Leggi tutte le notizie su:
Turchia
Mentre l’Europa si chiede se i turchi siano degni di essere ammessi al club dell’Ue, la Turchia sta costruendo per se stessa un ruolo nuovo, più asiatico e mediorientale di quello che aveva negli anni in cui si considerava soprattutto euroatlantica. Continua

L’europeo
Nel discorso pronunciato dopo il giuramento, Barack Obama dette al mondo islamico un segnale di apertura. Nei giorni seguenti abbiamo letto sulla stampa americana che un segnale molto più forte sarebbe stato lanciato con un discorso interamente dedicato all’Islam, da pronunciarsi verosimilmente durante il primo viaggio del nuovo presidente in un paese musulmano. Non sappiamo se questo accadrà a Istanbul o Ankara in occasione del viaggio presidenziale in Turchia annunciato dal segretario di Stato Hillary Clinton. Ma i fatti, in questo caso, sono più importanti delle parole.
Per il suo primo viaggio in Medio Oriente Obama ha scelto un paese con cui gli Stati Uniti, all’epoca della presidenza di George W. Bush, hanno avuto rapporti difficili. I primi segni di freddezza risalgono alla vigilia della guerra irachena. Quando l’America, nella primavera del 2003, chiese l’uso del territorio turco per le truppe americane che si preparavano a invadere l’Iraq, il parlamento di Ankara oppose un secco rifiuto. La Turchia temeva che la guerra avrebbe provocato la crisi dello stato iracheno e riaperto la questione curda. Non aveva torto.
Il Kurdistan iracheno, unica isola di ordine e prosperità in un paese distrutto e diviso, cominciò a comportarsi come un regime indipendente e divenne una base operativa per la guerriglia curda in Turchia. Ankara reagì lanciando una serie di operazioni militari al di là del confine. Gli americani dovettero tollerare e tacere. Ma la questione irachena continuò a dividere i due vecchi alleati e a pesare sui loro rapporti. Oggi la situazione è cambiata.
L’America ha un nuovo presidente, deciso a ritirare le truppe dall’Iraq e ad affrontare con uno sguardo nuovo le crisi del Medio Oriente. La Turchia, nel frattempo, è diventata, oltre che l’indispensabile mediatore del conflitto tra Siria e Israele, un possibile ponte per le relazioni dell’Occidente con i paesi del Mar Nero, con le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, forse addirittura con l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. La teatrale baruffa di Davos tra il premier turco Recep Erdogan e il presidente israeliano Shimon Peres, durante una discussione sulla guerra di Gaza, ha considerevolmente giovato all’immagine della Turchia nel mondo arabo-musulmano.
Obama ha capito che non possono esservi processi di pace senza l’aiuto dei turchi e lo riconosce pubblicamente scegliendo Ankara per il suo primo viaggio nella regione. Il viaggio servirà alla politica americana, tuttavia, soltanto se il presidente si renderà conto che i rapporti degli Stati Uniti con Ankara non potranno essere quelli degli anni della guerra fredda, quando la Turchia dipendeva pressoché interamente da Washington per la sua sicurezza.
Il paese è cresciuto economicamente. È laico, ma governato da un partito islamico e più adatto quindi a parlare con tutti i paesi della regione. Ha un governo forte, appena scalfito dal malumore dei militari e dalle sentenze della sua Corte suprema. È diventato un cruciale crocevia per i gasdotti e gli oleodotti che provengono da est. Può parlare contemporaneamente con gli Stati Uniti, la Russia e l’Iran. Non ha rinunciato al desiderio di entrare nell’Ue, ma ha dimostrato di avere, all’occorrenza, altre ambizioni e prospettive. E ha dato prova di grande flessibilità e immaginazione quando il suo presidente ha visitato la repubblica armena, patria morale degli armeni ottomani massacrati durante la Grande guerra.
Il nuovo presidente degli Usa visiterà quindi una nuova Turchia e il suo viaggio sarà tanto più utile quanto più dimostrerà di esserne consapevole.

L’europeo
Gli attentati di Istanbul, il cordoglio nazionale e l’apparente unità del paese nei giorni della tragedia hanno oscurato un’altra vicenda molto più grave per il futuro della Turchia. La Corte costituzionale ha appena finito l’esame di una vicenda giudiziaria che si è conclusa con un successo di fatto del partito di governo (Akp, Giustizia e sviluppo), del primo ministro, Recep Tayyp Erdogan, e del capo dello stato Abdullah Gül.
