
Per un po’ uno li sta a sentire, poi si ride. Ma insomma, ci vuole una bella opacità della mente e del senso storico per rifilare al pubblico, in questo anno di grazia 2008, l’idea che la religione sia un fatto privato e che la conversione di un musulmano il Papa non la deve celebrare nella notte di Pasqua, in San Pietro e a telecamere aperte. Lasciamo da parte la questione canonica e teologica, il significato stesso di libertà religiosa di una conversione, il proselitismo e tutto il resto. Parliamo di storia e di politica.
Volete rendervi conto, cattolici invisibilisti che pretendete di calpestare le strade del mondo laico lasciando a casa la vostra cultura, di quanto il mondo sia cambiato dai tempi del Vaticano II? Rendersi conto di quel che muta non è oscurantismo reazionario, non è l’Inquisizione spagnola che ritorna, non è esclusivismo fondamentalista, fine dell’ecumenismo, distruzione della laicità: è realismo.
Il realismo di Nicolas Sarkozy, che parla dell’orizzonte religioso come della nuova frontiera su cui si dispone la storia europea. Di Tony Blair, che insegnerà «religione e globalizzazione» a Harvard. Di una pletora di intellettuali capaci di interrogarsi in tutto il mondo sul ritorno del sacro, sulla nuova sensibilità religiosa di massa. Tra questi metterei perfino quel bravo scrittore e cronista dell’Unità il quale si è accorto, imbattutosi nella recente Via Crucis immersa nella pioggia battente, e così folta di partecipazione internazionale di fedeli, che tanti anni fa la Via Crucis era un piccola e laterale cerimonia per un pugno di fedelissimi del Papa Paolo VI, senza rilevanza nemmeno per il traffico intorno al Colosseo.
Roma a parte, come si fa a nascondere la verità della politica americana, intesa non come somma di banali notizie politiche ma come sviluppo strutturale di nuovi fenomeni sociali e civili ad alto impatto emozionale, culturale, civile? Fenomeni che coinvolgono i candidati alla presidenza ormai da decenni, i giudici della Corte suprema, le università e le case editrici, le cinture suburbane dove si fabbricano i voti dei «churchgoers», elettori evangelici praticanti che possono determinare vita o morte di un qualunque pretendente alla presidenza dell’impero?
Per anni giornali come Il Foglio o l’Economist hanno cercato di spiegare come stanno le cose in materia di relazioni tra religione e spazio pubblico. Invano, a quanto pare. Hillary Clinton parla di Dio «con maggiore frequenza di quanto mediamente faccia un vescovo europeo» ha scritto da Washington Adrian Wooldridge. E il suo guaio è che sulla strada ha trovato uno che non solo parla di Dio, come il predicatore laico Barack Obama, ma addirittura agisce scenicamente in tenuta profetica permanente, e costruisce sogni nazionali di unità, di riscatto, di salvezza con le stesse formule di oratoria religiosa con cui da sempre, nella storia americana, sono state giustificate e fondate le grandi battaglie contro la schiavitù, la segregazione dei neri, i diritti civili e l’unità patriottica del melting pot, del popolo dei diversi che si raduna intorno alla città costruita evangelicamente su una collina, la città della libertà di credere.
E con tutto questo gran circo religioso, mentre gli islamici è nell’esercizio legale della loro fede (la sharia) che attingono la forza della loro rivolta contro l’Occidente, mentre gli ebrei difendono la loro città sulla collina, il loro stato-guarnigione sorto dopo la Shoah, dall’atomica dei mullah iraniani, voi vorreste che la conversione a Cristo di un musulmano scivolasse nell’ombra della storia, al riparo dalle critiche e dalle «reazioni»? Ma siete matti? Ma in che mondo storico vivete?

