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Pier-Ferdinando-Casini

Vespa: Casini a un bivio: scegliere l’alleato per le elezioni


Pier Ferdinando Casini è sempre un metro oltre il punto in cui Silvio Berlusconi riesce ad arrivare. Nel luglio 2010 sembrava disposto ad appoggiare il governo al posto di Gianfranco Fini, ma chiedeva al Cavaliere di dimettersi per ricevere un nuovo incarico. Berlusconi non accettò perché temeva di non ottenerlo. Da allora (e per un anno) Casini si disse disponibile a dialogare con il centrodestra, a patto che Berlusconi si fosse dimesso. Il 14 dicembre sperò, come tutte le opposizioni, che il presidente del Consiglio fosse sfiduciato e perse. Ma quella fu soprattutto la sconfitta di Fini. Dieci mesi dopo, il 14 ottobre scorso, fu Casini a dirigere l’orchestra delle assenze per evitare che si raggiungesse il numero legale per la nuova fiducia che il Cavaliere ottenne. E perse di nuovo. Continua

Vespa: Ora Casini guardi a destra


Non vogliamo far cadere il governo, né fondare un nuovo partito». Andrea Olivero, presidente delle Acli, mette in guardia i dietrologi dallo scopo del grande convegno che il 17 ottobre riunirà nel convento di Montesanto a Todi le più importanti associazioni cattoliche, dalla Cisl alle cooperative bianche, dalla Coldiretti al Movimento cristiano dei lavoratori, dalle Acli alla Compagnia delle opere, alla Comunità di Sant’Egidio. Gente che vota per l’Udc, per il Pdl e per il Pd e che, pur non pensando a nuovi partiti, vuole ritrovarsi per far pesare il mondo cattolico sulla ricomposizione della politica italiana quando Silvio Berlusconi lascerà Palazzo Chigi. Continua

Vespa: Che cosa rischia il pio Casini

Pier Ferdinando Casini, leader Udc

Pier Ferdinando Casini, leader Udc

Perché la Chiesa chiede apertamente una nuova generazione di politici cattolici? Quando, come e perché si è (se non spezzato) fortemente attenuato il suo legame con la classe politica in servizio? Continua

Vespa: Un freno ai pm superman

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano

Fuori Porta 

All’accordo! All’accordo! Il clima riformistico sulla giustizia sembra migliorato a destra e a manca dopo le follie compiute sull’asse Salerno-Reggio Calabria. Ma quante buone intenzioni reggeranno alla prova dei fatti? Pier Ferdinando Casini sarà molto collaborativo. Antonio Di Pietro ha annunciato guerra su tutti i fronti. E il Partito democratico? I suoi dirigenti sono divisi, è difficile aspettarsi dal partito scelte rivoluzionarie.
Il primo assaggio è atteso prima di Natale, quando il guardasigilli Angelino Alfano presenterà in Consiglio dei ministri la prima riforma, quella che influisce sui poteri del pubblico ministero assai più (e più utilmente) della chimerica separazione delle carriere. Si tratta di restituire alla polizia giudiziaria i poteri che questa aveva fino al 1989, quando entrò in vigore l’attuale Codice di procedura penale. Intenzione del governo è di lasciare a Polizia, Arma dei carabinieri, Guardia di finanza l’autonoma acquisizione delle notizie di reato e di comunicarle al magistrato che solo in quel momento potrà avviare l’azione penale. Si accerti prima l’ipotesi di reato, insomma, e poi si proceda.
Uno dei padri di questa riforma è l’ex pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris, che ha portato al parossismo alcune anomalie già presenti in parecchi uffici della pubblica accusa. È accaduto spesso, infatti, che i procuratori si siano mossi con quella che è stata acutamente definita la «pesca a strascico». Immagini che un tizio possa aver commesso il reato, lo iscrivi nel registro degli indagati e cominci a intercettare lui e migliaia di suoi interlocutori nella speranza di trovare qualcosa. Alcune volte va bene, altre no.
Con questo sistema De Magistris ha intercettato migliaia di persone e avviato inchieste (poi bloccate) su mezza Italia. Per vendicarne il siluramento, i procuratori di Salerno lo hanno ascoltato 65 volte e hanno messo sotto inchiesta non solo i colleghi di Catanzaro che avevano ereditato le sue inchieste, ma gli stessi vertici del Consiglio superiore della magistratura che si erano permessi di trasferirlo. È così esplosa la visibilità di quell’eccesso di potere dei pubblici ministeri al quale ora si cercherà di porre rimedio.
Il punto centrale della proposta governativa è che il pm non avrà più potere d’iniziativa: dovrà aspettare il rapporto della polizia o la segnalazione di un cittadino. Luciano Violante considera stravagante che se il procuratore legge una notizia di reato sul giornale non possa muoversi. Osservazione giusta con due obiezioni: la prima è che i giornali li legge anche la polizia, la seconda è che al pm non mancherà modo di farsi arrivare sul tavolo in tempo reale la segnalazione da un amico.
D’altra parte la totale discrezionalità di cui oggi godono i procuratori ha portato a risultati così aberranti che qualche sacrificio bisognerà pur farlo. Non si può, inoltre, sostenere che nei quarant’anni in cui questo sistema era in vigore prima del 1989 (quando Violante era giudice istruttore) abbia dato pessimi risultati. Si aggiunga che le nuove norme, se approvate, affideranno alla polizia giudiziaria anche la facoltà di svolgere indagini su filoni paralleli a quelli indicati dal magistrato in modo da arricchire il fascicolo investigativo.
Questa riforma non tocca la Costituzione e metterà subito alla prova la buona volontà dell’opposizione. Da parte sua il premier farebbe bene a recedere dall’ostinazione di togliere dalla riforma delle intercettazioni reati come corruzione e concussione in modo da accelerarne l’approvazione. La separazione delle carriere è assai meno urgente, mentre sulle priorità dei reati da perseguire e sulla stessa diversa composizione del Csm (elemento centrale della riforma, ma di valenza costituzionale) l’accordo con il Pd è possibile.

