
Il commissario tecnico del Cile, Marcelo Bielsa (EPA/LINDSEY PARNABY)
DIARIO DEI MONDIALI - Per comprendere il Cile che ha dominato oggi la Svizzera pur vincendo appena per 1 a 0 forse non basta una vita. Paese ricco di contraddizioni, questa filiforme nazione sudamericana a cavallo tra Pacifico e Ande ha vissuto in carne propria sia la via al socialismo più matura del continente con l’esperienza di Salvador Allende sia la dittatura militare più accorta dal punto di vista economico, quella del generale Augusto Pinochet Ugarte, terribile per come prese il potere e i morti che si lasciò alle spalle.
Il Cile di oggi lo si può capire in tanti modi. Visitando ad esempio l’Isola di Pasqua, i cui abitanti da sempre sono ignorati dal governo centrale, o camminando per le vie centrali di Santiago il 29 marzo di ogni anno, quando si celebra el “Dia del joven combatiente”, giornata in memoria dei fratelli Vergara Toledo uccisi dalla polizia politica di Pinochet. Quel giorno Santiago si trasforma in una sorta di Belfast sudamericana, facendo trasparire tutta la sua ambivalenza che rappresenta poi anche il suo fascino.
Alcuni anni fa mi colpì una definizione di un amico tedesco, da anni residente alla Legua, uno dei quartieri operai della capitale. “Sai cosa sono i cileni?” mi chiese retoricamente e, senza neanche darmi il tempo per abbozzare una risposta sentenziò: ”sono degli argentini tristi e per rendersene conto è sufficiente passare un week-end transnazionale, il sabato a Buenos Aires e la domenica a Santiago”. La classica boutade generalista di un europeo stanco di vivere nella patria di Neruda pensai lì per lì. Dopo una settimana però arrivai alla conclusione che Hans, così si chiamava quel tedesco, non aveva poi tutti i torti.
Forse perché sempre in bilico tra Pacifico e Ande, tra il retaggio britannico e quello indigeno, tra il socialismo operaista e la destra più reazionaria. Persino il ceviche e il pisco, i due orgogli enogastronomici cileni non possono essere sbandierati con gioia esclusiva perché i peruviani gliene contendono la paternità. Buenos Aires è sfrenata, sia nella gioia della “plata dulce” che nella crisi del default. Gli argentini sono poco inclini alle mezze misure e i celebratissimi Maradona, Che Guevara e la coppia Peròn (Juan Domingo ed Evita) li rappresentano alla perfezione. Santiago è discreta persino nel clima, senza pioggia per mesi, è la capitale dell’eterna primavera dove raramente sboccia l’estate torrida e la maggior parte dei cileni tende a minimizzare ogni cosa, a cominciare dai loro miti del passato.
Forse per questo il rosarino Marcelo Bielsa non poteva che scegliere il Cile come squadra nazionale da allenare per questi Mondiali. Lui argentino così atipico, poco incline ai toni sopra le righe nonostante il suo soprannome “el loco”, ovvero il pazzo. “Me l’hanno dato a causa del mio carattere”, ha risposto lui serafico qualche mese fa ad un giornalista tedesco che gli chiedeva il perché di un soprannome così differente dal suo apparire, introverso (Bielsa non concede mai interviste ai singoli giornalisti) e assai poco sorridente. “L’ho scelto, è il sinonimo meno peggio sul dizionario al mio carattere”, lasciando aperta ogni ipotesi sulle eventuali alternative. Maniacale in ogni minimo particolare, dall’assegnazione delle stanze in ritiro, agli schemi tattici, Bielsa è rimpianto ancor oggi dalla tifoseria del Newell’s Old Boys, i rossoneri di Rosario che con lui prima in campo e poi in panca hanno vinto tutto ciò che c’era da vincere in patria.
Nel 2009, quando il Newell’s ha titolato il suo stadio a Marcelo
Da tre anni è il ct del Cile e, assicura l’ex re di Firenze Gabriel “Batigol” Batistuta, non è un caso che sia riuscito a qualificare ad un Mondiale la “Roja”, questo il soprannome cromatico della nazionale sudamericana, dopo 12 anni di digiuni forzati. Con la vittoria contro l’Honduras, convincente per gli schemi di giuoco anche se di stretta misura (1 a 0) Bielsa è riuscito anche a spezzare un altro incantesimo che durava da quasi mezzo secolo.
