Fuori Porta
L’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, ha invitato i cittadini a ripristinare l’abitudine del saluto, desueta soprattutto nelle grandi città. I sacerdoti hanno una buona parola per tutti: salutarsi è meglio che non farlo. Ma il discorso del cardinale è più profondo. Che tipo di solidarietà può nascere tra persone che si ignorano?
Quando ero bambino, mia madre m’insegnò che non sta bene dire soltanto buongiorno. Bisogna dire: “Buongiorno, signora”, “Buongiorno, dottore”, “Buongiorno, signor Carlo”. Le conservo gratitudine, a molti anni di distanza, perché i riscontri (oggi come allora) sono eccellenti. Non c’è nulla che faccia più piacere a una persona sconosciuta, e magari di estrazione modesta, di sentirsi dire “Buongiorno, signora”. Non è soltanto questione di buona educazione, ma di sostanza.
Nello stabile in cui sono cresciuto, al- l’Aquila, abitavano 12 famiglie. Per cinquant’anni si sono dati sempre tutti del lei e gli inviti reciproci sono stati rarissimi. Ma quella casa profumava di comunità e di solidarietà. Nessuno aveva bisogno dell’altro, ma davamo tutti per scontato che in caso di emergenza gli altri si sarebbero fatti in quattro. Come in realtà è sempre accaduto.
Una lezione di civiltà mi è venuta dai paesi più sperduti del mio Abruzzo: i vecchi contadini ti dicevano buongiorno anche se non sapevano chi fossi. E te lo dicevano in anticipo rispetto a una tua possibile iniziativa di saluto a loro.
Oggi è normale salire su un ascensore senza salutare le persone che occupano lo stesso metro quadrato o prendere posto in aereo senza degnare di uno sguardo chi ci siede a 10 centimetri di distanza. Ma, quel che è peggio, siamo capaci di abitare molto a lungo in un appartamento senza avere la più pallida idea di chi siano i nostri vicini. Alcuni si sorprendono dell’eventuale saluto, quasi che il buongiorno voglia essere la premessa per attaccare bottone, scardinare la privacy altrui, innescare possibili pettegolezzi futuri.
Però il silenzio reciproco porta a situazioni surreali, quando uno degli abitanti del palazzo diventa protagonista (carnefice o vittima, non importa) di un fatto di cronaca nera. Invano polizia e carabinieri saliranno e scenderanno le scale: quella ragazza o quel vecchio per i loro vicini saranno semplicemente una ragazza e un vecchio. Non un nome, un contatto, la condivisione di una qualsiasi abitudine.
Accade così che persone anziane muoiano in casa senza aver potuto chiedere aiuto a nessuno e che i loro corpi restino a lungo dove ha deciso il destino senza che vi siano richieste di notizie all’interno del palazzo.
Tutto questo non giova a noi stessi e tantomeno alla società sempre più chiusa in cui viviamo e che tramandiamo ai nostri figli. Certo, a me per primo dà fastidio dovere rinunciare a una lettura in treno se il compagno di compartimento è un logorroico. E non mi trattengo dal richiamare alla discrezione eventuali compagni di viaggio che trattano i loro affari al cellulare con un volume di voce da conferenza stampa. Ma al tempo stesso ignorare chi è a pochi centimetri da noi come se fosse un fantasma è altrettanto sgradevole.
Ed è soltanto la punta visibile dell’indifferenza: la stessa che porta i testimoni di uno stupro ad accelerare il passo o chi incrocia un cadavere sul marciapiedi a scavalcarlo come fosse una striscia pedonale verniciata di fresco.
L’appello di Tettamanzi, se l’ho bene inteso, è dunque di ripartire dal saluto per riesaminare a fondo il nostro rapporto con gli altri. Perché dover aspettare l’arrivo di un’astronave da Marte per scoprire di essere una comunità debole?

