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Perugia

Vespa: Perugia, spaccato d’Italia

Fuori porta

Mai come in questi giorni mi sono sentito figlio di un altro secolo. Avevamo saputo che a Perugia si spaccia droga sui gradini che portano al Duomo. Mi sembrava impossibile che un luogo così centrale e così simbolico fosse un luogo permanente di smistamento. Abbiamo perciò incaricato una giovane e brava inviata di Porta a Porta di dare un’occhiata con una telecamera nascosta. Il risultato è sconvolgente: alla nostra ragazza, che non conosce Perugia e meno che mai il giro degli spacciatori, è bastato un rapido orientamento per entrare immediatamente in contatto con venditori di ogni tipo di stupefacenti nella piazza più importante del centro storico e nelle strade adiacenti. Fosse andata al mercato a comprare frutta e verdura, avrebbe avuto certamente minore scelta. Come è possibile che questo accada?
La magistratura, la polizia, i carabinieri, i vigili urbani di Perugia ignorano quel che una ragazza venuta da Roma ha scoperto in qualche ora di lavoro? Non è possibile. E allora? Allora viene il dubbio di una drammatica svolta socioculturale: gli spinelli non fanno male, la cocaina fa meno male dell’eroina, per uno che ne prendi ne arrivano cinque… Eppure, mai come in questo periodo gli specialisti più autorevoli sono stati d’accordo nel sostenere che le droghe “leggere” non lo sono affatto, il consumo abituale produce danni permanenti e stati confusionali che possono sfociare anche in delitti come l’omicidio della povera Meredith.
Quel che accade a Perugia si ripete naturalmente ogni sera in moltissime città italiane. Le notizie di arresti sono continue, tuttavia, come abbiamo visto, non c’è un rallentamento di spaccio neppure quando una città e un centro storico sono sotto l’occhio di tutta l’opinione pubblica italiana.
La conferma di un abbassamento dei valori viene da altre due inchieste, una dell’Eurispes e l’altra della Società italiana di pediatria. La prima, svolta in collaborazione con Telefono azzurro, dimostra che soltanto il 7 per cento degli adolescenti non ha avuto rapporti sessuali (altre fonti mediche hanno accertato che per le ragazze il primo rapporto completo arriva intorno ai 15 anni).
La seconda ricerca, condotta fra bambini-ragazzi di entrambi i sessi e di 12-14 anni, è ancora più sconvolgente: un terzo degli intervistati confessa di aver visto un coetaneo ubriaco e quasi uno su due di averlo visto fumare uno spinello. Il sesso libero e senza protezione è diffusissimo.
La mia generazione è vecchia di alcuni secoli e perciò non fa testo: molti di noi a 13 anni portavano ancora i pantaloni corti e le nostre compagne indossavano grembiuli lunghi come le tonache delle suore. Per trovare lo “scandalo” di una ragazza incinta bisognava aspettare la fine del liceo e c’erano lunghi dibattiti con i responsabili del fattaccio che confessavano di non capire come si potesse diventare padri e madri senza aver fatto sesso completo.
Fino a pochi anni fa lamentavamo l’educazione repressiva di genitori che impedivano (e forse impediscono ancora) a ragazze di 16 o 18 anni di far tardi la sera. Oggi le ragazzine (noi avremmo detto bambine) di 12 anni escono di pomeriggio con i jeans e il maglioncino coprimani, vanno in discoteca, si spogliano e fanno le cubiste con una malizia sessuale che farebbe impallidire Lolita. Se continua così, il capolavoro di Vladimir Nabokov verrà inserito tra le letture edificanti degli istituti femminili religiosi. Peccato: se si comincia a far sesso senza limiti a 12 anni, a 30 possono arrivare soltanto noia e depressione dopo dozzine di legami (e magari di matrimoni) sbagliati.

Vespa: Tu chiamale, se vuoi, emozioni forti

Alberto Stasi, indagato per l'omicidio di Garlasco
Fuori Porta

Forse sono innocenti. Forse alla fine verrà fuori qualcosa che li scagiona. O forse no. Forse Raffaele Sollecito è implicato nell’assassinio di Meredith e Alberto Stasi lo è in quello di Chiara. Arresti prematuri? Indagini frettolose e sbagliate? Oppure la prima intuizione è stata quella giusta?
Comunque vadano a finire le inchieste di Garlasco e di Perugia, ci troviamo di fronte a due ragazzi prototipi di una gioventù che non conosciamo e il cui ritratto giudiziario, indipendentemente dall’esito delle indagini, è diverso da quello sul quale sono pronti a giurare genitori e amici.
Raffaele e Alberto hanno molti tratti in comune: 24 anni, studenti modello, coinvolti in una storia orribile alla vigilia di una laurea brillante con ottime prospettive di lavoro. Sembrano simili anche nel fisico e nel carattere. Alti, magri, piacevoli. E gelidi, anche di fronte a contestazioni che farebbero impazzire chiunque.
Il padre di Raffaele è un affermato medico pugliese. Parla del figlio con serenità convinta, quasi col sorriso sulle labbra, come se il ragazzo stesse in prigione per uno scambio di persona e comunque per una piccola bravata giovanile. Le foto del blog in cui appare fasciato come un terrorista islamico? Un abito di carta igienica. La mannaia che il boia brandisce minaccioso? Un giocattolo di gomma. Il coltello che porta sempre in tasca da quando aveva 13 anni? Un accessorio dell’abbigliamento. Una innocua coperta di Linus.
Eppure Raffaele scrive sul blog: “Ormai sei cambiato e non si può tornare indietro. Si può sperare di trovare un giorno emozioni più forti che ti sorprendano ancora…”. Quali emozioni? Quelle tragiche sospettate dal giudice che lo tiene in carcere immaginando una reazione atroce alla noia quotidiana? O emozioni innocenti di altro genere?
“Sono molto onesto, pacifico, dolce, ma qualche volta completamente pazzo…”. Che vuol dire? E soprattutto perché queste cose si scrivono su un blog aperto a tutti? Un tempo certe introspezioni si confidavano a un diario e guai se i genitori si permettevano di ficcarci il naso: legioni di psicologi e di sociologi erano pronte a stracciarsi le vesti per la violazione inammissibile, per il turbamento definitivo e fatale al ragazzo o alla ragazza in fiore. Adesso tutto è pubblico. E nessuno si preoccupa di capire e di interpretare certi messaggi prima che un oscuro delitto imponga letture tardive e magari improprie. I genitori leggono i blog dei figli?
Un padre manda il figlio all’università in una deliziosa città di provincia e scopre da giornali e televisione che sulle scale del duomo di Perugia si smercia droga apertamente e impunemente. «Faccio uso di cannabis tutti i giorni di festa e tutte le volte che ne ho bisogno. Sono una persona ansiosa» scrive Raffaele. Una canna al posto dell’Ansiolin? Lunedì 12 novembre a Porta a porta studenti perugini hanno ammesso che nella loro città la droga si compra liberamente. La stessa sera uno psicologo, un criminologo e un magistrato minorile hanno ricordato che la droga cosiddetta leggera può stravolgere la personalità di chiunque. L’indomani personalità e giornali della sinistra hanno protestato. Guai ad accostare la droga a un delitto. Che la droga sia libera, per i delitti si indaghi altrove.
Resta la domanda. Chi è Raffaele Sollecito? Chi è Alberto Stasi? Le conversazioni fluviali con un amico e il pudore relazionale verso Chiara c’entrano tanto o nulla col delitto? E insomma: i nostri figli sono più infelici e crudeli dei loro padri?

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