All’origine del tentato “colpo di stato giudiziario”, come è stato definito dai partigiani del governo, vi erano due avvenimenti: l’elezione di un islamico osservante al vertice del paese e una legge, fortemente voluta da Erdogan, che revoca il divieto del velo nelle università turche.
L’elezione e la legge, fortemente contestate dai militari e dai maggiori esponenti della tradizione laica kemalista (dal nome di Kemal Atatürk, fondatore della repubblica), sono state rese possibili dalle elezioni nazionali dell’anno scorso in cui l’Akp ha conquistato il 46,6 per cento dei voti (contro il 34 per cento nel 2002) e 340 seggi sui 548 di cui è composta la grande assemblea nazionale.
Sul conteggio dei voti e sui risultati nessun osservatore ha sollevato dubbi e riserve. La campagna elettorale è stata dura ma corretta. È difficile contestare al governo, quindi, l’elezione di un suo leader alla presidenza della repubblica e la revoca di un divieto che sarebbe considerato illiberale in qualsiasi paese europeo.
Ma i laici sono convinti che un islamico osservante al vertice dello stato e il velo nelle università siano soltanto le prime mosse di una strategia decisa a introdurre la legge coranica nel sistema legale turco e a imporre l’osservanza dei precetti musulmani. I maggiori esponenti del fronte antigovernativo sono i militari, a cui Atatürk delegò il compito di vigilare sull’ortodossia laica dello stato e che non intendono rinunciare al ruolo e al potere. Nel fronte laico vi sono anche i magistrati, settori importanti della funzione pubblica e una parte della società civile, soprattutto a Istanbul e a Smirne.
La maggioranza è con Erdogan e il suo partito, ma l’opposizione controlla alcuni dei principali snodi istituzionali della repubblica. Legittimando politicamente l’Akp, la Corte costituzionale ha evitato che la Turchia oscillasse pericolosamente fra dittatura militare e guerra civile.
Vi sono in questa vicenda alcuni dati paradossali. La Turchia in crisi sta attraversando, grazie anche al governo Erdogan, un periodo di grande progresso economico. La crescita, dall’inizio del nuovo secolo, si aggira intorno al 6 per cento.
La finanza internazionale punta sulla Turchia e contribuisce con investimenti stranieri alla straordinaria crescita economica. Non basta. La fortuna elettorale del partito islamico e l’aumento delle donne coperte nelle città dove il velo sembrava essere diventato una reliquia del passato sono fenomeni strettamente legati al miracolo economico turco.
La Turchia è più musulmana anche perché il paese profondo della grande provincia anatolica, dove le tradizioni religiose non vennero mai abbandonate, si è svegliato e sta creando una efficiente rete di piccole e medie imprese. È più facile imbattersi in una donna velata anche perché il progresso e l’immigrazione interna hanno portato nelle grandi città i costumi della provincia.
Respingere l’Islam alla periferia del paese, come avrebbero voluto i militari, sarebbe stato un doppio attentato: alla democrazia e allo sviluppo economico.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto/turchia/normal_turchia2.jpg)
L’Europeo
Le incursioni degli aerei turchi su alcuni villaggi del Kurdistan iracheno non hanno sorpreso i giornalisti che hanno partecipato a un incontro organizzato a Istanbul dall’Unione d’amicizia italo-turca e dall’ambasciata d’Italia ad Ankara. Nel suo intervento al convegno il primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha detto ripetutamente che i militanti del Pkk (il partito clandestino che reclama l’indipendenza delle province curde della Turchia meridionale) sono terroristi e che il suo governo intende trattarli come tali.
È probabile che queste dichiarazioni riflettano i sentimenti del premier. Ma è evidente che Erdogan non avrebbe potuto esprimersi diversamente e, soprattutto, non avrebbe potuto negare ai militari la facoltà di colpire il nemico al di là della frontiera irachena. Può scontrarsi con i leader delle forze armate su altre questioni, ma non su quelle che concernono la sicurezza del paese e l’integrità del territorio nazionale.
