
Quando la giustizia si riscatta e dimostra, sia pure tardivamente, di sapere riparare ai propri errori, bisogna solo rallegrarsi e riconquistare in essa la fiducia. Continua
- Lunedì 10 Ottobre 2011
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Meredith-Kercher

Quando la giustizia si riscatta e dimostra, sia pure tardivamente, di sapere riparare ai propri errori, bisogna solo rallegrarsi e riconquistare in essa la fiducia. Continua
D’accordo, dovremo leggere le motivazioni. D’accordo, dovremo capire con attenzione il percorso logico che ha portato i giudici a decidere come hanno deciso. Intanto, fin da adesso, è chiaro come l’acqua che la Corte d’assise d’appello di Perugia ha ritenuto Amanda Knox e Raffaele Sollecito innocenti. E innocenti «per non aver commesso il fatto» e quindi nel modo più convinto dal momento che li ha assolti senza il beneficio del dubbio (la vecchia insufficienza di prove) dall’accusa di avere ucciso l’amica Meredith Kercher. In carcere, per quel delitto, rimane unicamente Rudy Guede, il quale sconta una condanna definitiva a 16 anni per omicidio aggravato da futili motivi. Fermiamoci qui. Continua
Editoriale
Un tempo la cultura giuridica imponeva di considerare innocente l’imputato fino a che non ne fosse dimostrata la colpevolezza, ossia dopo una sentenza definitiva di condanna. Ma il lento deterioramento della giustizia ha ormai ribaltato questo principio e da presunto colpevole l’indagato è ormai diventato un presunto innocente. In molti casi non è il pm a dover dimostrare, senza ombra di dubbio, che la persona ha commesso il reato di cui è accusata, ma è la difesa a dover dare prova d’innocenza dell’indagato. L’esempio più clamoroso di questo rovesciamento dei ruoli è il parere con cui la procura di Bari si è opposta alla scarcerazione del padre dei due fratellini di Gravina.
Nel caso Pappalardi già appariva abnorme l’applicazione della custodia cautelare a un anno dalla scomparsa di Ciccio e Tore (arresti dettati da un improbabile pericolo di fuga), ma la motivazione con cui si richiede al giudice di tenere in carcere il papà dei due ragazzini è ancora più aberrante. Secondo i magistrati, il ritrovamento dei due cadaveri in fondo al pozzo «non aiuta ad affermare che la condotta di Pappalardi non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla tragica precipitazione». In un linguaggio burogiudiziario, i pm dicono che la difesa non ha dimostrato che l’uomo non ha nulla a che fare con la tragica fine dei propri figli. Invece di riconoscere d’aver sbagliato a ipotizzare che i corpi dei due bimbi fossero sepolti in un anfratto della Murgia, quando invece erano in fondo a un pozzo a poche centinaia di metri dal luogo della loro scomparsa, la procura chiede alla difesa di “rimuovere l’impostazione accusatoria”.
Oltre al rovesciamento dell’onere della prova, in questa terribile vicenda appare evidente anche il fallimento del sistema investigativo. Se per quasi due anni nulla si è saputo della fine di Ciccio e Tore è perché le indagini hanno seguito da subito la pista familiare, mai quella dell’incidente. Si è cercato in Piemonte e in Romania, non nel pozzo di Gravina.
Il deficit investigativo non riguarda solo il caso Pappalardi. L’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco e quello di Meredith Kercher a Perugia sono legati dallo stesso comun denominatore: in entrambi i casi sono stati individuati dei presunti colpevoli, ma non ci sono prove per dimostrarne la responsabilità.
Nelle mani dei pm ci sono indizi a volte anche importanti, ma non sufficienti per un processo. Gravina, Garlasco e Perugia non sono eccezioni: molti dei delitti che negli ultimi dieci anni hanno riempito le pagine dei giornali sono ancora senza castigo e domandarsi se qualcosa non funzioni nel nostro sistema di repressione del crimine è d’obbligo.
La sensazione è che le indagini spesso viaggino a senso unico, limitando le piste investigative e affidandosi con fiducia cieca alle intercettazioni e ai rilievi della scientifica. Senza una confessione dell’assassino (diretta o indiretta) e senza una sua impronta sul luogo del delitto è difficile individuare il responsabile.