L’Arcitaliano
Un eroe di Nanni Moretti, impersonato da Silvio Orlando, dice a due amiche lesbiche intente a fare un figlio fecondato chissà come: “Non me lo spiegate, tanto non lo capisco”. Ecco, io non sono come lui. Ecco, io non sono cattivante e ruffiano come lui. Io capisco, ma non mi adeguo. Nei secoli l’amore omosessuale è stato amor profano, energia erotica, paideia e pederastia nel senso etimologico del termine, amore per i fanciulli e per la loro educazione (Platone, Socrate). Nei secoli è stato gioco e corruttela, come in Petronio Arbitro e negli epigrammi di Marziale, o creaturalità poetica della solitudine di fronte all’abisso del canto d’amore (”Placida notte e verecondo raggio della cadente luna, bello il tuo manto, o divo cielo, e bella sei tu rorida terra”, Giacomo Leopardi nel suo Ultimo canto di Saffo).
La soluzione moderna sembrava essere la rivolta individualistica, lo spirito libertino di un de Sade o di un Rimbaud, il nichilismo desiderante e il disprezzo per la banale propagazione della specie. Ora, modernissimi come siamo, tutto è cambiato. L’amor profano diventa un diritto contrattuale reclamato, e quasi sempre realizzato, un uso comune da omologare senza discriminazioni tra i diritti indiscutibili delle minoranze, un carisma da consacrare alla pari con i carismi matrimoniali (Zapatero).
Che cosa comporta questo cambiamento radicale, e di dove viene? La prima conseguenza è positiva. La mentalità prevalente in un certo periodo della storia ecclesiastica, e la sua ripercussione nella cultura secolare, avevano diffuso intorno alla variante sterile e indifferenziata dell’amor profano un’aura demoniaca capace di portare a pregiudizio e inumanità verso le persone che amano il proprio sesso. Nell’accettazione moderna e modernissima della diversità erotica, di questa variante millenaria della condizione umana, c’è un ritorno anche paganeggiante all’antico sentimento pedagogico e libertario, e un riflesso della complessa comprensione cristiana del peccato, distinto dal peccatore e dalla sua coscienza personale. È quel che si dice, tutto sommato, un progresso.
La seconda conseguenza, molto spiacevole per una mentalità laica e secolare, ma non ideologica, è l’abbassamento della norma umoristica. Tra un po’ metteranno nelle leggi che di queste cose non si può ridere, e forse nemmeno parlare, che discriminarle secondo il loro effettivo profilo di anomalie contronaturali è offensivo e perfino abietto. E con questo saremo tutti più poveri.
Saranno più poveri i maschi e le femmine integrali, familiari, fecondi, e saranno più poveri i libertini pesanti e leggeri d’antan. Le piccole vacanze o l’Anonimo lombardo o Fratelli d’Italia, per dire di tre racconti-saggio delicatamente spregiudicati di un grande Alberto Arbasino, saranno messi all’Indice della moralità corrente, tenuti in sospetto di sessismo, nonostante siano anche lì, come in Gore Vidal e in altri bei campioni del catalogo gay, le radici di una cultura che punta, senza più alcun senso della differenza comica, del parodismo intimamente connesso alle famigliole gay, alla completa equiparazione e omologazione sentimentale e civilistica.
Il guasto vero della normalizzazione sacralizzante dell’amor profano sta proprio qui, non nella consolante fine delle discriminazioni negative, ideologiche e pratiche. Sta nella fine contemporanea della discriminazione come capacità di discernimento, a difesa e a tutela dell’intelligenza e dell’ironia, che sono le armi più forti di ogni civilizzazione umana, compresa la pietà cosmica o il senso religioso dell’esistenza che dir si voglia. Giovanni Testori e Pier Paolo Pasolini sono anticaglie, eppure la loro irrequietudine era parlante, creativa, significativa. Restano i protocolli un po’ burocratici del cerimoniale dei gay in via di assimilazione. E l’assimilazione, lo si sa dalla tragica storia dell’Ebraismo in Europa, è uno degli aspetti, quello illuminista, della soluzione finale di una questione posta da una minoranza dispersa ed eletta. Stavolta per fortuna sarà una farsa, ma è un peccato lo stesso.