico della giustizia e anche a quello delle vittime (pensate a quanti parenti di morti per terrorismo o per altri eventi drammatici sono stati candidati alle elezioni), ma all’uso politico del matrimonio e del divorzio no, per quello non eravamo pronti. Non so se questo sia un segno di progresso della dialettica parlamentare. Direi di no. Ma non voglio fare il moralista, mi limito ad annotare una svolta nelle consuetudini. Non voglio entrare, ovviamente, nella vicenda privata di Silvio e Veronica Berlusconi: i torti e le ragioni dell’uno e dell’altra sono affari loro e non di un editoriale. Mi limito a osservare che l’epilogo non è del tutto inatteso.

Che il matrimonio del presidente del Consiglio fosse sull’orlo di una crisi di nervi, e anche qualcosa di più, s’era capito da un pezzo. Fin da quando la moglie aveva preso carta e penna e aveva scritto alla Repubblica nel 2007 per lamentarsi del marito. Al di là dei contenuti, la scelta della testata più ostile a Silvio Berlusconi era densa di significati, uno sfregio che solo un sentimento di calcolata irritazione, se non di rancore, poteva guidare.

Così come carico di senso era stato un altro gesto precedente, ma non meno forte, quando Veronica Lario aveva deciso di rilasciare un’intervista sulla guerra in Iraq proprio a Micromega, il giornale vessillo dei giustizialisti. Concedersi ai nemici del proprio marito è una di quelle perfidie che solo una donna risoluta a litigare fino in fondo sa riservare al coniuge, in quelle domestiche guerre dei Roses che talvolta possono scoppiare dai grandi amori.

Ma, come dicevo, le ragioni che hanno portato a tutto ciò sono affari loro. Ciò che è affare nostro è l’uso che è stato fatto della vicenda. Che tutto questo venga impiegato da una parte politica per trarne vantaggio fa un po’ ridere. Così come anni fa, durante la presentazione del libro Tendenza Veronica di Maria Latella, mi divertì ascoltare una comunista (e femminista) come Luciana Castellina che quasi affidava a Lario il suo desiderio di rivincita contro l’odiatissimo Berlusconi. L’enfasi con cui certi giornali raccontano e commentano il divorzio dei first coniugi tradisce l’idea che l’unica vera oppositrice del Cav sia lei, Veronica. E il sogno di arruolarla tra le file dell’opposizione si è fatto largo a sinistra da tempo, al punto che alle ultime elezioni Walter Veltroni, con discutibile gusto, lanciò l’idea di candidarla tra le file del Partito democratico. E non è detto che prossimamente, vista la crisi in cui versa il Pd, qualcuno non ci riprovi, magari offrendole il posto di Dario Franceschini. Gli sviluppi, dunque, sono l’aspetto che più mi incuriosisce di questa vicenda.

Già, perché al di là dell’interesse un po’ pettegolo che tutti abbiamo per gli affari degli altri, accresciuto dal fatto che in questo caso gli altri sono anche famosi e potenti, resta da capire che influsso avrà il divorzio sulla carriera politica di Berlusconi. Lo penalizzerà o sarà ininfluente? O forse addirittura lo avvantaggerà perché i maschi solidarizzeranno con lui?
I sondaggi (Panorama ne pubblica uno qui) dicono che la fine del suo secondo matrimonio non peserà sui destini del Cav. Da vincente in politica deve fare i conti con una sconfitta in famiglia, ma ciò non ne intacca l’immagine di condottiero. Anzi, io credo che il divorzio restituisca un Cavaliere più normale, con i suoi successi (tanti) e i suoi guai (altrettanti). Lui per l’immaginario collettivo viene dal mondo della tv, che è sì fatto di lustrini, ma anche di lacrime.

Dunque non credo che la carriera del presidente del Consiglio sarà danneggiata. Ma, se così fosse, Berlusconi potrebbe sempre seguire l’esempio di Nicolas Sarkozy, che piantato da Cécilia si consolò subito con Carla Bruni. Perché una sconfitta si cancella solo con un successo. In politica, come in amore.

Belpietro: Perché Indro ruppe col Cav

Montanelli

L’editoriale
Approfittando della ricorrenza dei cent’anni dalla nascita, è cominciato un processo (laico) per la beatificazione di Indro Montanelli. Giornali e soprattutto tv hanno dato ampio spazio ai suoi diari pubblicati per l’occasione, soffermandosi in particolare sull’ultimo periodo di vita, quello cominciato il giorno in cui Indro, dopo 20 anni di direzione, lasciò Il Giornale, la sua creatura. Nella scelta c’è una buona dose di malizia, perché così si può mettere in luce esclusivamente il Montanelli antiberlusconiano. Anzi, si fa del grande giornalista il campione dell’opposizione al Cavaliere.

