Panorama – Paolo Madron

Il non comune senso del Cadore

Le sacrosante (lettera e metafora in questo caso coincidono) vacanze di Papa Ratzinger in Cadore ci costano, come si evince dalla Stampa, più o meno un milione di euro. 300 mila, informa il quotidiano, sono stati spesi per ristrutturare la casa che ospita Benedetto XVI, altri 400 li ha investiti la Regione Veneto, il resto l’Anas e la provincia di Belluno per abbelliere il contesto (strade, prati, viottoli, etc). Interpellato in proposito, l’assessore regionale Oscar Di Bona ha detto che se avessero investioto in campagne pubblicitarie avrebbero speso di più. Insomma, le due settimane del Santo Padre in Cadore non hanno prezzo in termini di ritorno di immagine. Overo, ce l’hanno: quel milione di euro di cui sopra. Domanda sciocca e un po’ sacrilega: ma non si faceva prima e si spendeva meno a mandarlo in albergo risparmiando in tempi di “casta” e salvando in egual modo il ritorno di immagine?

Telecom, pesi e misure

Per la serie l’Italia rovesciata. Sentite questa: un figlio usa il telefono aziendale del padre, dipendente della Telecom da trent’anni, per mandare una raffica di sms ai suoi coetanei. L’azienda se ne accorge e pensa bene di licenziarlo. Nonché di presentare un esposto contro il ragazzo dal pollice svelto. L’ uomo gli fa una ramanzina ma poi, ritenendo il provvedimento ingiusto, fa causa al suo datore di lavoro. La vicenda risale a tre anni fa e ora la Cassazione ne ha scritto il finale dando ragione alla Telecom, così come era avvenuto negli altri gradi di giudizio. Ora uno guarda alle ultime traversie del colosso telefonico e pensa: ma guarda, in Telecom ci sono stati dipendenti che potevano spiare, intercettare, creare centrali d’ascolto illegali, usare i soldi degli azionisti per loschi maneggi, entrare nei computer altrui senza che l’azienda (così dicono i vertici) se en accorgesse. Ma poi si capisce il perché: erano troppo impegnati a controllare quanti sms mandavano i dipendenti e i loro figli.

Il monaco Corona fa l’abito

Non conosco lo stilista Carlo Pignatelli, che qualche giorno fa ha fatto sfilare il fotografo Fabrizio Corona vestito da sposo. Però mi colpisce che sia stato il primo tra i signori della moda ad attaccarsi alla scia mediatica del paparazzo che tira le sue mutande ai fan che lo aspettano sotto il balcone di casa. Se a farlo però è uno stilista, sorge qualche dubbio, e non di carattere moralistico. Ingaggiare Corona è come dire che il monaco fa l’abito, che il modello prevale sul vestito, il contenuto sulla confezione. Parlando di moda, l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere. Infatti le modelle in genere sono un po’ tutte uguali, tutte senz’anima, proprio perché non devono fare ombra al vestito che indossano. Dunque Pignatelli considera la forza delle sue creazioni inferiore a quella mediatica di chi le porta in passerella. 

Ferré, un modaiolo diverso

Colpisce la morte improvvisa di Gianfranco Ferré, uomo mite e riservato nello strabocchevole e un po’ stucchevole mondo di lustrini e paillettes che è la moda. Tra forzature, provocazioni, pugni allo stomaco, idee strampalate pur di farsi notare, Ferré aveva l’allure dello straniero capitato per caso in un grande circo barnum. Sembrava anche uno colto, a dispetto di molti sarti che, nonostante la smodata considerazione di sè, hanno avuto nelle forbici l’unico strumento didattico. Votati a stupire, perchè se non stupisci non esisti, Ferré stupiva per basso profilo e discrezione. Alle urla, preferiva i toni bassi, al caoso le pulite geometrie. Al circo mediatico, il senso di sè. In una parola, la misura: in fondo, sembrava pensasse l’architetto stilista nella sua timidezza/ritrosia, ci occupiamo solo di vestiti…

Ma alla fine chi resta nel Partito democratico?

I Ds hanno perso l’ala sinistra, e non solo quella più radicale che se n’era andata già prima del congresso di auto scioglimento. La Margherita, invece, sta per essere oggetto di una diaspora da parte dei teodem (ma purtroppo per lei non solo quelli) sensibili al richiamo di Savino Pezzotta, che sulla scia del Family Day pensa di costruire un movimento-partito, o partito-movimento, che possa rispolverare i fasti della vecchia Dc. Allora, se Ds e Margherita perdono pezzi ancor prima di arrivare all’altare, ha senso celebrare ancora il matrimonio?

Facciamo un partito? (Post)

A proposito di MVB, Maria Vittoria Brambilla dalla rossa chioma che brilla. La signora ha messo in piedi una televisione. Poi ha fatto un giornale. Infine, per non farsi mancare nulla, ha depositato il nome di un partito che, a quanto si legge, correrà nelle Europee del 2009. Posso sbagliare, ma qualcosa mi dice che sta per comprarsi una squadra di calcio.

Facciamo un partito?