Belpietro: Il Polo delle diffidenze

L’Editoriale

Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini non si sono mai amati. Non lo scrivo oggi solo perché tra i due stanno volando gli stracci. Lo sostengo da sempre e ne parlavo anche nel numero scorso. Da lungo tempo si rimproverano errori e dispetti. I prodromi di un’alleanza sofferta risalgono al primo governo del Cavaliere, anno 1994.

Quando ci fu la crisi, Berlusconi diede il via libera a un esecutivo istituzionale guidato da Antonio Maccanico. Gianfranco Fini lo stoppò. Il Cav. a quel punto ripiegò su Lamberto Dini e come andò si sa. È passato oltre un decennio, ma i due si rinfacciano ancora quelle scelte: colpa tua se non si fece un esecutivo che avrebbe garantito entrambi gli schieramenti, rimprovera il primo al secondo; no, tua, che hai scelto un giuda, replica il capo di An.
Da lì in poi hanno sempre diffidato l’uno dell’altro. Fini, vellicato dagli apprezzamenti a sinistra, ha provato a scalzare Berlusconi da leader del centrodestra, stringendo un’alleanza con Mario Segni alle europee del ‘98, ma fu un disastro. Il ménage à quatre dentro la Casa delle libertà ha sempre sofferto dell’insofferenza fra i due.

Sì, anche tra Pier Ferdinando Casini e il leader di Forza Italia ci sono state scintille e pure sgambetti di non poco conto. Dalle frizioni non è stato esente neppure il rapporto con Umberto Bossi. Ma mentre con gli altri alleati i dissidi poi si sono sempre ricomposti, lasciando maggiore o minore spazio alla reciproca diffidenza, con Fini le fratture non si sono mai in realtà rinsaldate. Ogni occasione è stata buona per rinfacciarsi qualcosa. Il contratto del pubblico impiego, Tremonti, la Mussolini, la Brambilla, Storace, la Santanchè. Ma, al di là delle questioni politiche, credo che fra loro ci sia qualcosa di personale, che non ha nulla a che fare con le vicende recenti del capo di An e le polemiche con Striscia la notizia. È un’intesa che non è mai sbocciata e col tempo ha lasciato spazio a un rancore che va oltre il calcolo politico.