Intendiamoci, l’ex direttore del quotidiano di via Negri fu dal 1994 in poi un fiero avversario di Silvio Berlusconi. Ma ridurre la sua storia solo a quello è una manipolazione bella e buona. Così com’è manipolata la ricostruzione del suo abbandono del Giornale. A differenza di quel che si racconta, il fondatore non fu né licenziato né cacciato. Fu lui ad andarsene, scegliendo di non appoggiare il partito che il suo editore aveva deciso di lanciare. Secondo la vulgata che tenta di farlo passare per una vittima, Montanelli sarebbe stato obbligato ad andarsene dopo un discorso tenuto da Berlusconi davanti alla redazione del Giornale. Neppure questo corrisponde al vero. Indro non fu affatto costretto alle dimissioni, anche perché l’intervento del Cavaliere nell’assemblea non contiene le frasi che sono state spesso citate. Per averne prova basta rileggersi il resoconto stenografico che fu riportato nel libro di Mario Cervi e Gian Galeazzo Biazzi Vergani, due dei collaboratori più vicini a Indro.

Se non vi fu la cacciata, perché Montanelli se ne andò? La risposta è triplice.
Primo. Il Giornale da tempo perdeva soldi. Fin dalla sua fondazione il bilancio era in perdita per un eccesso di spese e proprio per questo i redattori, primi proprietari della testata, erano stati costretti a vendere le loro quote a Berlusconi. Ma, nonostante l’abitudine alle perdite, quelli del 1993 furono risultati molto negativi, tanto che il cda, di cui Montanelli faceva parte, decise di varare un doloroso piano di ristrutturazione: chiusura delle sedi estere, riduzione delle trasferte e contenimento di ogni spesa, pur di evitare il disavanzo di 14 miliardi attesi per il 1994. Indro, che a malincuore aveva approvato quel piano di lacrime e sangue e che in pubblico manifestava il suo disprezzo per i contabili, in segreto coltivava il desiderio di uscire da quella situazione fondando un giornale nuovo, più piccolo, con meno costi e meno problemi. E per questo, molto prima del discorso di Berlusconi al Giornale, si era rivolto a Victor Uckmar, noto commercialista genovese, che capeggiava una cordata di imprenditori intenzionati a fare un nuovo quotidiano.

Il secondo motivo dell’addio va ricercato nella voglia di non avere un editore, seppure di minoranza, che facesse politica. E per giunta un editore che egli non amava molto, anzi che probabilmente disprezzava. Montanelli, acerrimo avversario dei radical chic, era però un aristocratico, non con il blasone, ma sicuramente nelle maniere, e non amava la sudata fortuna di Berlusconi. Lo rivela lo stesso Marco Travaglio, quando racconta che Montanelli non appoggiò il Cavaliere “per motivi estetici, prima ancora che etici e morali”.
Terza ragione, la più importante: Indro si considerava l’unico, vero leader della destra in Italia. Pur non disponendo di un partito, Montanelli era l’indiscusso interprete di quelle idee, non a caso i politici, da Giovanni Spadolini a Ugo La Malfa, e perfino i capi dc, tenevano in grande considerazione le sue argomentazioni. Montanelli, quando Berlusconi decise di scendere in politica, si rese conto che il suo primato volgeva al termine. Non sarebbe più stato l’unico alfiere della destra e dell’anticomunismo, avrebbe dovuto condividere quel ruolo con l’imprenditore che ripianava i suoi deficit editoriali. Probabilmente capì che l’arrivo sulla scena politica del Cavaliere avrebbe archiviato per sempre la destra montanelliana, una destra quasi risorgimentale, sostituita da quella pragmatica di Berlusconi.
Ecco, il grande Indro non perdonò al Cavaliere di avergli strappato non Il Giornale, ma la patente di campione incontrastato di quella che un tempo fu definita la maggioranza silenziosa. Montanelli era sempre stato la voce di quella maggioranza d’italiani, ma nel 1994 alla sua voce si sostituì quella di Berlusconi. Per Indro fu un affronto insopportabile. Per questo s’inventò un’altra Voce. Per questo proprio lui, che era sempre stato di destra, si buttò a sinistra.