Il rapporto tra il partito islamico di Erdogan e i militari resta il punto nevralgico della Turchia moderna. Il premier non si è accontentato di governare a fianco di un presidente laico e all’interno della cornice istituzionale disegnata da Kemal Atatürk. Ha candidato Abdullah Güll, amico di partito e di governo, alla più alta carica dello stato e ha ottenuto dal paese i numeri necessari per imporre la sua scelta. È probabile che questo sia soltanto il primo passo di una politica più ambiziosa, diretta a rimuovere le norme (fra cui in particolare l’interdizione del velo nelle pubbliche istituzioni) con cui Atatürk aveva cercato di costruire, anche nei costumi civili, una nuova Turchia.
A molti questa politica appare inquietante, se non addirittura minacciosa. Sono musulmani, ma temono che il partito islamico, non appena ne avrà l’occasione, si spinga oltre per cambiare radicalmente la natura dello stato. E sono decisi a resistere con le armi della democrazia, come è accaduto nei comizi popolari organizzati dal Partito repubblicano durante le ultime elezioni.
Per combattere questa battaglia Erdogan e il suo partito dispongono di due carte importanti. La prima è rappresentata dai nuovi ceti sociali. Grazie al miracolo turco degli ultimi 5 anni (il prodotto interno lordo è cresciuto ogni anno del 7 per cento), sono apparsi nuovi imprenditori, commercianti, fornitori di servizi. Sono intraprendenti, dinamici e straordinariamente laboriosi, ma anche convinti musulmani e sensibili alle rivendicazioni religiose del premier. La seconda carta è l’Europa. Quando dichiara che la Turchia vuole entrare nell’Unione e che intende quindi conformarsi ai suoi valori civili, Erdogan tranquillizza i settori della popolazione per cui il rapporto con l’Europa è garanzia di libertà, tolleranza e civile convivenza fra confessioni.
Il convegno di Istanbul è stato interessante. Quando alcuni giornalisti italiani hanno cercato di capire quale sarebbe stata la reazione del paese se l’Unione avesse bocciato l’adesione e offerto alla Turchia una soluzione di ripiego, i partecipanti turchi, fra cui esponenti del governo, hanno rifiutato di prendere in considerazione questa ipotesi.
Avrebbero potuto ricordare che la Turchia è una grande potenza di quell’area mediorientale che include il mondo arabo, il Caucaso, il Caspio, l’Asia Centrale, il Golfo Persico, il subcontinente indiano. E hanno evitato di farlo, probabilmente, nella convinzione che la loro risposta sarebbe stata interpretata come il segno di un europeismo debole e strumentale. Ma la fermezza e la coerenza con cui la Turchia persegue il suo obiettivo sono una garanzia anche per noi. Ci assicurano che l’islamismo di Erdogan sarà «europeo» e che esisterà, grazie alla Turchia, un Islam compatibile con le nostre tradizioni civili e culturali.

L’europeo
Il discorso di Shimon Peres al parlamento turco è un successo della politica estera israeliana. Dimostra che Israele non è isolato e può contare sull’amicizia di un grande stato islamico. I rapporti tra Gerusalemme e Ankara sono ottimi da molti anni. Ma era lecito chiedersi se sarebbero rimasti tali anche dopo il nuovo successo elettorale del partito musulmano di Recep Erdogan nelle ultime elezioni e l’ascesa di un suo esponente alla presidenza della repubblica. L’accoglienza riservata a Shimon Peres dimostra che nulla è cambiato. Come in passato Israele continua ad avere due grandi amici: gli Stati Uniti e la Turchia. E il fatto che la seconda gli sia amica mentre quasi tutti i paesi arabi paiono delusi dal modo in cui il governo Olmert affronta la questione palestinese, rende l’amicizia ancora più preziosa.
