Panorama – Paolo Madron

Arrivederci altrove

Ho lasciato Panorama dopo un bel po’ di anni, dunque mi accingo a fare altrettanto con questo blog che ho invece animato (talvolta pigramente) per poco piu’ di otto mesi. Siccome stacchero’ per qualche settimana prima di andare altrove, chi vuole puo’ contattarmi al mio indirizzo di e mail:  paolo.madron at tiscali.it       … (See you soon)

Se 8.800 euro vi sembrano pochi

Caro dottor X,
deduco che sia lei l’acquirente dei biglietti per conto del ministro Mastella. Accetto di buon grado la sua spiegazione, ma cosa vuole, ho scritto d’impulso perché sono appena stato a New York con 500 euro andata e ritorno (British Airways più Virgin Atlantic) viaggiando benissimo.
In quanto al consiglio di lasciar stare internet, non ci penso proprio: e quando mai utilizzando la carta stampata avrei avuto una risposta quasi in tempo reale alla mia sollecitazione?
La ringrazio e porti al Guardasigilli i miei sentiti omaggi

Ps: anch’io, come Grillo, solidarizzo con lui: sapesse, caro dottor X, quante caste ci sono oltre a quelle della politica.
In primis quella dei giornalisti

Schiavi del Pil

C’è un bel libro uscito in questi giorni. L’ha scritto un economista, Pierangelo Dacrema. Si intitola “La dittatura del Pil”, ed è un buon antidoto contro chi manifesta di continuo spasmodiche ansie di prestazione, oppure comincia ad avere gli incubi se la ricchezza del suo paese, quella appunto espressa dal prodotto interno lordo, segna il passo. Un punto di percentuale in meno, ed ecco che lo spettro della povertà aleggia sulle nostre sazie vite. In realtà, sostiene Dacrema con un apparente paradosso, siamo schiavi di un numero che frena lo sviluppo. Meglio dire, forse, che siamo schiavi di una crescita economica per il cui ottenimento siamo disposti a sacrificare tutto. Inutile ricordare che, per parafrasare Adam Smith, alla ricchezza delle nazioni contribuisce anche lo sviluppo culturale e la bontà del tessuto civile di un paese. Nonchè la felicità e la soddisfazione di chi ci vive. Che hanno il solo difetto di non essere misurabili con criteri contabili.

Politica (e politici) senza tv

Il presidente Napolitano bacchetta chi della politica fa passerella televisiva. In effetti siamo oltre la già fastidiosa sensazione del “se non succede in tv non esiste”, del vespiano Porta a Porta definito come la Terza Camera (virtuale,come se le due reali non fossero già fin troppe), o dell’orgia dei talk show cui i politici si offrono a far da vittime sacrificali per placare la catodica avidità del conduttore-domatore. No, oramai siamo a una sorta di occupazione totale del piccolo schermo, dall’alba a notte fonda, della politica come totalizzante rappresentazione-spettacolo di sé. Ma se sono sempre in tivù, quando pensano, quando studiano, quando guardano il mondo e ci dicono come cambiarlo invece che farsi perennemente guardare? Aspettiamo con chimerica illusione il giorno in cui il politico più votato sia quello meno visto.

Denaro facile

La Fed, ovvero la banca centrale americana, ha abbassato ancora il costo del denaro per venire incontro alla crisi delle borse. Si sa, se il denaro costa meno è più facile approvvigionarsene e investirlo. Come molti bene di consumo, sono le condizioni favorevoli dell’offerta che condizionano la domanda.E qui sta il punto: da una parte ci si lamenta del fatto che i soldi a buon mercato abbiano favorito la crescita della bolla finanziaria di cui tutti lamentano le conseguenze. Denaro, insomma, ha creato denaro, e l’economia di carta ha una sfrenata fantasia nell’inventarsi strumenti che lo sanno moltiplicare. Peccato però che insieme aumenti anche il rischio e che dunque, come dimostra il caso della banca inglese presa d’assalto dai suoi clienti, qualcuno alla fine resti con il cerino in mano. Ma evidentemente quello che importa è drogare il sistema: gli investimenti finanziari sono responsabili della turbolenza sui mercati? Bene, io metto gli speculatori nelle condizioni di avere ancora più soldi da investire nei loro azzardi. Naturalmente nessuna banca centrale ammetterà mai di essere complice involontario del meccanismo, e dirà che la liquidità viene immessa nel sistema per favorire la crescita economica, il lavoro delle aziende, i consumi delle famiglie etc., etc. Ma non è così. Bisognerebbe trovare il coraggio di smettarla di dopare i mercati, anche a costo di mettere a repentaglio qualche decimale di crescita del prodotto interno lordo.
Restituire l’economia ai suoi fondamentali vuol dire anche tornare a impiegare i soldi per produrre manufatti e servizi, non per scommettere sull’azzardo di strumenti finanziari la cui pericolosità è direttamente proporzionale alla loro rischiosità.