Belpietro: c’è un’altra casta, i manager

Il manager Puri Negri
L’editoriale
In questi giorni mi è capitato sotto mano un vecchio ritaglio della Repubblica. Si tratta di un articolo di un paio d’anni fa, dedicato a Carlo Puri Negri, che fino all’altro ieri era il vicepresidente della Pirelli Real estate, società immobiliare del gruppo della gomma. L’incipit del pezzo è esaltante: “Carlo Puri Negri ha il merito di impersonare un caso che non è così frequente nel mondo dell’industria e della finanza. Quello di un manager che, dopo aver mosso i primi passi nelle più varie direzioni, scopre poi una vocazione precisa, e in essa si dimostra fantasioso e innovativo, e in grado di produrre valore”. Mi fermo qui, anche se il testo prosegue con altre deliziate immagini.
Che razza di valore fosse in grado di produrre l’erede della dinastia degli pneumatici è noto a tutti. Nel 2008 la Pirelli Re ha perso quasi 200 milioni di euro ed è stata costretta a lanciare un aumento di capitale pari al doppio della perdita. Un disastro, insomma. Tralascio il fatto che due anni fa, quando uscì l’articolo della Repubblica, sul settore immobiliare già s’allungavano le nuvole nere della crisi. Non voglio infierire sull’anonimo redattore: capita a tutti di scrivere stupidaggini. Anche perché il punto non è ciò che è stato detto, semmai quello che si è taciuto. A stupirmi è infatti l’assenza (o quasi) di commenti alla notizia dell’addio dato dal manager alla sua creatura, un abbandono accompagnato da una buonuscita di 14 milioni di euro, nei quali sono compresi quasi 9 milioni e mezzo di indennità per l’anticipata cessazione del mandato e 3 milioni per convincere il manager a non fare concorrenza alla sua ex società.
L’uomo che ha fatto 200 milioni di buco è stato ringraziato con 14 milioni di euro, che vanno ad aggiungersi ai 36 che ha incassato negli ultimi sette anni. E, tranne rare eccezioni, nessuno ha avuto nulla da ridire: i quotidiani hanno dato la notizia nelle pagine economiche, senza commentare, come fosse routine. A me non pare una cosa così ovvia: come si fa a corrispondere una liquidazione da milioni di euro a un manager che ha creato una voragine di debiti e di perdite? Come si fa a invocare il valore e il merito e premiare chi il valore lo ha distrutto e ha solo il merito di essersi costruito un contratto blindato, a prova di licenziamento?
Quello di Puri Negri è un caso clamoroso, ma non il solo. Nelle scorse settimane la Seat Pagine gialle, altra società straindebitata che nel 2008 ha perso 179 milioni di euro, ha gratificato Luca Majocchi, amministratore delegato uscente, con quasi 8 milioni di euro, 5 dei quali a ricompensa del patto di non concorrenza. Oltre al danno, c’è la beffa di dover pagare il manager che viene congedato perché non provochi altri danni.
Non voglio fare il moralista, ma c’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Per anni ci siamo sbracciati a spiegare a operai e impiegati che il salario non è una variabile indipendente dai risultati di un’azienda. Oggi ci accorgiamo che esiste un’altra variabile indipendente che negli ultimi anni ha consentito a una casta di dirigenti di moltiplicarsi la remunerazione senza tenere in alcun conto il reale andamento dell’impresa. È come se esistesse una scala mobile dei top manager che sale sempre più in alto, senza alcun controllo, né di chi nell’azienda ci lavora, né dei suoi azionisti.
Nel passato ci spiegarono che le public company, ovvero le società senza proprietari di riferimento, erano il futuro, perché liberavano le aziende dai padroni. Non vorremmo che le finte public company italiane si fossero sì liberate dal controllo e dagli interessi dei propri azionisti, ma solo per rimanere prigioniere dei propri manager voraci.

Belpietro: Nell’emergenza cresce il consenso

prime lezioni sotto le tende

L’Editoriale

In questi giorni molti scienziati della politica si affannano a trovare giustificazioni del particolare rapporto tra Silvio Berlusconi e gli elettori. Le analisi mirano a svelare il mistero della tenuta di consenso del governo a un anno dalla nascita. In genere la luna di miele finisce dopo pochi mesi. Il primo e il secondo governo del Cavaliere cominciarono a soffrire subito, quelli di Romano Prodi anche. Al contrario il Berlusconi ter conserva la sua popolarità. Il fenomeno viene spiegato in più modi, ma principalmente si fa ricorso alla crisi. Così fior di professori s’impegnano a dimostrare come nei momenti difficili gli elettori siano più prudenti e conservatori e dunque preferiscano tenersi stretto il governo in carica, piuttosto che immaginarsene uno nuovo. Sarà anche vero, ma si trovano parecchi esempi storici di leader licenziati proprio nel momento peggiore dell’economia. Basti pensare a Jimmy Carter battuto da un Ronald Reagan descritto come una mezza macchietta di Hollywood o, in tempi più recenti, a Oscar de la Rua, il presidente argentino travolto da una crisi senza precedenti.