Ma il successo maggiore, probabilmente, è turco. La Turchia che accoglie Peres nel proprio parlamento è diventata in questi ultimi tempi una grande potenza regionale. Ha ricucito le relazioni con la Siria, paese che dava la sensazione di non avere mai dimenticato la perdita di una città siriana, Alessandretta, assegnata alla Turchia negli anni Venti. Ha buoni rapporti con l’Iran e sta lavorando con Teheran alla costruzione di un grande gasdotto, il Nabucco, che dovrebbe trasportare il gas del Caspio attraverso i Balcani sino al cuore dell’Europa centrale. Ha mandato truppe sulla frontiera del Kurdistan iracheno, ma le sue aziende sono necessarie allo sviluppo di questa provincia, la sola in Iraq dove la stabilità politica abbia generato un piccolo miracolo economico. Sa che molti governi europei non desiderano il suo ingresso nell’Ue, ma continua a lavorare seriamente per quell’obiettivo. Può invitare ad Ankara il leader di Hamas a Damasco, Khaled Meshal, senza rinunciare ai propri rapporti con Israele. Questa posizione centrale le permette di avere una considerevole influenza. Non sarà facile in futuro affrontare le crisi della regione senza tenerne conto. Quanto tempo passerà prima che il Quartetto (Usa, Russia, Unione Europea, Onu) costituito per la soluzione della crisi palestinese diventi con l’aggiunta della Turchia un quintetto?
All’origine di questi successi della diplomazia turca vi sono due fattori. Il primo è la forza di attrazione di un paese che sta diventando potenza economica e può dare un contributo determinante alla crescita dei propri vicini. Il secondo è un’imprevista conseguenza della politica americana in Iraq. Quando gli Stati Uniti decisero d’invadere il paese di Saddam Hussein, la Turchia non permise che le truppe americane si servissero del suo territorio. Temeva, con ragione, che il collasso del regime iracheno avrebbe consolidato l’autonomia della provincia curda nel nord del paese e che la nascita di un Kurdistan pressoché sovrano avrebbe prodotto un effetto calamita sulle popolazioni curde della Turchia sudoccidentale. Da allora i rapporti turco-americani si sono alquanto raffreddati.
Nessuno dei due paesi può fare a meno dell’altro, ma la Turchia di Erdogan ha cominciato a pensare a se stessa e a fare diplomazia senza lasciarsi condizionare dal suo vecchio rapporto con gli Stati Uniti. Queste manifestazioni di indipendenza hanno giovato alla sua immagine e l’hanno resa più credibile di quanto non fosse quando sembrava allineata sulle posizioni di Washington.
Il fenomeno turco, incidentalmente, contiene una interessante lezione per Washington. Gli americani sono andati in Iraq nella convinzione che la guerra avrebbe rafforzato la loro posizione nella regione. Ma hanno creato un insolubile problema iracheno, rafforzato il sentimento antiamericano nella regione, alimentato le ambizioni nucleari dell’Iran, aumentato l’instabilità del Pakistan. E corrono ora il rischio di perdere uno dei loro maggiori alleati nella regione.

L’europeo
Per capire ciò che sta accadendo in questi giorni fra la Turchia e gli Stati Uniti occorre risalire alla primavera del 2003, quando i progetti del Pentagono prevedevano che l’Iraq venisse invaso da sud e, attraverso la Turchia, da nord. Presentata al parlamento di Ankara, la proposta americana venne respinta.
La principale ragione del rifiuto fu il timore turco che la dissoluzione del regime di Saddam Hussein rafforzasse le aspirazioni all’indipendenza dei curdi iracheni e, di conseguenza, i movimenti secessionisti dei 15 milioni di curdi che abitano le regioni sudoccidentali della Turchia. Da allora i rapporti fra Turchia e Stati Uniti sono oscurati da una sorta di sospettosa diffidenza.
I turchi non impediscono agli Usa di usare il loro territorio per le esigenze logistiche e strategiche della loro presenza in Iraq. Ma assistono con preoccupazione alla nascita di un Kurdistan iracheno che sta trasformando la sua autonomia in una sorta di ufficiosa sovranità nazionale.
Le loro preoccupazioni si sono avverate. Dopo una lunga fase relativamente tranquilla, i curdi del Pkk sono rientrati in campo con operazioni di guerriglia e attentati terroristici. Colpiscono obiettivi civili e militari in territorio turco, ma trovano asilo, a quanto pare, nel Kurdistan iracheno. I militari turchi vorrebbero inseguirli e stanarli al di là del confine e il 17 ottobre il parlamento di Ankara ha dato il via libera a operazioni nel nord dell’Iraq, nonostante l’accordo siglato fra i due paesi nella lotta contro il terrorismo. Il governo centrale iracheno, infatti, non ha poteri effettivi sul Kurdistan: ce ne siamo accorti quando l’uccisione di dieci militari turchi, nelle scorse settimane, ha fatto traboccare ad Ankara il vaso della rabbia. È più difficile ora per il premier Recep Erdogan tenere a bada la voglia di rivalsa che domina le forze armate.