Alla fine degli anni Trenta il progetto dell’esposizione mondiale programmata da Benito Mussolini a Roma per il 1942 fu l’occasione per la più grande rivoluzione urbanistica dell’Italia moderna. Nei primi vent’anni di regime il Duce aveva inserito la città nuova nella vecchia, con lo sventramento dei Fori Imperiali, la costruzione dei grandi edifici di via Veneto, la realizzazione del quartiere Mazzini fino al Foro Mussolini (Foro Italico) e alla gigantesca Casa littoria della Farnesina, grande quanto il Colosseo, poi trasformata con la guerra in ministero degli Affari esteri.
Dopo la nascita dell’impero, Mussolini voleva dare un segnale imponente della continuità della civiltà fascista con la civiltà romana, sognando di essere protagonista di una pace europea degna di quella imperiale di Augusto. Come potesse immaginare qualcosa del genere dopo le leggi razziali e il Patto d’acciaio con Adolf Hitler resta un mistero. Ma anche storici antifascisti come Emilio Gentile (Fascismo di pietra) gli danno atto di una «temporanea volontà di pace», immaginando che la guerra non gli sarebbe piovuta addosso prima di cinque anni.
Il 20 aprile 1939 Mussolini presentò l’Esposizione universale come «la consacrazione dello sforzo che tutte le genti civili fanno sul cammino del progresso, non solo materiale». Il progetto era grandioso: estendere la città da piazza Venezia al mare attraverso l’Eur con una struttura urbana avveniristica di cui la guerra impedì il completamento. A cominciare dall’enorme arco romano che Roger Griffin ha usato per la copertina del suo Modernism and Fascism appena uscito negli Stati Uniti e che analizza il «modernismo tecnocratico» del regime. Ma quel che resta nel quartiere dell’Eur è indicativo dello sforzo compiuto.
Purtroppo nel dopoguerra l’Italia non ha saputo utilizzare al meglio nessuna delle grandi occasioni che le si sono presentate. Il villaggio olimpico costruito a Roma per le Olimpiadi del 1960 impallidisce rispetto all’Eur, ma allora fu almeno aperto il Grande raccordo anulare della capitale. Nulla è stato fatto per i Campionati del mondo di calcio del 1990, nulla per il Giubileo del 2000, con l’eccezione di un sottopassaggio che rende fluido il traffico tra due quartieri dell’area nord di Roma.
Imbarazzante il confronto con le principali metropoli d’Europa, da Berlino a Parigi, a Barcellona, protagoniste di autentiche rivoluzioni urbanistiche. Il solo tentativo riuscito di restituire l’antica dignità a una capitale storica c’è stato a Torino in occasione delle Olimpiadi invernali. Ma anche qui, volendo proseguire nel suo progetto di sviluppo, un bravo sindaco come Sergio Chiamparino per poter costruire due grattacieli ha dovuto rinunciare ai voti della Sinistra arcobaleno, che è sua alleata di giunta, per incamerare quelli di Forza Italia e Alleanza nazionale.
Questa ampia premessa serve a dire che l’Expo 2015 di Milano è davvero l’ultima grande occasione per un paese in ginocchio che intenda rialzarsi. Il progetto di sviluppo di Milano è grandioso e va completato. Ma i 20 miliardi di investimento previsti dovranno avere un effetto moltiplicatore sull’Italia intera. Gran parte dei 30 milioni di visitatori attesi a Milano proseguiranno a Venezia, Firenze, Roma, Napoli, la Sicilia. L’auspicata rinascita di Milano non avrà senso se non sarà legata a quella dell’intero Paese. Ecco perché la battaglia con Smirne scompare rispetto a quella che gli italiani dovranno combattere con se stessi. I loro veti, la loro burocrazia, la loro attitudine al compromesso mediocre.
Qualche settimana fa, parlando dei rifiuti di Napoli, Newsweek ha scritto: l’Italia è ferma e guarda il mondo che le passa accanto. Fermi si muore.