Capisco che questo è un terreno minato e che chi vi si avventura rischia grosso. Ma forse è giunto il tempo di riconoscere che i pubblici ministeri, cui compete la responsabilità dell’inchiesta, spesso di investigazioni sanno poco o nulla, talvolta anche meno del personale che dovrebbero guidare. Mi azzardo dunque a fare una proposta: vadano a scuola. Basterebbe un bel corso di polizia che insegni loro a non sposare un’unica tesi e a ben condurre gli interrogatori. Non so se così risolveremo i casi insoluti. Di certo avremo meno colpevoli senza un’ombra di prova.
Forse sono innocenti. Forse alla fine verrà fuori qualcosa che li scagiona. O forse no. Forse Raffaele Sollecito è implicato nell’assassinio di Meredith e Alberto Stasi lo è in quello di Chiara. Arresti prematuri? Indagini frettolose e sbagliate? Oppure la prima intuizione è stata quella giusta?
Comunque vadano a finire le inchieste di Garlasco e di Perugia, ci troviamo di fronte a due ragazzi prototipi di una gioventù che non conosciamo e il cui ritratto giudiziario, indipendentemente dall’esito delle indagini, è diverso da quello sul quale sono pronti a giurare genitori e amici.
Raffaele e Alberto hanno molti tratti in comune: 24 anni, studenti modello, coinvolti in una storia orribile alla vigilia di una laurea brillante con ottime prospettive di lavoro. Sembrano simili anche nel fisico e nel carattere. Alti, magri, piacevoli. E gelidi, anche di fronte a contestazioni che farebbero impazzire chiunque.
Il padre di Raffaele è un affermato medico pugliese. Parla del figlio con serenità convinta, quasi col sorriso sulle labbra, come se il ragazzo stesse in prigione per uno scambio di persona e comunque per una piccola bravata giovanile. Le foto del blog in cui appare fasciato come un terrorista islamico? Un abito di carta igienica. La mannaia che il boia brandisce minaccioso? Un giocattolo di gomma. Il coltello che porta sempre in tasca da quando aveva 13 anni? Un accessorio dell’abbigliamento. Una innocua coperta di Linus.
Eppure Raffaele scrive sul blog: “Ormai sei cambiato e non si può tornare indietro. Si può sperare di trovare un giorno emozioni più forti che ti sorprendano ancora…”. Quali emozioni? Quelle tragiche sospettate dal giudice che lo tiene in carcere immaginando una reazione atroce alla noia quotidiana? O emozioni innocenti di altro genere?
“Sono molto onesto, pacifico, dolce, ma qualche volta completamente pazzo…”. Che vuol dire? E soprattutto perché queste cose si scrivono su un blog aperto a tutti? Un tempo certe introspezioni si confidavano a un diario e guai se i genitori si permettevano di ficcarci il naso: legioni di psicologi e di sociologi erano pronte a stracciarsi le vesti per la violazione inammissibile, per il turbamento definitivo e fatale al ragazzo o alla ragazza in fiore. Adesso tutto è pubblico. E nessuno si preoccupa di capire e di interpretare certi messaggi prima che un oscuro delitto imponga letture tardive e magari improprie. I genitori leggono i blog dei figli?
Un padre manda il figlio all’università in una deliziosa città di provincia e scopre da giornali e televisione che sulle scale del duomo di Perugia si smercia droga apertamente e impunemente. «Faccio uso di cannabis tutti i giorni di festa e tutte le volte che ne ho bisogno. Sono una persona ansiosa» scrive Raffaele. Una canna al posto dell’Ansiolin? Lunedì 12 novembre a Porta a porta studenti perugini hanno ammesso che nella loro città la droga si compra liberamente. La stessa sera uno psicologo, un criminologo e un magistrato minorile hanno ricordato che la droga cosiddetta leggera può stravolgere la personalità di chiunque. L’indomani personalità e giornali della sinistra hanno protestato. Guai ad accostare la droga a un delitto. Che la droga sia libera, per i delitti si indaghi altrove.
Resta la domanda. Chi è Raffaele Sollecito? Chi è Alberto Stasi? Le conversazioni fluviali con un amico e il pudore relazionale verso Chiara c’entrano tanto o nulla col delitto? E insomma: i nostri figli sono più infelici e crudeli dei loro padri?