

di Giuseppe De Bellis
DIARIO DEI MONDIALI - Trentadue squadre, un valore complessivo di oltre 5,6 miliardi di euro. Questa la quotazione dei 736 giocatori che scendono in campo per vincere i Mondiali sudafricani, secondo le regole del calciomercato. La più ricca è la Spagna, seguono Brasile e Inghilterra. L’Italia è quinta. Abbiamo fatto le pulci a stipendi e cartellini dei calciatori più famosi.
In Sud Africa dovrebbero stampare delle banconote con il volto di Sven Goran Eriksson. Lui è l’insospettabile faccia del Mondiale anticrisi: prende 1.029 euro l’ora. Quasi 25 mila euro al giorno, cioè poco più di 760 mila euro al mese.
La Costa d’Avorio l’ha ingaggiato dal 1° aprile fino alla fine della Coppa del mondo: 2,3 milioni di euro per il disturbo fanno di questo signore educato e gentile un uomo felice.
Chi vuole il sorriso di quest’evento globale che comincia oggi a Johannesburg, deve prendere la smorfia soddisfatta di questo allenatore che in Sud Africa non ci doveva neanche essere: è stato licenziato dal Messico per scarsi risultati. È arrivato ripescato dalla Costa d’Avorio che a marzo aveva cacciato il proprio commissario tecnico. Hanno scelto lui e lui s’è fatto pagare. Mille euro l’ora oggi non sono uno scandalo neanche per un paese dove la popolazione vive con 1 dollaro e un quarto al giorno. La crisi globale? Per un mese è come se ci fosse una moratoria. Il debito dei paesi poveri? Fino all’11 luglio non esiste più. Questo è il Mondiale dei soldi, dove messi in fila uno per uno i calciatori che andranno in campo o siederanno in panchina valgono oltre 5,6 miliardi di euro. Dove gli stipendi degli stessi calciatori in complesso arrivano a 2,5 miliardi, dove il Sud Africa conta di far marciare 9 miliardi, dove la Fifa sa di incassare 3,2 miliardi. Ecco: 5,6 più 2,5, più 9, più 3,2 fanno oltre 20 miliardi di euro. Praticamente la manovra finanziaria straordinaria che il governo sta mettendo a punto per contrastare la crisi internazionale.
Uno per uno fanno una montagna di euro difficile anche da immaginare. È la bellezza di un momento che ferma il tempo e i tempi: il Mondiale sospende certezze e delusioni. Racconta storie, invece dei numeri. Allora quelli è meglio contarli prima. Così scopri che attorno alla Coppa del mondo c’è un giro d’affari che in un mese racchiude tutto, fa volteggiare portafogli e teste: sponsor, calciomercato, spettacolo, pubblicità, marketing, merchandising. Oggi, domani e poi il futuro: il Mondiale parla in prospettiva, trasforma persone in personaggi, modifica valori, prezzi, trattative. I numeri oggi raccontano un evento che sfugge alla depressione generalizzata del mercato globale: il calcio si muove con logiche in contraddizione con il resto del mondo.
Così nel momento di maggior difficoltà della finanza mondiale scopri che Lionel Messi è il giocatore con il valore più alto della storia di tutte le coppe del mondo giocate finora: 135 milioni di euro la sua quotazione, anche se oggi chiunque voglia strapparlo al Barcellona deve impegnarsi per 1 miliardo di euro, ovvero per l’importo della clausola rescissoria messa sul suo contratto proprio con l’intenzione di renderlo incedibile.
Messi da solo vale così quasi 10 volte la Nuova Zelanda, oggi considerata la nazionale più economica: 15 milioni di euro totali da dividere per i 23 giocatori della rosa, molti dei quali sono disoccupati o comunque senza contratto. Precari. Precari contenti, perché anche il più sfortunato dei calciatori del Mondiale vive con almeno 5 mila euro al mese. Che sono niente per uno come Cristiano Ronaldo: il portoghese del Real Madrid è il secondo nella classifica dei più quotati con 95 milioni di euro, ma è quello con l’ingaggio più alto tra i 736 arrivati in Sud Africa. Prende 15 milioni di euro all’anno, cifra con cui ci si può comprare tutta la nazionale della Corea del Nord.
Eppure, né l’Argentina di Messi né il Portogallo di Ronaldo sono le squadre che valgono di più. La classifica delle prime tre è così: Spagna, Brasile, Inghilterra. Fino ad aprile, quando la rivista internazionale Futebol Finance ha pubblicato i valori delle formazioni qualificate per il Sud Africa, al posto dell’Inghilterra c’era la Francia. Adesso no, la squadra di Fabio Capello l’ha superata: vale 450 milioni di euro. Novanta sono tutti caricati sulle spalle di Wayne Rooney, l’attaccante del Manchester United arrivato a Città del Capo mezzo infortunato, ma convinto di poter vincere il Mondiale. Perché alla fine è tutta una questione di campioni. Chi arriverà in fondo? Le squadre che ne hanno di più, cioè quelle che valgono di più.