Meglio vivere per partito preso o prendere partito? Nel dilemma, diciamo che è meglio farselo. Così devono aver pensato, nell’ordine, Marco Follini (L’Italia di mezzo), Savino Pezzotta (Family-party?), e Maria Vittoria Brambilla, detta MVB (Il partito delle libertà). Se ne sentiva la mancanza? Con 47 partiti che agitano al scena francamente no, ma sarebbe ingiusto negare a chi si vuol cimentare nell’impresa il diritto di provarci. Ci limitiamo ad osservare che farsi un partito comporta un’alta opinione di se stessi, un’incomprimibile vanità, o una prosaica furbizia. Nel primo come nel secondo caso si presuppone che ci sia qualcuno, possibilmente più di qualche decina, che sia disposto a riconoscere la tua leadership carismatica. Nel secondo, che ci sia una se pur esigua fetta del finanziamento pubblico su cui mettere le mani. Risultato, per ora, le famose lenzuolate di schede elettorali dove l’attonito votante deve crociare un simbolo. Naturalmente in politica, quando uno è partito (il suo), difficilmente trova la via del ritorno. Ancorché, negli ultimi tempi, si assista sempre più spesso a fenomeni di transumanza: da una partito all’altro, in omaggio al concetto di portabilità ideologica (esattamente come si passa da un gestore all’altro del telefonino senza cambiare numero). Insomma, si può mutare casacca pur rimanendo se stessi. Come affermano i tanti campioni di transumanza parlamentare, o di pendolarismo. Ma a proposito, non ricordo più nemmeno io da dov’ero partito?

Il Financial Times e la coperta di Linus

Siamo provincia della provincia, una subalternità che non ci scrolleremo mai di dosso. Prendi il Financial Times, che ieri ha licenziato a mezzo articolo Romano Prodi e il suo governo. E’ lo stesso giornale che, non più tardi di un anno fa, aveva giudicato Silvio Berlusconi “unfit”, non adatto a governare. Allora la destra di governo tuonò contro il provincialismo dell’opposizione, che si attaccava alle parole del quotidiano della City come Linus alla sua coperta. Nonchè contro lo stesso Finacial Times, braccio armato di un complotto pluto-giudaico-massonico contro la Casa delle libertà e il suo leader. Oggi invece la destra di governo brandisce la bibbia degli affari come un randello con cui mazzolare la testa dell’attuale premier, e invita a prendere ciò che dicono gli inglesi come oro colato. (Per la verità, francobollando Prodi ora FT auspica l’avvento di Veltroni). Invece che indignarsi, l’allora opposizione oggi governo potrebbe far notare l’uso improprio e stumentale del giornale. Invece no, all’analisi preferisce il mugugno, all’ironia l’indignazione. O forse non preferisce proprio niente, perchè il dramma di questo centro sinistra è il vuoto di idee e la malinconica ignavia che ne consegue.

Teatrino della politica o teatrino di tutti?

I capitalisti non parlano mai di capitalismo. La conferma viene dalla relazione di Luca di Montezemolo di fronte alla sterminata platea dell’assemblea confindustriale, nell’occasione prodromica alla suo discesa (o salita) in politica. Mi colpisce, ma non vale solo per gli industriali, questa incapacità a parlare di se stessi. In fondo l’autocritica non è per forza sinonimo di autoaccusa, può essere serena riflessione su di sé. Invece niente, è sempre più comodo parlare delle magagne altrui, esercizio che diventa italicamente irresistibile quando si tratta di sparare sulla Croce rossa ovvero, nella fattispecie, la politica che costa, ci costa ed è non risolve i problemi. A proposito di costi: chissà quanto avranno speso i politici (auto blu, scorta, biglietti aerei) per partecipare all’assise confindustriale. E quanto avranno speso anche gli industriali -soldi loro, ma in molti casi anche degli azionisti- che ora si apprestano (come del resto i politici) a peregrinare nell’inesausta kermesse estiva che comincia con la Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia e finisce, si fa per dire, con il convegno settembrino di Cernobbio. Non so se sia il tetraino della politica, o quello della società italiana nel suo complesso. So che all’estero non si usa, e che di certo i soldi risparmiati li impiegano in un altro modo. Non ne sono sicuro, ma lo sospetto, sicuramente più utile.

Un popolo di poeti, santi, navigatori e convegnisti

Milano è vuota. Tra le aule della Bocconi e della Fondazione Corriere della Sera si sta svolgendo un mega forum sul tema Economia & Società dove ci sono tutti quelli che contano. E siccome tutti quelli che hanno a che fare con il potere credono di contare, quasto speiga perchè le strade della città siano così insolitamente vuote. Di Economia & Società si discuterà ancora alla fine del mese in quel di Trento, per la seconda edizione del Festival dell’Economia. Mi par di capire che molti o quasi tutti i partecipanti del forum di Milano saranno nel capoluogo trentino per la kermesse, dunque Milano tornerà ad essere una città insolitamente vuota. In questo Paese, dicono le statistiche, ogni cinque minuti si tiene un convegno su qualcosa. Qualcuno parla di sindome patologica, la convegnite. Ma lo fa sottovoce, per paura che poi si organizzi un convegno sul tema. Mi sono sempre chiesto se i convegni servano di più a chi li organizza, a chi vi partecipa come relatore o a chi vi fa da spettatore. Tenderei a escludere la terza ipotesi.

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Paolo Madron

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