Non sono l’economia in crisi e la paura dei licenziamenti che rinsaldano una leadership. Se così fosse, gli Stati Uniti avrebbero rimpianto George Bush e invece sappiamo che da un ipotetico confronto con Barack Obama l’ex presidente sarebbe uscito peggio di John McCain. Il caso Bush, al contrario, dimostra che il consenso va di pari passo con la capacità di gestire situazioni complesse. All’ex inquilino della Casa Bianca gli americani non rimproverano di essere entrato in guerra con l’Iraq, semmai di non aver saputo come uscirne. E gli addebitano la carenza dei soccorsi dopo l’uragano Katrina (quasi 2 mila vittime).
Anche il governo di José María Aznar, leader spagnolo popolarissimo, scivolò su una pessima conduzione delle informazioni relative agli attentati del 2004 e la vittoria del delfino di Aznar, Mariano Rajoy, che appariva scontata, fu cancellata.
Insomma, la ragione vera della tenuta di consenso del governo va ricercata principalmente nella sua capacità di gestire le emergenze. È di fronte all’evento straordinario che si misura un esecutivo, non certo nell’ordinarietà. È sulla prontezza nel far fronte al problema che si costruisce il consenso. Berlusconi ha dato buona prova con i rifiuti di Napoli e ora anche con il terremoto in Abruzzo. Per questo ha rafforzato la sua popolarità.
Ma ripulire una città, per quanto grande come Napoli, e ricostruire una città distrutta non sono operazioni comparabili. La prima ha certo richiesto un impegno gravoso, ma una buona organizzazione e una sana dose di decisionismo sono riuscite a fare il miracolo. Restituire un alloggio ai terremotati dell’Aquila, evitando che trascorrano l’inverno sotto una tenda o in un container, è più complesso. È questa la vera prova con cui il Cavaliere dovrà misurarsi ed è su questo terreno che si giocherà gran parte dell’immagine.
Ho ascoltato in questi giorni molte richieste da parte di enti locali che reclamano fondi per poter ricostruire rapidamente. Ottimo ricercare il consenso di comuni e istituzioni locali. Ma Berlusconi dovrebbe guardarsi dal delegare in toto i progetti di ripristino degli edifici. È vero che l’Abruzzo non è l’Irpinia, però non è neppure il Friuli e non vorremmo che l’eccesso di autonomia allentasse i controlli, lasciando spazio alla lentezza delle amministrazioni civiche. Visto che, a prescindere da chi deciderà, a rispondere della ricostruzione sarà comunque lui, al premier converrebbe tenere saldo in mano il bastone del comando. Se il consenso deriva dalla capacità di gestire le emergenze, è preferibile accantonare il federalismo edilizio. Per cause di forza maggiore, l’autonomia va momentaneamente sospesa.

Belpietro: Spendiamo in sicurezza

L'Aquila: il giorno del lutto

L’editoriale 

La rapidità con cui in Abruzzo si è mossa la macchina dei soccorsi è riuscita a fare piazza pulita delle polemiche, che, puntuali come le scosse, arrivano insieme con i terremoti. Tranne qualche rara eccezione, le forze politiche hanno evitato le tradizionali baruffe, rispettando i morti e soprattutto il dolore dei sopravvissuti. L’atteggiamento è parso così insolito che alcuni editorialisti si sono spinti a immaginare un cambiamento radicale nei rapporti tra maggioranza e opposizione. Secondo gli autorevoli colleghi, la tragedia avrebbe spazzato via le controversie e anche i piccoli calcoli delle fazioni. Un giornale ha addirittura parlato di nuova coesione nazionale, un po’ come all’epoca del terrorismo, quando le principali forze presenti in Parlamento si misero insieme per combattere il partito armato.

Non so se quella che ci aspetta nei prossimi mesi sia davvero una stagione nuova, dove la solidarietà di tutto il Paese viene prima degli interessi di bottega di qualche leaderino. Personalmente ne dubito. Ma a me basterebbe anche solo che governo e Camere si mettessero d’accordo su come ricostruire in fretta i centri distrutti dal sisma. Perché questo è il vero banco di prova su cui sono chiamati a misurarsi maggioranza e opposizione.
Negli ultimi 40 anni l’Italia è stata sconvolta da una serie di terremoti, 16 in tutto, di cui quattro gravissimi. Nel 1968 le scosse telluriche distrussero i paesi della Valle del Belice, provocando quasi 300 morti e 55 mila senza tetto; nel maggio di 33 anni fa fu la volta del Friuli, con quasi 1.000 morti e 52 mila sfollati; in Irpinia nel 1980 le vittime furono 2.735 e i senza casa più di 87 mila; in Umbria, 12 anni fa, morirono in 11 e quasi 25 mila persone furono ospitate nei container.
Solo nel caso del Friuli si può dire che la ricostruzione sia stata rapida ed efficiente. Nel Belice ci sono voluti anni, ma per lungo tempo le famiglie sono vissute nelle baracche, così pure in Irpinia, dove pure furono stanziati più di 32 miliardi di euro, mentre in Umbria fino a ieri ancora un 10 per cento della popolazione sfollata non era tornata a vivere nella propria abitazione ricostruita.

In questi quarant’anni si sono spesi 140 miliardi, l’equivalente di quattro o cinque di quelle manovre finanziarie tanto care a Giulio Andreotti, ma questa montagna di denaro non è bastata a togliere dalle roulotte tutti i senza tetto.
Mi auguro che questa volta non sia così. Che i soldi messi a disposizione servano davvero a dare una casa a chi non ce l’ha, affidando a Guido Bertolaso, commissario straordinario per il terremoto, poteri veri, che gli consentano di scavalcare gli ostacoli burocratici.

Ma oltre che l’efficienza, spero che la tragedia dell’Abruzzo porti altro. Quando sette anni fa una scossa fece crollare la scuola di San Giuliano di Puglia, uccidendo 27 bambini e le loro insegnanti, il governo varò una legge che impone regole antisismiche per i nuovi edifici e prescrizioni per rendere sicuri quelli già esistenti. Le nuove norme, come spesso accade, si sono perse nei meandri della burocrazia, prive di regolamenti attuativi e dunque di efficacia. Ci vorrebbe poco per renderle operative. Basterebbe un decreto o una legge con iter accelerato.