Appare a questo punto, nell’imbrogliata matassa dei rapporti turco-americani, il problema armeno. Dopo i successi ottenuti dalle iniziative delle comunità ebraiche negli scorsi anni, le comunità armene hanno deciso di chiedere a loro volta un pubblico riconoscimento dei massacri subiti nel 1915 (circa 1 milione e mezzo di morti) e hanno indirizzato le loro richieste soprattutto ai due paesi (Francia e Usa) in cui sono maggiormente presenti. Il riconoscimento non avrebbe alcun effetto, se non quello di procurare qualche voto agli uomini politici francesi e americani che hanno patrocinato la causa armena. Ma infrange un inviolabile tabù turco. Per Ankara i massacri non furono genocidio, ma il risultato non programmato di legittime misure di sicurezza contro una minoranza che era divenuta la quinta colonna della Russia zarista all’interno della società ottomana.
A questo intreccio di problemi se n’è aggiunto un altro, prettamente americano. In altre circostanze il presidente degli Stati Uniti sarebbe riuscito a convincere il Congresso che l’approvazione di una risoluzione sul genocidio armeno avrebbe danneggiato i rapporti con la Turchia. Ma George W. Bush è alla fine del suo mandato e il Congresso sente odore di elezioni. Forse non tutto è perduto. La risoluzione, per ora, è stata approvata soltanto dalla commissione Affari esteri della Camera dei rappresentanti. Se non verrà approvata dall’intera Camera, il peggio, forse, potrà essere evitato.
Ma se i guerriglieri curdi continueranno a colpire la Turchia, le forze armate turche, prima o dopo, reagiranno. Un’ultima nota per coloro che amano i paradossi storici. Non è la prima volta che curdi e armeni appaiono insieme in una stessa crisi. Quando gli armeni furono cacciati dalle loro regioni e spinti verso il deserto e la morte, i loro peggiori aguzzini lungo la strada furono i militari della cavalleria curda.

L’europeo
A Islamabad si è combattuto intorno a una scuola coranica dove gli “studenti di Dio” tenevano testa con i loro kalashnikov all’assedio delle forze dell’ordine. In Turchia, dopo le grandi manifestazioni delle scorse settimane, si attende che le elezioni del 22 luglio rivelino all’Europa quale sia oggi il rapporto di forze tra il partito islamico del premier Recep Erdogan e i partigiani della repubblica laica creata da Kemal Atatürk.
Le due crisi sono diverse. In Pakistan si spara e si muore. In Turchia si gioca una partita in cui ogni mossa ha rispettato sinora le regole della costituzione e la lettera della legge. A Islamabad gli islamisti chiedono l’introduzione della legge coranica e organizzano squadre punitive “per la repressione del vizio e la promozione della virtù”. Ad Ankara il partito Ak propone l’elezione del ministro degli Esteri Abdullah Gül alla presidenza della Repubblica. In Pakistan l’esito della lotta, al di là dell’episodio della Moschea rossa, sarà il risultato di uno scontro tra forze che ricorrono alle armi. Ad Ankara la decisione è riservata ai cittadini e uscirà dalle urne dopo le elezioni del 22 luglio. Se il voto non gli sarà sfavorevole, Erdogan cercherà di imporre l’elezione diretta del presidente.
Non è tutto. Tra gli islamici turchi e quelli delle 10 mila madrasse aperte in Pakistan negli ultimi tre decenni corre una fondamentale differenza. Il partito di Erdogan ricorda la Democrazia cristiana degli anni Cinquanta, quando un giovane parlamentare (Oscar Luigi Scalfaro) manifestava pubblicamente la sua indignazione per la scollatura di una giovane signora in una piazza romana, e il vescovo di Prato cacciava dalla chiesa un coppia di concubini, rei di avere contratto un matrimonio civile. Ma è pur sempre una forza politica costituzionale, fermamente decisa a perseguire l’adesione della Turchia all’Unione Europea.