Nell’ultima settimana ci sono stati almeno un paio di tentativi di ricucitura dello strappo. Ma se l’intenzione era di rimettere insieme i cocci, alla fine le parole frantumavano ancor di più ciò che rimaneva della Cdl. Dopo l’annuncio della nascita del Partito del popolo della libertà, il leader di An si è reso conto che non poteva permettersi il lusso di farsi rinchiudere nell’angolo destro del panorama politico, e prima di cominciare le interviste si riprometteva di aprire uno spiraglio all’intesa. Ma dalla bocca gli uscivano risposte che suonavano come una chiusura netta.
Che succederà ora? La guerra tra i due proseguirà? Oppure An andrà per la propria strada, che è solitaria giacché Casini e Bossi già strizzano l’occhio al Cavaliere? Per ora Fini prova a dialogare con Walter Veltroni, così da non lasciare spazio al solo Berlusconi, ma la via della trattativa è impervia e piena di trabocchetti.
Probabilmente, messa da parte l’allergia personale, saranno costretti a riparlarsi. Certo non sarà per simpatia, ma per convenienza. Anche perché, se saranno condannati dalla legge elettorale a restare insieme, più che alla vecchia Casa delle libertà, la loro somiglierà alla prigione delle libertà.
 maurizio.belpietro at mondadori.it

Belpietro: Dagli amici mi guardi Iddio…

Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini
L’editoriale

Di Romano Prodi è inutile dire: del suo governo sapete già tutto. In questi giorni gli editorialisti ci hanno deliziato con analisi di ogni tipo. Ecco perché mi pare più importante parlare di ciò che sta accadendo in queste ore nel centrodestra. Nell’ultima settimana i leader della Casa delle libertà non si sono risparmiati nulla: botte e sgambetti compresi. La tensione è iniziata a salire con l’avvicinarsi del voto in Senato sulla Finanziaria. Il nervosismo ha dato il via agli sfoghi. Silvio Berlusconi si è lamentato degli alleati, accusandoli di intelligenza col nemico mentre lui era impegnato a dare spallate all’esecutivo. Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini non hanno sorvolato ma risposto per le rime, aprendo una porta a Walter Veltroni per la trattativa sulle riforme. Anche Roberto Maroni ha provato a strizzare l’occhio al segretario del Pd. Da parecchio tempo non si vedevano i capi dell’opposizione avanzare con tale disordine. Tranne Casini, che ci teneva a rimarcare la sua diversità, il centrodestra aveva sempre cercato di far fronte comune contro la maggioranza.
Però non credo che gli episodi di questa settimana rivelino solo il nervosismo della Cdl, ma anche alcune strategie di fondo che potrebbero emergere con maggior nettezza nei prossimi mesi. È inutile girarci intorno: Casini coltiva da tempo un disegno suo, che è quello di mettersi in proprio per sfuggire all’abbraccio, che egli giudica mortale, di Berlusconi. Se esistesse un’alternativa di centro, un sodalizio da coltivare insieme con Clemente Mastella e qualche petalo sparso della Margherita, il fondatore dell’Udc non avrebbe esitazioni a dire addio al Cavaliere, soprattutto se spuntasse una legge elettorale costruita per far rinascere la Balena bianca. Sull’altro lato del tavolo c’è Fini. Anche lui sogna di giocare in proprio la partita dei prossimi anni e con Berlusconi l’idillio non è mai nato, i due si sopportano, nessuno si fida dell’altro.
Il Cav. del resto non si stanca mai di lamentarsi dell’inaffidabilità dei suoi compagni, pardon: amici di viaggio. Che fare allora? Visto che quando si vota gli elettori lo premiano, ma non come lui vorrebbe, il leader di Forza Italia ha iniziato a benedire una serie di partiti satellite. Il primo è stato quello parascudocrociato di Gianfranco Rotondi. Approfittando del disagio dell’onorevole ex udc, Berlusconi ha guardato con benevolenza alla nascita di una formazione che si candidasse a competere al centro con il partito di Casini. Uguale strategia è stata messa in campo con il partito della Brambilla.
La rossa rappresentante dei giovani commercianti, che proviene da Lecco, potrebbe drenare (in teoria) qualche voto alla Lega ma anche intercettare gli scontenti della Cdl e un po’ di elettorato femminile, mentre ai Circoli della libertà di Marcello Dell’Utri tocca far presa sui giovani.
Infine l’ultimo colpo, quello della Destra. Anche se non è stato Berlusconi a spingere Francesco Storace fuori da An, appare evidente che il Cav. ha guardato con piacere alla nascita di un soggetto che ora, con l’arrivo di Daniela Santanchè alla corte di Epurator, è una spina nel fianco di Fini. Così, con un gruppo di partiti satellite destinati inevitabilmente a indebolire Udc e An, Berlusconi ha argomenti più che fondati per tenere a bada i desideri di leadership degli alleati.
Basterà al Cav. questo scenario per impedire risse dentro la Cdl? Non credo. I Rotondi, le Brambilla e gli Storace sicuramente daranno filo da torcere a Fini, Casini e alla stessa Lega, ma difficilmente rafforzeranno Berlusconi. Rischiano invece di indebolire la Cdl, costretta a ridistribuire i posti per far largo ai nuovi. Capisco le ragioni di Berlusconi, ma attorno al tavolo delle libertà si rischia di parlare troppe lingue. Una babele che non promette niente di buono per chi vorrebbe invece parlar chiaro agli italiani.