In Italia pare che oltre metà dei comuni sorga in zone considerate a rischio e la popolazione interessata sfiorerebbe i 38 milioni. Fare una perizia di questi edifici e decidere come renderli sicuri probabilmente servirebbe a rilanciare l’economia. Di sicuro servirebbe a salvare molte vite umane.

Belpietro: Costituzione, diamo retta a Indro

Montanelli

L’Editoriale

«Il giudizio degli esperti ormai è quasi unanime e corrisponde a quello dell’opinione pubblica: l’inefficienza dell’attuale regime non è colpa soltanto della Costituzione, ma è colpa anche della Costituzione, fra i cui difetti il più grave è quello di essersi ammantata di una intoccabilità talmudica che ne rende praticamente impossibili le revisioni. I partiti, da essa privilegiati, le montano intorno una guardia ferrea». Il virgolettato potrebbe apparire una sintesi del Berlusconi pensiero. Non lasciatevi ingannare: la frase è di Indro Montanelli, che la scrisse 35 anni fa. Ne ho fatto un accenno nel numero scorso, ma, vista la polemica sui poteri del governo col contorno d’accuse al premier d’essere un dittatorello fascista, mi pare il caso di riparlarne.
Il fondatore del Giornale aveva idee precise su cosa non funzionasse nel nostro sistema: «La più grossa di queste magagne è l’impotenza a cui essa (la Costituzione, ndr) condanna l’esecutivo, cioè il governo. (…) Bisognerebbe anzitutto definire, rafforzandoli, i poteri del capo del governo, dei quali la Costituzione non dice nulla o quasi nulla». Il vecchio Indro non credeva alla soluzione presidenziale, perché, spiegava, con un sistema elettorale non bipartitico sarebbe stata macchinosa e inefficace. «In Italia è possibile solo qualche ritocco che consenta al capo del governo di esserlo un po’ di più, cioè di guidare il governo, e non di passare la giornata a fare il mediatore fra le forze che lo compongono per dirimere i contrasti. (…) Un’altra proposta è un uso più appropriato del decreto legge e della delega. Il Parlamento cioè dovrebbe delegare al governo il compito di legiferare sulle materie urgenti senza pretendere di fargli concorrenza. Dica sì o no ai decreti del governo, ma non li sottoponga alla chirurgia degli “emendamenti” che, oltre a insabbiare per mesi, e talvolta per anni, delle decisioni che invece vanno prese subito, finiscono sempre per snaturarle e renderle irriconoscibili».
I lettori mi scuseranno l’ampia citazione. Mi pareva però interessante dar conto compiutamente di ciò che sosteneva un giornalista non sospettabile di piaggeria nei confronti del Cavaliere, se non altro perché le frasi riportate sono state scritte ben prima della discesa in campo dell’attuale presidente del Consiglio. Montanelli, come molti altri, era convinto che la Costituzione fosse vittima di una vecchiaia precoce e che un lifting per nasconderne le rughe e le crepe non fosse affatto un illecito democratico. Insomma, il saggio Indro, come un Berlusconi qualunque, auspicava che si facessero degli aggiustamenti per rimediarne le magagne.
Immagino le obiezioni: quando pubblicò quelle opinioni, l’ex direttore del Giornale era ancora ritenuto un fascista, a cui vietare di parlare in tv, come scrisse il democraticissimo Eugenio Scalfari; all’epoca non si era ancora emendato con l’antiberlusconismo acceso, al quale si convertì negli ultimi anni della sua vita. Ma se si leggono le proposte di Montanelli senza le lenti della faziosità, e senza la preoccupazione di stare o no dalla parte del Cavaliere, non si può che convenire sul fatto che si tratti di suggerimenti di buon senso.
Oggi un governo ha bisogno di anni per veder tradotta in pratica una propria decisione e, quando arriva il momento di misurarne gli effetti, la maggioranza cambia e con essa anche la decisione, che viene subito cancellata dal nuovo esecutivo. Lasciare al Consiglio dei ministri il compito di legiferare sulle materie importanti e improcrastinabili renderebbe invece l’azione di governo più efficace. Capisco che per arrivare a tanto bisognerebbe smettere di gridare al lupo. All’allarmismo non crede più nessuno. Eppure, una parte della classe politico-giornalistica non riesce a rinunciarvi.