I seminaristi pachistani e i loro leader, invece, sono amici dei talebani, fautori di un regime integralmente musulmano, e forse partigiani di Al Qaeda. Le stesse considerazioni valgono per i militari. Quelli del Pakistan hanno preso il potere con un colpo di stato nel 1999 e hanno instaurato un regime semiautoritario. Quelli della Turchia sono intervenuti spesso bruscamente nelle vicende politiche del paese in difesa della laicità dello stato, ma hanno saputo farsi da parte al momento opportuno e lasciare ai partiti il governo del paese. Le due crisi riflettono la diversa evoluzione civile ed economica delle due società.
Ma i protagonisti sono pur sempre gli stessi. Come in tutti i paesi musulmani, anche in Pakistan e in Turchia la società è divisa fra i teorici del primato della religione e coloro che rivendicano invece l’autonomia della politica e la laicità dello stato. In Pakistan la crisi è scoppiata quando il generale Pervez Musharraf ha deciso di rompere l’ambigua tregua che si era instaurata nel paese, dopo l’11 settembre, tra il governo, alleato degli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo, e i gruppi del fondamentalismo islamico. In Turchia la crisi è scoppiata quando Erdogan ha deciso di rompere il tacito compromesso storico tra il suo partito e i militari e ha rivendicato la presidenza della repubblica.
Le due crisi contengono per l’Occidente una lezione di modestia. Afflitti da egotismo ed eurocentrismo, abbiamo interpretato gli avvenimenti di questi ultimi anni, soprattutto dopo l’11 settembre, come episodi di una guerra fra l’Islam e l’Occidente. La guerra non ci risparmia e colpisce anche le nostre città (i falliti attentati britannici ne sono l’ultima dimostrazione), ma il suo campo di battaglia è il mondo musulmano. Noi siamo fortemente interessati all’esito del conflitto e possiamo sostenere il partito che maggiormente riflette le nostre convinzioni e i nostri interessi. Ma non possiamo deciderne le sorti. La partita, in ultima analisi, si gioca fra i musulmani.
Quando Recep Tayyp Erdogan portò gli islamici al potere dopo le elezioni del 2002, la Turchia cominciò a cambiare. Non era più la repubblica rigorosamente laica che Kemal Atatürk aveva creato alla fine della Grande guerra. Ma restava al tempo stesso orgogliosamente diversa dai regimi arabo-musulmani in cui i partiti religiosi si sono vivere in un paese in cui le donne non possono guidare l’automobile») eppure porta il velo con fierezza e provoca in tal modo la collera dei laici.
La situazione si è ancora complicata quando l’elezione di Gül è stata resa impossibile in parlamento dalla mancanza del quorum ed Erdogan, passando al contrattacco, ha fatto approvare una legge che prevede l’elezione popolare del capo dello stato. Se la legge verrà bloccata da un veto presidenziale, il primo ministro chiederà al paese di approvarla con un referendum. A giudicare dalle grandi dimostrazioni laiche degli scorsi giorni e dall’attentato terroristico di Smirne, la tregua è rotta, il compromesso storico è fallito.
La crisi potrebbe rendere ancora più improbabile l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Se i militari, come è accaduto quattro volte in passato, si sbarazzassero del governo Erdogan, molti membri dell’Ue sosterrebbero che un paese dominato dalla forze armate non può entrare nel salotto buono delle democrazie occidentali. Ma se il primo ministro riuscisse a prevalere sul fronte laico e a installare un devoto musulmano al vertice dello stato, molti europei sosterrebbero che la Turchia diventerebbe, dopo il suo ingresso nell’Ue, il cavallo di Troia dell’Islam in Europa.
Vi è tuttavia in questa crisi turca un singolare paradosso. La maggioranza dell’opinione pubblica europea sembra condividere la linea (no alla Turchia in Europa) adottata dal nuovo presidente francese Nicolas Sarkozy durante la sua campagna elettorale. Ma se la crisi costituzionale turca è rimasta per ora nell’ambito della democrazia, il merito è in gran parte nostro. Se gli ammonimenti democratici dell’Ue non avessero considerevolmente ridotto il peso dei militari nella politica nazionale, il colpo di stato, probabilmente, avrebbe già avuto luogo.
La Turchia è in crisi, ma la presenza dell’Europa nell’orizzonte delle sue aspettative e delle sue ambizioni ha modificato la cultura politica e ha, sinora, evitato il peggio. Quando verrà il momento di decidere se e in quale forma il paese possa far parte dell’Europa, dovremo chiederci che cosa accadrebbe se l’Ue decidesse di voltargli le spalle.