Bielsa “felice” dopo la vittoria del Cile sull’Honduras
Era da 48 anni infatti - ad essere precisi era il 16 giugno del 1962 contro la Jugoslavia nella finale per il terzo posto – che il Cile non vinceva un incontro. Lo fece allora da paese organizzatore e quelli furono i Mondiali di un vergognoso Italia – Cile passato alla storia come la “battaglia di Santiago”. I nostri vennero picchiati selvaggiamente dagli uomini della “Rioja” sotto gli occhi ciechi (e forse pure avidi, ma non ci sono le prove) del terrificante arbitro inglese Ken Aston: finimmo in 9 contro 11 in una delle vergogne massime dei Mondiali targati FIFA (Blatter all’epoca non c’era ancora). Storia antica e dolorosa, proprio come l’espressione del “loco” Bielsa alla rincorsa di una qualificazione che per il Cile oggi significherebbe tantissimo.
Soprattutto dopo il terremoto che qualche mese fa ha messo in ginocchio il paese che, tuttavia, senza urlare lentamente si è rialzato, facendo passare in secondo piano persino il passaggio di consegne presidenziali tra la prima donna alla guida del paese, la socialista Michelle Bachelet (un padre generale morto in carcere nei primi 12 mesi del regime di Pinochet) e Sebastián Piñera, primo esponente della destra democratica alla Moneda dopo 52 anni.
Bielsa, che ha fatto il telefonista per la raccolta fondi della Telethon cilena nelle ore immediatamente successive al sisma, sa che i suoi ragazzi hanno anche questo compito, quello di far tornare a sorridere i cileni nell’era del post-terremoto con una qualificazione convincente agli ottavi. Compito difficile ma assai probabile dopo aver superato brillantemente l’esame svizzero di oggi. Adesso manca solo il derby ispanofono con la Spagna, il 25 giugno prossimo. Dovesse toreare le “Furie Rosse”, date sino a una settimana fa addirittura favorite per la vittoria finale dai bookmakers londinesi, anche Bielsa abbozzerà un sorriso. Forse.
Il gol del Cile contro l’Honduras
- Lunedì 21 Giugno 2010
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Commenti
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Il 2 Luglio 2010 alle 22:40 Mabel Brito ha scritto:
Prima di tutto non puoi chiederle a un tedesco che cosa é Cile… perche per me non é un’opinione valida, Cile non è l’ isola di pasqua, neanche il pisco o il mangiare…domanda ad un bambino che cos’ è Cile…Cile è un paese diverso, unico dal nord al sud…pieno di gente che non si preoccupa di soldi..Cile non sono solo i politici…guarda como la gente aspettava la squadra Cilena, siamo orgogliosi di avere giocato..e questo lo importante non vincere, sarà per una prossima volta… ma questa volta abbiamo riaggiunto l’ obiettivo, che il mondo parlasse di noi.
Il 3 Luglio 2010 alle 00:13 paolo.manzo ha scritto:
1) le puedo preguntar a quien me parece a mi lo que piensa de Chile, también a un turco si creo que sea oportuno y diga cosas interesantes
2) Goethe era alemàn y escribiò un montòn de cosas interesantes sobre Itàlia
3) Chile es un orgullo para mi, lo adoro como adoro a Bielsa
4) los politicos no son Chile pero Pinochet y Allende si son chilenos y en Google con Neruda son los que tienen màs entradas, es decir, los màs famosos
5) El mundo y yo lamentablemente este an*o hablò bastante de Chile. Hubiera preferido no hacerlo y me refiero al sismo
6) Que agregaste al artìculo con ese comentario? Para decir que no te gusta quien lo escribiò podìa màs breve
7) No tengo tiempo ni gana de cambiar mi teclado y poner los agudos donde corresponden. Total también tu italiano no brilla
Il 7 Luglio 2010 alle 17:43 Manuel ha scritto:
Signor (si fa per dire) Paolo Manzo, ieri sera avevo pubblicato un commento contrario al suo pensiero, ma comunque rispettosissimo sia nei toni che nelle considerazioni. Noto con estremo dispiacere che avete provveduto a cancellarlo. A quanto pare lei non sopporta alcun tipo di dissenso e non è capace di sostenere un contraddittorio se non attraverso l’aggressività e la ridicolizzazione del suo interlocutore. Complimenti vivissimi! E’ un vero campione del dialogo!
Il 17 Settembre 2010 alle 10:32 paolo.manzo ha scritto:
Anche lei signor Manuel. Ai lettori l’arduo trabajo de ver quien es quien