L’irresistibile, irascibile Mastella

Dunque, pizzicato sull’aereo di Stato col figlio per andare in quel di Monza a vedere il Gran Premio, Clemete Mastella si difende così. Primo: era un passaggio che mi ha dato Francesco Rutelli, che andava all’autodromo in qualità di premiante. Deduzione: se vedete Rutelli aggirarsi per Roma, e dovete tornare a Milano, chiedetegli se per caso non ci debba andare anche lui in modo da farvi dare un passaggio. Eviterete così noiose file per andare all’aereoporto e al check-in. Secondo: dice il Guardasigilli che c’è un problema di sicurezza, dunque lui non può viaggiare come i comuni mortali. Giusto. Però vorremmo ricordargli che in aereo sarebbe infinitamente più sicuro che sulla terraferma o, che so, in barca. Come dimostra il fatto che mentre questa estate dormiva sul naviglio di Diego Della Valle ormeggiato al porto valle qualcuno ha tagliato gli ormeggi e il ministro si è ritrovato in mare aperto. Terzo: basta, dice in ministro, con questa demagogia che è un attacco alla politica. Benissimo, basta: a patto che il conto della trasferta (pare si aggiri sui 20 mila euro) lo paghino gli organizzatori del Gran Premio. Non si capisce infatti perchè le mie già tartassate tasche di contribuente debbano concorrere a soddisfare le passioni motoristiche di Mastella e dei suoi cari.

Il paradosso dell’Isola (dei famosi)

La prima dichiarazione di Fabiano Fabiani, neo consigliere d’amministrazione Rai, è di biasimo verso L’isola dei famosi, il reality cammpione di ascolto della tv pubblica (che, tra l’altro, sta per debuttare con la quinta edizione). Il presidente della medesima azienda, appena eletto o poco dopo, si espresse allo stesso modo. “Considero l’Isola un programma spazzatura, non degno del servizio pubblico” tuonò Claudio Petruccioli. Naturalmente il programma condotto da Simona Ventura ha continuatoe continuerà ad andare in onda nonostante le tanto autorevoli condanne, segno evidente che alal fine non decide il gusto dei consiglieri d’amministrazione ma il successo commerciale e di audience. Il che non evita una considerazione: la Rai è l’unica azienda che sforna prodotti che non piacciono ai suoi dirigenti. Sarebbe come se la Fiat se ne uscisse con un nuovo modello accompagandolo con i giudizi negativi di Marchionne e Montezemolo: “Non comprate quest’auto, è brutta e pericolosa”.

Fabiani in Rai, ovvero l’eterno ritorno

Non conosco personalmente Fabiano Fabiani, non ho nulla contro di lui, e sono sicuro che sia una persona valida. Però, francamente, il modo in cui a 77 anni arriva (anzi, ritorna) in Rai mi sembra figlio della peggior pratica politica. Non mi è nemmeno piaciuto che un minuto dopo la sua nomina un portavoce dell’Acea, la municipalizzata di Roma di cui Fabiani è presidente, si sia affrettato a dire che tra i due incarichi non c’è incompatibilità. Certo, da un punto di vista formale è così, ma fare seriamente il consigliere d’amministrazione in viale Mazzini è comunque un impegno che richiede dedizione. Detto questo, resta il problema di fondo di una televisione pubblica che non si scrolla di dosso la cappa di piombo della politica. E che nasconde, dietro velleitari discorsi di privatizzazione, la volontà di perpetuare la sua sempiterna condizione di azienda che risponde alle segreterie, o peggio alle correnti dei partiti. Nella fattispecie, del nascente Partito democratico, che doveva segnaere, se non abbiamo capito male, una soluzione di continuità con i metodi del passato.

Alitalia, scene di ordinaria vergogna

Biglietteria Alitalia, Londra, areoporto di Heatrow. Tre addetti al banco, cinque persone in attesa. Amabile e rilassata conversazione tra due di loro con intervento saltuario di un’impiegata sul programma della serata, mentre il terzo risponde di malavoglia al cliente che ha davanti. Passa un quarto d’ora, dopo di che un americano sforzandosi di parlare in italiano dice: “Scusate, devo comperare un biglietto, volevo sapere il prezzo del volo etc, etc.”. Risposta: “A da aspettà er collega, noaltri dovemo chiudere ‘a biietteria”. Replica dell’americano: “Io volevo imbarcarmi sul volo che parte tra due ore, volevo sapere…”. Uno dei due addetti: “Stamo aperti dae quattro de stamattina e ndovemo chiude’, se lei è stressato non sapemo che fa’. aspetti che se libberi er collega…” L’americano se ne va sconsolato. Ora vorrei dire una cosa di sinistra e contemporaneamente di destra: chiudetela, fatela fallire o vendetela a un euro a qualsivoglia straniero, mandateli  a calci in culo tutti a casa. (naturalmente io ero presente alla scena, e devo dire che prima mi sono  indignato e poi vergognato di fronte allo sconcio di quella che dovrebbe essere la nostra compagnia di bandiera) 

Rossi corre, ma anche il fisco non scherza

60 milioni di euro di imponibile, evasi pare nel corso degli ultimi cinque anni. Con la scusa che Valentino Rossi, il centauro idolo delle folle, è residente all’estero. Naturalmente è esecrabile il misfatto fiscale in tempi dove si grida all’evasione come piaga eternamente aperta della società, ma colpisce il fenomeno più in generale: ovvero la recrudescenza dei controlli che colpisce non soltanto la celebrità presa quasi sempre con le mani nel sacco (finirà, come sempre in questi casi, in un bel patteggiamento), ma anche i comuni mortali, il popolo dei tartassati a stipendio fisso che si vedono recapitare dall’egenzia delle entrate arcigne contestazione magari per aver sbagliato un rigo della modulo Irpef, od omesso qualche soldo guadagnato con una prestazione occasionale. Il problema, alla fine, è la credibilità, non l’obbligo sacrosanto di pagare le tasse: come scrive questa settimana Famiglia cristiana, se non si interviene su qualità e rigore della spesa come si può essere così inflessibilmente esosi con chi fa i salti mortali per arrivare a fine mese?

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Il blog di…

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Paolo Madron

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