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sondaggio

Vespa: Perché Berlusconi esce illeso dalle macerie

Il cdm all'Aquila

Fuori Porta
Perché Silvio Berlusconi è più popolare dei suoi principali colleghi europei? L’ultimo numero dell’Economist rileva con molta perplessità che Nicolas Sarkozy nei sondaggi è sotto i sindacati (in genere poco popolari) sebbene i numeri della crisi francese siano migliori, per esempio, di quelli tedeschi. Gordon Brown e Angela Merkel non stanno messi benissimo. Il Cavaliere invece cresce. Più disgrazie gli cadono addosso, più cresce. Possiamo discutere sui numeri dell’indice di gradimento, non sulla sostanza. E la sostanza ci dice che la popolarità di Berlusconi, già alta al momento della vittoria elettorale di un anno fa, è cresciuta con i rifiuti di Napoli, poi con la crisi economica più grave da 80 anni, infine col terremoto dell’Aquila.
Per capire il fenomeno, vale la pena di sfogliare un quotidiano comunista, Il Manifesto. Spiega Ida Dominijanni (14 aprile): “Il terremoto… è stata l’apoteosi della vocazione antipolitica di Berlusconi, del suo antico presentarsi come un politico per caso, in prestito al Palazzo, ma cresciuto fuori del Palazzo, e come un premier per necessità, che per vocazione resta un imprenditore che s’è fatto da solo, che a ciascuno dice di farsi da solo, o nella fattispecie di rifarsi, anche sotto una tenda”.
L’allusione al rifarsi è motivata dal racconto poche righe prima della dentiera fatta avere a tempo di record a una signora che l’aveva persa tra le macerie della propria casa e all’impegno di altre due anziane sfollate di andare dal parrucchiere in cambio di due tailleur nuovi. Come dire: basta un modesto gesto d’attenzione per conquistare una persona per sempre e garantirsi un clamoroso effetto moltiplicatore. “Che può fare una sinistra più agonizzante che malconcia dinanzi a un populismo così spontaneo e naturale?” si chiede Il Manifesto. “Intanto non snobbare il problema, non liquidare il populismo come un sottoprodotto politico necessariamente di destra”. E quant’altro.
Piaccia o non piaccia, Berlusconi è l’uomo del fare. Sbuffa contro le lentezze di un sistema bicamerale perfetto e si rifugia nei decreti legge. Lamenta gli estenuanti dibattiti parlamentari (la democrazia esige le sue piccole noie) e propone di far votare solo i capigruppo. Si sente imbrigliato nei vincoli costituzionali che il presidente della Repubblica (e ora anche quello della Camera) gli ricordano ogni momento e deve abbozzare. Ma appena arriva un’emergenza rinasce. Perché rinasce?
Perché emergenza chiama commissario e il commissario agisce per le vie brevi, saltando le procedure. Guido Bertolaso e Gianni Letta si ammazzano di lavoro, l’uno sul campo, l’altro nelle retrovie di Palazzo Chigi. Ma il commissario ideologico è il Cavaliere. È lui che sfida il destino dicendo che già nel primo autunno, quando a L’Aquila comincia il gran freddo, gli sfollati dormiranno in una casa vera. Come farà, non sappiamo. Ma l’ha promesso e c’è il rischio che ce la faccia.
Quando va a L’Aquila, Berlusconi si siede con gli uomini della Protezione civile e guarda carte, rilievi, progetti. Sa che tra lui e le nuove case non c’è alcun ostacolo se non il tempo. Niente doppie letture parlamentari in commissione e in aula, niente conferenze di servizi, niente rallentamenti burocratici, niente fondi virtuali.
La vita non può scorrere sempre così, Berlusconi ha dimostrato di saperci fare anche con la crisi (il suo consenso non è sceso nemmeno lì). Ma dategli una vecchietta senza denti e un quartiere da ricostruire senza intoppi e lui trionferà.
La sinistra più intelligente l’ha capito e si chiede se anche la politica italiana nel suo complesso non uscirà cambiata dal terremoto dell’Aquila.