Belpietro: Cavaliere, tocca alla Costituzione

Silvio Berlusconi con Gianfranco Fini

Editoriale 

In questi giorni Silvio Berlusconi celebra il suo trionfo. Come ho già avuto modo di scrivere, dalla nascita della Repubblica nessun capo politico era riuscito a ottenere ciò che egli ha ottenuto. Come presidente del Consiglio, il Cavaliere per longevità ha battuto ogni record, compreso quello di un fondista della politica come Giulio Andreotti, che con i suoi governi è stato inquilino di Palazzo Chigi oltre sei anni. Il vero successo del premier non è però la permanenza alla guida dell’esecutivo, ma essere riuscito a radunare i moderati in un’unica casa.
A lungo, nella Prima repubblica, diversi esponenti politici inseguirono l’idea di mettersi insieme per rappresentare uniti gli interessi degli elettori. Ricordo le esperienze a destra e quelle dei cosiddetti partiti laici, gruppi che in genere alle elezioni raccoglievano pochi decimali. Tutti i tentativi fallirono a causa dei personalismi o delle ambizioni. Quando l’impresa pareva l’ossessione di un folle, Berlusconi non solo lanciò l’idea di un fronte moderato che arginasse la sinistra, ma nel corso degli anni affinò il progetto, fino ad arrivare al partito unico del centrodestra. Nessuno, ribadisco, ce l’aveva fatta. Così come nessuno era mai riuscito a portare una formazione politica al 40 per cento dei voti: la Dc, che pure nei suoi periodi migliori era considerata un partito di massa, ci riuscì solo in un paio di occasioni.
Tra le innovazioni che il Cavaliere ha portato nella politica italiana quella certo più significativa è proprio il partito unico del centrodestra. Perché riduce la presenza dei gruppi in Parlamento e perché sancisce la nascita in Italia di un sistema bipartitico. È questa infatti la conseguenza della fondazione del Popolo della libertà. Dopo la creazione del Pdl, sarà inevitabile che anche il centrosinistra, se vuole tornare ad avere un peso, dia vita a un vero partito unico, che non può essere il Pd, ma dovrà essere più ampio, capace di includere tutte le schegge più o meno impazzite che oggi gli gravitano attorno.
Insieme con il Pdl, Berlusconi ha gettato le basi anche per un’ulteriore innovazione, quella costituzionale. Spesso si è discusso della necessità di riformare la Carta e di trovare una forma istituzionale più adeguata ai tempi, come per esempio la repubblica presidenziale. Ma esperti e osservatori concordavano sul fatto che un simile passo avrebbe richiesto un cambio radicale anche nel sistema elettorale. Ricordo un articolo di Indro Montanelli, il quale già nel 1974 indicava la strada presidenzialista, ma intravedeva nell’impossibilità di disporre di un sistema bipartitico uno scoglio insuperabile (il vecchio Indro sognava anche una più accentuata decretazione d’urgenza: paradossi della storia). La via parlamentare era giudicata non praticabile: non si poteva chiedere ai piccoli partiti di fare harakiri e di votare una riforma che li liquidasse. E altre non ve n’erano. Dunque per anni il cambiamento è rimasto un sogno.
Ma Berlusconi il bipartitismo lo ha introdotto per via extraparlamentare, col famoso discorso del predellino. Decisione che ha convinto anche i più riottosi e ha imposto la riforma bipartitica nella prassi, senza bisogno di modifiche elettorali, ma con un progetto politico che traeva forza dal consenso popolare.
A questo punto, al Cavaliere non resta che continuare l’opera: se vuole davvero traghettare l’Italia nel nuovo millennio, ora deve cambiare la Costituzione. È il passo conseguente, ma anche quello inevitabile. Dia alla Repubblica italiana una forma presidenziale, con un capo dello stato eletto direttamente dal popolo e con poteri eguali a quelli che un presidente ha in Francia o altrove. Cambi quelle norme che da oltre mezzo secolo condannano i nostri governi all’impotenza e all’inefficienza a tutto vantaggio dei partiti e dei loro riti. Così supererà se stesso.

