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Oscar Giannino
Basta recriminazioni, produciamo noi le soluzioni. È questa, in sintesi, la svolta celebrata dalla Confindustria alle assise nazionali, tenute a Bergamo sabato 7 maggio alla presenza di 5.700 industriali da tutta Italia, con 350 interventi di tre minuti fra mattina e pomeriggio, e 6 mila che avevano partecipato ai sei eventi preparatori o tramite web. È una svolta che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava in una Confindustria che alzasse il tono polemico verso il governo, per dare una spallata a pochi giorni dal primo turno amministrativo. Continua
Di Oscar Giannino
Non esagera affatto il cancelliere Angela Merkel ammonendo che l’euro è a rischio. Risponde così a tutta la stampa tedesca che l’attacca, perché dopo avere salvato la Grecia dicendo che sarebbe stata l’unica pecora nera ora ce n’è un’altra. E i tedeschi pensano che dopo Dublino verrà Lisbona. Ma Merkel ha ragione. E mi fa ridere la gran gara tra commentatori italiani ed europei, secondo i quali la colpa dell’eurocrisi sarebbe dei tedeschi. Dovrebbero farsi carico dei problemi di chi spende e spande, è in deficit ed è meno produttivo, dicono gli accusatori. Io, fossi tedesco, sarei in prima fila gridando: «Nessun aiuto alle cicale!». Continua
Ho vinto una scommessa che avrei voluto perdere. Nel precedente numero di Panorama ho lanciato un appello alla politica italiana, perché nella crisi non si faccia prendere la mano dall’irresponsabilità e tenga bene a mente il debito pubblico italiano. Apposta, ho moltiplicato per 10 la cifra, nella convinzione che, abituati come siamo a considerare il debito come una percentuale del pil, nessuno faccia caso al suo vero ammontare. Come purtroppo temevo, nessuno se n’è accorto. I casi sono due: o nessuno mi legge, e allora il direttore fa bene ad additarmi la porta; oppure vuol dire che davvero siamo in pochissimi ad avere idea che il debito pubblico italiano ammonta (ora che sono le 12.30 di mercoledì 17 novembre 2010) a oltre 1.857 miliardi di euro. E che ogni secondo aumenta di oltre 2.300 euro, 150 mila al minuto, quasi 9 milioni l’ora, oltre 200 milioni di euro ogni giorno che Dio manda in terra. Continua
Di Oscar Giannino
Evviva, la pubblica amministrazione è finalmente obbligata a saldare i suoi debiti in 30 giorni come termine ordinatorio, ed entro 60 al massimo perentoriamente. Dopodiché scattano interessi dell’8 per cento. È la direttiva approvata dal Parlamento europeo, e subito si è stappato champagne. Nell’Italia odierna la media dei pagamenti del pubblico è salita dai 128 giorni del 2009 ai 140 quest’anno, attestano Confindustria e Rete Italia. Con sacche di debito insoluto, per esempio nel settore sanitario, in alcune regioni del Centro-Sud, in cui il ritardo arriva a 800, a 900 e anche a più di 1.000 giorni. Cioè si misura in anni. Continua
Di Oscar Giannino
Eccoci al 15 ottobre, cioè la scadenza nella quale Giulio Tremonti deve presentare in Consiglio dei ministri e in Parlamento la Legge di stabilità, che ha preso il posto della vecchia Legge finanziaria. E vorrei sbagliarmi, ma penso purtroppo di no, ecco che da stanze e corridoi della politica romana riparte la solita vecchia canzone contro il ministro dal braccino corto, e riaffiorano proteste e borborigmi di colleghi ancora prima che dell’opposizione, perché all’Economia non capiscono che non si può stare sempre e solo coi cordoni tirati della borsa. Continua
di Oscar Giannino
Avverto i lettori che, a giudizio dell’organizzazione sindacale della quale torno a occuparmi, e cioè la Fiom, quanto segue è viziato dal fatto che sarei scorretto. Per quanto scritto la settimana scorsa su queste colonne, la Fiom ha deciso infatti di rifiutare d’ora in poi ogni confronto alla trasmissione che conduco su Radio24. Non sarei un giornalista, ma un pennivendolo diffamatore al servizio dei padroni. Mi sembra strano che chi esercita come la Fiom con tanta forza il dissenso nei confronti di tutto il sindacato italiano, oltre che verso Confindustria, metta al bando chi lo esercita nei suoi confronti. Me ne spiace. Continua
di Oscar Giannino
Maurizio Landini è il capo della Fiom Cgil, e ha un problema. Non è quello dei tre licenziati alla Fiat di Melfi e reintegrati dal giudice. Quell’operazione alla Fiom è riuscita benissimo. Lo dico con il massimo rispetto per i tre lavoratori e le loro famiglie. A essere riuscita, grazie a un’informazione un po’ troppo sprovvista delle fondamentali nozioni tecniche in materia di reintegri disposti dal giudice, è la manovra per la quale si è deliberatamente confusa un’ordinanza emessa ex articolo 28 dello Statuto dei lavoratori con una ex articolo 18. Continua
Di Oscar Giannino
Per cultura, formazione e valori, non sono tra coloro che usano o amano criticare la Banca d’Italia. È anch’essa un’istituzione che cammina sulle gambe di uomini, ed è dunque soggetta come tutto ciò che è umano a imperfezioni ed errori. Ma non c’è dubbio, nel quadro insoddisfacente delle istituzioni italiane, essa ha dato un contributo di grande valore a stabilità, ordine e progresso
del nostro Paese. Oltre ad avere rappresentato una delle poche sedi in cui si selezionava classe dirigente secondo criteri di eccellenza, in un Paese privo di scuole superiori di alta formazione come l’Ena in Francia. Tanto sono di questo convinto che due anni fa, alla formazione dell’attuale governo, in piccolissimo tentai di adoperarmi perché tra il ministro Giulio Tremonti e il governatore
Mario Draghi il rapporto fosse migliore. Proprio per questo, mi turbo ogni qualvolta l’operato della Banca possa dare adito a polemiche. Continua
di Oscar Giannino
Giulio Tremonti ce l’ha fatta, ancora una volta. Gli 8,5 miliardi di euro in due anni dalle regioni ordinarie non si toccano. Mettetevi pure d’accordo tra voi nella conferenza delle regioni, dice l’emendamento avallato dal governo, su come redistribuire eventualmente il carico fra gli enti locali più virtuosi e quelli più spreconi. Sempre che ci riusciate, è il sottinteso. Ma l’onere totale non si tocca. Per tener buona la Lega, che all’inizio è sbandata sotto la durezza dell’attacco portato da Roberto Formigoni, Tremonti ha usato una carta politica: Continua
di Oscar Giannino
Ci voleva il tandem per molti versi meno italiano alla guida della Fiat in più di un secolo, per riuscire a rompere un tale numero di tabù in un solo colpo. Sergio Marchionne da una parte, abruzzese ma solo di origine, in realtà canad-amero-svizzero. E John Elkann dall’altra, italiano per carità, e ingegneria al Politecnico di Torino, ma che in realtà per formazione e famiglia pensa prima in francese che in italiano. È il primo vertice Fiat davvero internazionalizzato e globalizzato. Continua