Belpietro: Razzismo? La politica impedisce di vedere

Proteste di quartiere a Napoli per il rifiuto di sgombero degli immigrati

Editoriale

A Walter Veltroni, che parla di razzismo e accusa “la destra populista di fomentarlo, alimentando le paure degli italiani contro gli immigrati”, suggerirei la lettura dei libri di Marzio Barbagli. Da anni il sociologo di Bologna compila un rapporto sullo stato della criminalità in Italia e in particolare su quella d’importazione. L’ultimo volume è appena uscito e il professore, che è di sinistra, rivela che a lungo lui stesso si rifiutò di credere che i processi migratori avessero una qualche influenza sui reati commessi in Italia. La sua formazione politica gli impediva di leggere i dati che aveva sotto gli occhi. Quando pubblicò la sua prima ricerca, in cui si evidenziava la relazione tra criminalità e immigrazione, alcuni colleghi gli dissero che rendere pubblici quei risultati era pericoloso, altri gli tolsero il saluto.
La reazione del mondo accademico non mi stupisce, così come non mi sorprende quella di molti politici. Spesso l’ideologia impedisce di vedere la realtà. E la realtà è che l’Italia non è affatto un paese razzista, semmai un paese spaventato.

A pagina 90 pubblichiamo un accurato sondaggio da cui si capisce che qui non si cova alcun sentimento di intolleranza razziale; nell’intervista raccolta da Bianca Stancanelli, lo stesso Barbagli spiega che la reazione nei confronti dello straniero è dovuta a insicurezza, a preoccupazione per il proprio futuro e per la propria incolumità. Non c’entrano niente le campagne della Lega e neppure i giornali, come invece continuano a ripetere molti intellettuali e, ahimè, anche molti politici, i quali, evidentemente, pensano che gli italiani siano un popolo di pecoroni facilmente ingannabile con qualche slogan.
Le ricerche dimostrano che la paura degli immigrati non nasce dalle manipolazioni di qualche partito o dei mass media, ma da un sentimento diffuso, che tocca di più le regioni del Sud e del Centro, dove Umberto Bossi non ha grande presa sugli elettori. Ma, se ancora vi fossero dubbi, i dati dell’ultima ricerca di Barbagli tagliano la testa al toro.
Riassumo: nel 2007, su circa 9.300 persone denunciate per furto in appartamento, quasi il 53 per cento era straniero e di poco inferiore era la percentuale di immigrati arrestata per una rapina in casa; per quanto riguarda il borseggio si sale addirittura al 68 per cento. Nel Nord, la quota di stranieri accusati di questi reati è superiore alla media nazionale: si arriva al 57 per cento dei denunciati per rapina in strada, al 59 per rapina in casa, al 71 per borseggio. Eppure, come si evince dal sondaggio della Demos che La Repubblica ha pubblicato la scorsa settimana, sono le regioni rosse più di quelle del Nord a vedere gli immigrati come un pericolo.
Appare chiaro che esiste un rapporto diretto tra immigrazione e criminalità e chi lo denuncia non influenza un bel nulla: semplicemente descrive una situazione che gli italiani già conoscono e la cui percezione è indipendente dalle dichiarazioni dei politici, tanto è vero che la preoccupazione è più forte là dove il centrodestra è più debole.
Quasi 10 anni fa, un altro sociologo, certamente non leghista, come Luciano Gallino scriveva che il preoccupante degrado del tessuto sociale di alcune città era collegabile al flusso incontrollato di immigrati, i quali avevano trasformato certe zone urbane in brutte copie del suq di Marrakech.
Era razzismo quello di Gallino? No, era l’osservazione di uno studioso. Nelle sue parole non c’era alcun tentativo di orientare gli italiani, semmai di decifrare un fenomeno, di anticipare un disagio. Lo stesso fenomeno che alcuni politici continuano a non voler vedere. Se, al posto di dichiarare, cominciassero a studiare, probabilmente sarebbero meno preoccupati per il razzismo e di più per il troppo buonismo.

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