Belpietro: Non c’è trippa per tutti

Guglielmo Epifani, Segr. Gen. Cgil

L’editoriale 

Qualche giorno fa sono stato invitato a Ballarò, il programma di Giovanni Floris. Argomento della puntata, la crisi. C’erano Dario Franceschini, Guglielmo Epifani, Maurizio Gasparri. Non mancavano professori e imprenditori. Al di là delle scaramucce verbali, che in tv sono la regola, a colpirmi è stato il sentimento che aleggiava nello studio. Sentire Innocenzo Cipolletta, attuale presidente delle Ferrovie, già direttore della Confindustria, invocare lo sforamento di bilancio per finanziare la ripresa non è cosa abituale. Così come ascoltare il leader della Cgil che sollecita un intervento dello Stato per aumentare il patrimonio delle banche. Imprenditori, politici e sindacalisti mi sono sembrati tutti uniti nella lotta: una battaglia che porta solo a scassinare il forziere dei conti pubblici.
Certo, capisco che nel momento della difficoltà si chieda allo Stato di fare di più, ma pensare che sia compito suo finanziare gli istituti di credito, le aziende oltre che i loro dipendenti, è una follia bella e buona che, anziché salvarci, rischia di affossarci definitivamente. Lo Stato può intervenire, come ha fatto, con un prestito temporaneo, ma poi si deve fermare. Del resto, quanto resisterebbe un paese che affida il suo futuro solo alla mano pubblica? Quali prospettive di sopravvivenza avrebbe una nazione che, invece di prendere misure rigorose di contenimento della spesa, continua a indebitarsi, raschiando il fondo di un barile già prosciugato?
L’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo pur non essendo la terza potenza industriale. E proprio per questo sulla nostra economia volteggiano neri corvacci che ipotizzano uno scenario argentino, al punto che certi speculatori ci hanno messo in cima alla lista dei paesi con cui si può guadagnare scommettendo sul loro fallimento. Dunque, continuare a spendere incuranti dei rischi e degli uccelli del malaugurio è un azzardo che può solo finire male.
E poi, diciamoci la verità, l’Italia è il paese dei sussidi, con finanziamenti a pioggia per tutti, non solo a chi resta senza lavoro. Da noi abbondano i capitalisti senza capitale e certi imprenditori sembrano più preoccupati di ottenere sgravi e cunei fiscali che di fare buoni prodotti. Gli incentivi pubblici già sfiorano il mezzo punto di pil, livello di gran lunga superiore a quello di altri paesi europei. Di questo passo non andremo lontano. Basti ricordare che il governo Prodi nel 2007 fece un taglio fiscale alle società e regalò 700 milioni alle banche: non mi pare che ciò abbia risollevato le sorti della nostra economia.
Scrivo tutto ciò pur essendo uno strenuo difensore della libera impresa. Anzi, credo di essere stato fra i primi a denunciare lo strangolamento delle piccole e medie imprese a opera degli istituti di credito. Ma il problema non si risolve con l’intervento dello Stato: basta solo che i padroni del credito tornino a fare il loro mestiere, concedendo alle aziende medio-piccole le stesse opportunità e le stesse condizioni che sono offerte ai grandi gruppi.
La crisi che stiamo vivendo non è conseguenza di una riduzione dell’offerta, ma della domanda: la gente ha meno soldi o ha paura e perciò non spende. Dunque lo Stato deve muoversi per far tornare la fiducia. A che servirebbe dare soldi a un’industria che produce cose che nessuno compra? Cosa succederebbe se lo Stato entrasse nei capitali delle banche? Rispondo a entrambe le domande: dal regime di assistenzialismo in cui abbiamo finora vissuto passeremmo al regime di statalismo. Ma di uno stato alla bancarotta.

Belpietro: Pensioni, la paura fa 60

Un modulo della pensione

Editoriale 

Non c’è niente da fare: da noi appena si tocca un privilegio la categoria coinvolta si ribella e costringe la politica a ritornare indietro con la coda fra le gambe. È successo con i tassisti, è capitato con i magistrati. Se ne deduce che fare le riforme in Italia è da sempre un’impresa ardua. C’è però una missione che appare più complicata delle altre ed è cambiare la previdenza. Chi tocca le pensioni muore e lo sa bene Silvio Berlusconi che proprio su quella materia vide naufragare il suo primo governo, nel 1994.
Il Cavaliere, già sotto scacco dei magistrati che gli inviarono il famoso avviso di garanzia a mezzo stampa mentre era in corso il G7 a Napoli, cadde sulle proteste contro la riforma previdenziale, che spaventarono Umberto Bossi e lo spinsero a uscire dal governo. Sarà per questo che quando c’è da metter mano alle pensioni il premier ci va con i piedi di piombo.
Di sicuro la vicenda dell’innalzamento dell’età pensionistica per le donne che lavorano nel settore pubblico è stata maneggiata con la massima cura. Infatti, nonostante la misura sia sollecitata dall’Unione Europea, che intende equiparare il trattamento delle signore a quello dei maschi, i ministri competenti si sono mossi con una cautela straordinaria, ipotizzando correzioni lievi in un arco di tempo molto ampio. In realtà il passaggio al tetto dei 65 anni, dagli attuali 60, avrebbe bisogno di essere fatto in fretta.
La gradualità forse risponderà a regole di cortesia imposte dal galateo, trattandosi di donne, ma non risponde certo a criteri di economicità. Per capirlo basta dare un’occhiata ai conti dell’Inpdap, l’ente previdenziale dei dipendenti dell’amministrazione pubblica.
Nonostante il lavoro del commissario, che fa di tutto per risparmiare, l’istituto ha un disavanzo di 8 miliardi di euro. Una cifra enorme che serve a pagare oltre 2,6 milioni di pensioni agli ex dipendenti pubblici e che non è controbilanciata dai contributi versati dai 3,3 milioni di impiegati statali. Secondo alcune simulazioni, se non si interviene in fretta, nel giro di soli cinque anni gli 8 miliardi di buco diventeranno 14. In pratica, in capo a un decennio, l’Inpdap rischia di trasformarsi in un’autentica voragine per il bilancio dello Stato.
Mandare dunque in pensione le donne più tardi, adeguando le norme che le riguardano a quelle dei colleghi uomini, non è un dispetto né una mancanza di riguardo nei confronti di lavoratrici che quasi sempre hanno una doppia occupazione, quella di impiegate e di mamme, come ho letto su qualche giornale. Ritardare il loro pensionamento è semplicemente una necessità, anzi un’urgenza. E forse qualcuno farebbe bene a spiegarlo. Tacere i danni che possono essere prodotti continuando a nascondere la testa sotto la sabbia non ha molto senso.
Capisco che il sindacato faccia il suo mestiere e strilli ogni volta che si sfiora l’argomento, ma la buona politica ha l’obbligo di rimuovere ciò che non funziona e soprattutto di decidere. Toccare le pensioni non è, né mai sarà, popolare. Però il sistema così com’è non regge e viaggia allegramente verso il crac. Aspettare non serve a nessuno, certamente non al Paese.
Dunque, lancio una modesta proposta: il governo si procuri un amuleto che scongiuri la malasorte, che allontani i ricordi degli insuccessi passati, e poi faccia la riforma previdenziale. Quella che riguarda le lavoratrici del pubblico impiego e quella che interessa i dipendenti privati. Approfitti della diffusa percezione di un cambiamento epocale provocato dalla crisi economica che sta squassando i mercati e il mondo. Decida. Del resto, se non ora, quando?