Vespa: Dietro lo stillicidio quotidiano

Walter Veltroni con Romano Prodi
Fuori Porta

C’è Garlasco, poi Garlasco, poi ancora Garlasco. La gente prende il giornale, guarda pigramente la prima pagina e poi corre a leggere le ultime sul delitto. Da sempre, nelle preferenze della popolazione, la cronaca viene prima della politica. Si veda Cogne. Ma raramente come stavolta il salto delle pagine politiche è stato più netto. Perché raramente, come in questo momento, la politica è stata un gioco di società che appassiona molto, come tutti i giochi di nicchia, soltanto un ristretto gruppo di specialisti.
Riepiloghiamo. A Palazzo Chigi c’è da 15 mesi Romano Prodi alla guida di una coalizione di una decina di partiti apertamente incompatibili tra loro che hanno vinto d’un soffio le elezioni uniti soltanto dalla guerra di liberazione da Silvio Berlusconi. Nella guerra perenne tra riformisti e sinistra radicale, Prodi deve dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Finora ha vinto il partito della botte, ma il partito del cerchio (i riformisti) s’è ribellato e ha cominciato a tirare il freno sul welfare, sulle tasse, un po’ su tutto. La novità di questo autunno è che ai normali interlocutori politici dei diversi partiti s’è aggiunto Walter Veltroni. Formalmente, Veltroni è ancora soltanto il sindaco di Roma. Ma la sua scontata elezione il 14 ottobre alla guida del Partito democratico gli ha fatto assumere un ruolo del tutto inedito nella politica italiana: quello del presidente del Consiglio ombra. Mentre infatti i suoi concorrenti più noti (Rosy Bindi ed Enrico Letta) caratterizzano la loro campagna in termini più stretti di identità di partito, Veltroni ha presentato un programma da candidato premier. Poiché in questo momento è libero dai condizionamenti di chiunque, a cominciare dalla sinistra radicale, Walter può muoversi assai più liberamente di Romano.
Non gli costa nulla, perciò, chiedere ragionevolmente la riduzione delle tasse, visto che non deve sedersi al tavolo né con Tommaso Padoa-Schioppa – che ci ricorda ogni momento l’enormità del debito – né con la trimurti Franco Giordano-Oliviero Diliberto-Alfonso Pecoraro Scanio che chiedono di destinare il surplus fiscale ai ceti più deboli. Così aprendo i giornali ogni mattina, Prodi scopre che cosa farebbe Veltroni se fosse al posto suo. Intendiamoci: Veltroni fa benissimo a muoversi così nella sua ottica, ma il lettore non capisce più dove finisce la realtà e dove comincia la fiction.
Veltroni, infatti, con il sostegno del suo storico amico-nemico Francesco Rutelli, si muove nell’ottica di un’alleanza «di nuovo conio» che sembra davvero il migliore dei mondi possibili disegnato da Voltaire per Pangloss. Ma se si esce dallo schermo e si scende sulla strada, non si capisce dove questo «nuovo conio», che sarebbe poi la mitica nuova alleanza di centro, cominci e finisca. Un’alleanza del Partito democratico con l’Udc riunitosi a sua volta con l’Udeur? Noi non crediamo che Pier Ferdinando Casini possa allearsi con il centrosinistra. (In verità, essendoci a suo tempo sbagliati con Marco Follini, potremmo sbagliarci di nuovo. Ma Follini è partito da solo. Casini provocherebbe uno tsunami nel suo partito e in ogni caso non crederemo mai che il suo ostentato antiberlusconismo arrivi a tanto).
Il disegno di lungo periodo è suggestivo e Rutelli lo coltiva da almeno due anni: il ritorno a un centrosinistra riformatore stile anni Sessanta. Ma la premessa è legata alla scomparsa politica di Silvio Berlusconi che, come è noto, è ancora lì alla guida di quello che si giocherà con l’intero Pd il posto di primo partito italiano. In ogni caso Pd+Casini+Mastella+Boselli+Di Pietro+Angius sono lontani dalla maggioranza assoluta. Dunque? Dunque Garlasco, poi Garlasco e poi ancora Garlasco.