La Spagna è la favorita di tutti i bookmaker e guarda caso è anche la nazionale con la rosa più costosa: vale 565 milioni di euro. Provate a contarli e vedrete quanto tempo impiegate. Sono tanti soldi, sono quanti nessuna squadra è mai stata in grado di raggiungere: stanno nei piedi e nelle mani del centravanti Fernando Torres (50 milioni), del regista Xavi Hernandez (50 milioni), del centrocampista Andres Iniesta (50 milioni), della mezzala Cesc Fabregas (50 milioni), del portiere Iker Casillas (43 milioni), dell’attaccante David Villa (40 milioni). Stanno in tutto il resto di una formazione che non ha un solo giocatore che valga meno di 8 milioni.
Qualcuno più economico ce l’ha il Brasile, invece. Cioè la seconda nazionale per valore di mercato e la seconda anche
nelle giocate di chi scommette sulla vincente: vale 515 milioni. Vale soprattutto grazie a Kakà: 45 milioni da solo, un bel po’ meno rispetto alla cifra pagata dal Real Madrid al Milan l’anno scorso per prenderselo. Perché si sale e si scende. Si oscilla, sapendo che il Mondiale è anche un’occasione per riprendere quota. Allora l’Argentina che adesso è dietro: arriva dopo Spagna, Brasile, Inghilterra e anche dopo Francia e Italia. È sesta con un patrimonio umano da 390 milioni. C’è chi scommette già che alla fine della Coppa del mondo la classifica non sarà più la stessa. Perché la squadra di Diego Armando Maradona vuole vincere: se accadesse cambierebbe tutto. Oggi il suo valore è per quasi il 30 per cento dato da Lionel Messi, in caso di vittoria salirebbe la quotazione di tutti gli altri: Diego Milito, Carlito Tevez, Sergio Agüero.
Non ci sono regole, se non quelle di un mercato che per sua definizione ne ha poche. Allora i numeri sono discutibili, ovviamente. Discutibili ma mastodontici comunque. Perché il 25 giugno a Durban ci sarà Portogallo-Brasile. Ore 16, in campo 895 milioni di euro in carne, ossa, magliette, calzoncini, calzettoni, parastinchi e scarpe. Una partita che vale quanto l’aumento di capitale fatto dall’Alitalia, oppure quanto il dividendo che l’Intesa Sanpaolo ha distribuito poche settimane fa ai suoi azionisti. Siamo vicini ai confini della realtà, o forse no.
Perché bisogna capire quale sia la realtà: ha ragione il ministro Roberto Calderoli che vuole imporre i sacrifici anche al mondo del pallone o hanno ragione i suoi critici che non vogliono limiti a compensi e compravendite nel calcio? Sono il campionato e la Champions league che devono rispondere, perché è su quelle che gira il volume d’affari pallonaro. Il Mondiale non dà risposte, semmai aggiunge domande.
Allora una è questa: com’è messa l’Italia? Le cifre dicono che il valore complessivo della rosa è di 400 milioni. Siamo quinti. Campioni del mondo sul campo, fermi ai quarti di finale sui denari: Fabio Cannavaro non è più quello di quattro anni fa, forse non lo è più neanche Gianluigi Buffon. Il giorno dopo la finale di Berlino del 9 luglio 2006, il portiere della Nazionale fu valutato 70 milioni. Oggi vale la metà.
Si alzano le quotazioni dei giovani come Daniele De Rossi e Giampaolo Pazzini, che viaggiano intorno a 30 milioni di euro ciascuno. Giochiamo contro Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia: tutte e tre insieme valgono 175 milioni, meno della metà di noi. Eppure, abbiamo paura di non farcela: i nostri Mondiali cominciano sempre così, con una sindrome di inferiorità che ci trasciniamo quasi come protezione dagli eventi.
È l’amuleto contro la malasorte da Coppa del mondo: quelli bravi, belli, ricchi, famosi e viziati che rischiano sempre di
farsi umiliare dai poveri sfortunati che sognano i lustrini e le monete del nostro campionato. È l’eterna sindrome da Pak Doo Ik, il dentista nordcoreano che ci fece fuori dal Mondiale del 1966. Non c’è mai passata, forse non ci passerà mai. Non l’abbiamo superata dopo il trionfo di Spagna 1982 e ovviamente neanche dopo il miracolo di Germania 2006. Allora meglio non creare aspettative, meglio preparare il Paese al sacrificio di una eliminazione prematura. Poi? Poi si vede. I soldi, gli eccessi, le esagerazioni diventano importanti solo quando perdiamo. Quattrocento milioni? Sono tanti. Troppi? Dipende da quando torniamo a casa.
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