Belpietro: Demagogia che non costa niente

Il segretario del Pd Dario Franceschini

L’editoriale
Nonostante la crisi, c’è una merce che si vende sempre bene: è la demagogia. Anzi, in tempi grami come questi le promesse a buon mercato si piazzano ancor meglio, soprattutto in politica: non costano nulla e permettono di fare bella figura, guadagnando qualche titolo sui giornali. L’ultima delle mirabolanti offerte è l’assegno di disoccupazione per tutti lanciato dal nuovo segretario del Partito democratico, Dario Franceschini. Il neoeletto per farsi notare ha bisogno di far parlare di sé e dunque prova ogni espediente, compreso il sussidio per chi non ha lavoro. La trovata in sé non è male, ma per le casse dello Stato sarebbe pessima: un punto e mezzo del prodotto interno lordo, ha spiegato il presidente del Consiglio. Il capo del Pd ha replicato sostenendo che le cifre del premier sarebbero sballate e con soli 4 miliardi di euro si potrebbero far contenti quanti non hanno un posto. In realtà, nelle promesse di Franceschini si nasconde un trucco o, meglio, una mezza verità.
Il leader dell’opposizione, quando parla di sussidio ai disoccupati, non pensa a un assegno da elargire a tutti quelli che non hanno lavoro, che in Italia sono quasi 2 milioni, ma solo a chi il lavoro lo ha perso recentemente o ce l’ha a singhiozzo. Nel complesso sarebbero circa 500 mila persone. Non solo, ma nei piani del segretario del Pd il bonus dovrebbe essere limitato nel tempo: non uno stipendio indeterminato, ancorché decurtato, bensì una provvidenza di soli sei mesi, massimo un anno. Ovviamente la prospettiva cambia, e i conti con essa. Ve lo immaginate che cosa succederebbe se a tutti coloro che non hanno lavoro si pagasse un salario regolare? Provate a pensare quanti furbi cercherebbero di spassarsela gratis con i 500 euro regalati dal governo. In certe aree del Paese, dove regnano una disoccupazione cronica e una criminalità diffusa, l’unico effetto sarebbe di far crescere il lavoro nero, perché grazie al sussidio molti potrebbero dedicarsi ai vari sistemi per arrotondare le entrate senza dover versare un centesimo al fisco. Del resto, se in un paese come la Gran Bretagna (e in passato l’Australia) sono stati costretti a mettere dei vincoli al sussidio di disoccupazione per evitare che qualcuno ne approfittasse fraudolentemente, c’è da supporre che da noi bisognerebbe mettere le guardie a fianco degli sportelli che erogano l’assegno, costringendole a spulciare ogni pagamento.
Tra i furbi ci sarebbero anche certi imprenditori svelti di mano e di conti, che avrebbero un mezzo rapido per alleggerire il carico contributivo. Grazie all’assegno di disoccupazione potrebbero fare ristrutturazioni senza dover passare dall’ufficio provinciale del lavoro per discutere delle modalità con cui mettere i lavoratori in cassa integrazione o in mobilità. Il sussidio di disoccupazione rischierebbe insomma di accelerare la riduzione del personale. Tutto diventerebbe più facile, grazie alle casse dello Stato.
Intendiamoci: non è che non ci sia bisogno di un aiuto a chi resta senza impiego. Ma in Italia di strumenti per dare una mano a chi ha perso il lavoro ce ne sono già a sufficienza, basti ricordare, appunto, la cassa integrazione, che in qualche caso dura anni. E per i dipendenti che non ne hanno diritto sono stati previsti strumenti simili. Ma più che parlare di come aiutare i disoccupati, come ha spiegato il segretario della Uil Luigi Angeletti, forse sarebbe il caso di discutere di come far aumentare gli occupati. Certo, ci vorrebbe un piano di aiuti alle imprese che assumono, soprattutto a quelle medie e piccole che soffrono a causa della carenza di liquidità. Ma per far questo c’è bisogno di più di una promessa a buon mercato.

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