Vespa: Prospettive da prima repubblica

Lorenzo Cesa con Pier Ferdinando Casini
Fuori porta
La politica italiana assomiglia sempre più al gioco dei pacchi di Flavio Insinna su Raiuno. Vinci 500 mila euro quando meno te lo aspetti, perdi tutto quando sei convinto di aver messo da parte un bel gruzzolo. Prendete Silvio Berlusconi. Ancora due settimane fa era piccolo e nero. Pier Ferdinando Casini lontanissimo, Umberto Bossi vicino con il cuore ma sempre meno con la politica (si guardino le elezioni di Verona), l’Unione debole ma blindata per forza di cose. Poi arriva il congresso dell’Udc e Casini nel suo discorso sta attentissimo a non attaccarlo: due colpetti di gomito giusto per la platea, ma niente di più. Mai a sinistra, in Francia «Sarkó» è il nostro candidato, il centro è la nostra casa del futuro, ma non se ne conoscono gli inquilini e i tempi di locazione. Le due opposizioni, di fatto, tornano a essere una.
Arrivano poi i congressi dei Ds e della Margherita, il Cavaliere va a entrambi, non prende un fischio, firma autografi, si fa fotografare con le giovani diessine. Torna una persona così normale e perfino simpatica che, se Romano Prodi non s’impegna a fondo per impedirglielo, come sta in effetti facendo, rischia di prendersi anche un pezzetto della Telecom senza battere ciglio.
Si aggiunga che l’andamento politico dei congressi e le ultime proposte di legge elettorale rischiano di farne addirittura uno dei due perni (l’altro è Franco Marini) intorno ai quali ruoterà nei prossimi mesi la giostra della politica.
Berlusconi è diventato infatti l’interlocutore privilegiato del Partito democratico, dal quale non lo divide più il terreno neutro di Casini. Il Cavaliere farà di tutto per recuperare interamente la collaborazione del leader udc, fiancheggiato in questo da Gianfranco Fini che negli ultimi giorni ha superato i recenti rancori per Casini. Ma strategicamente non ne ha più bisogno. Mostra di venirgli incontro sposando di nuovo il sistema elettorale tedesco, ma se alla fine dovesse prevalere il referendum, comunque gli andrebbe bene. E se a sinistra qualcosa si spostasse verso il centro, sarebbe certo Berlusconi, oggi avversario e non più nemico, l’interlocutore privilegiato.
L’altro perno della politica italiana è appunto Marini. Prodi ha detto di non aver capito il suo discorso al congresso della Margherita e di esserne perciò preoccupato. Può spiegarglielo Fabio Mussi, che l’ha capito benissimo. Marini, spiega Mussi, non pensa certo a un ribaltone, ma poiché i partiti si fanno in una lunga prospettiva, vuole lasciarsi le mani libere. Per far che? Certo per non ripetere all’infinito l’alleanza con la sinistra radicale.
Dice Francesco Cossiga che Franco Giordano, Oliviero Diliberto e Alfonso Pecoraro Scanio accetteranno qualunque nefandezza moderata (in politica estera e anche in politica economica) pur di non far cadere il governo. Perché? Perché sanno che dopo questo governo i loro partiti resteranno all’opposizione a tempo indeterminato. Non solo se vincesse il centrodestra, ma anche se al governo dovesse tornare il centrosinistra.
Questo, naturalmente, sarebbe impossibile in un sistema bipolare. Già, ma chi ha detto che il sistema resterà tale? E se un giorno il Partito democratico si alleasse con i moderati dell’altra parte (Forza Italia, anzitutto) ripristinando un centrosinistra nello stile della Prima repubblica? Fantapolitica, certo, ma fino a un certo punto. La Margherita non ha intenzione alcuna di star seduta sul sellino posteriore di una moto guidata dai Ds. Il problema dei Ds sarà di badare al percorso. Siamo seri: ce lo vedete Massimo D’Alema morire democristiano? Perché il rischio è questo.

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