
Un tifoso osserva Maradona in un maxischermo (MartinArce/DE kikapress .com)
DIARIO DEI MONDIALI - Buenos Aires è in fermento per la sfida tutta latinoamericana con il Messico di domenica.
La nazionale di Diego Armando Maradona, assai criticato alla vigilia, ha vinto 3 partite su 3 nel girone di qualificazione agli ottavi ma, soprattutto, ha convinto tutti con prestazioni eccellenti che l’hanno fatta annoverare di diritto tra le pretendenti al titolo.
- Un tifoso osserva Maradona in un maxischermo (MartinArce/DE kikapress .com)
- Argentina, biancoceleste ovunque
- Argentina, un bimbo con una copia ‘casalinga’ della coppa del mondo
- Grande entusiasmo fra i tifosi argentini nella capitale
- Buenos Aires è un calderone che ribolle di passione
Questo Mondiale, del resto, per gli argentini rappresenta una boccata d’ossigeno indispensabile per recuperare l’orgoglio nazionale, calcistico e non solo vista la crisi che continua a far crescere disoccupazione e poveri sulle sponde del Rio de la Plata. Nel paese del tango e del Pibe de oro, di Evita e dei Kirchner, il calcio è preso maledettamente sul serio, come e forse più che in Italia.
Soprattutto perché non avere vinto un mondiale negli ultimi vent’anni - nonostante nazionali sulla carta fortissime e mentre i nemici storici dell’Albiceleste, ovvero i brasiliani, di Mondiali ne vincevano un paio (Usa 94 e Giappone-Corea 2002) - ha prodotto tra i sudditi di don Diego un mix di “sensaciones”, al solito contraddittorie come contraddittorio diceva Borges è l’essere argentino. Già perché nonostante le critiche della vigilia Maradona, tecnico della seleccion, in patria è associato nell’immaginario collettivo all’ultima vittoria mondiale dell’Albiceleste, quella del 1986. Guarda a caso in Messico, l’avversario da battere domenica per continuare a sognare.
Del resto Messico ‘86 fu il Mondiale di Maradona, lo scugnizzo napoletano che siglò il gol più incredibile della storia della manifestazione, ovvero l’incredibile serpentina con cui saltò come birilli sei giocatori del Belgio dell’ex milanista Gerets per poi finire nella rete, lui oramai assurto a divinità eroica, assieme al pallone. Ma fu anche il Mondiale in cui l’Argentina si vendicò della guerra delle Malvinas o, come si ostinano a chiamarle gli inglesi le Falkland Islands, che quattro anni prima aveva portato via un migliaio di giovani ragazzi argentini. Altri morti inutili, anche se proprio quella guerra segnò la fine della dittatura. Maradona si vendicò della “perfida albione” nel migliore dei modi.
O nel peggiore, dipende da che prospettiva si analizza la storia. Di certo lo fece a modo suo, ossia con un gol che nella fervida mente dell’arbitro era stato di testa e che in realtà fu segnato di mano. A nulla valsero le proteste di Peter Shilton, mitico portiere inglese e di 20 centimetri più alto di Maradona se non a caricare ulteriormente Dieguito che dopo il danno ci aggiunse la beffa con una dichiarazione rimasta nella storia del calcio. “La mano di Dio”, disse “el Pibe de Oro”, “è stata la mano di Dio”. Che si sarebbe così vendicato della sconfitta nella guerra delle Malvinas che naturalmente “sono argentine”.
Le tre vittorie della qualificazione – contro Nigeria, Corea del Sud e Grecia - hanno portato di nuovo sul trono dei sentimenti e del tifo Maradona, esattamente come dopo il gol all’Inghilterra di Messico 86. “Se vinciamo mi spoglio nudo sotto l’Obelisco”, aveva detto Diego alla vigilia della partenza per il Sudafrica. Se l’Albiceleste continua a giocare così nelle prossime 4 partite che la separano dal trionfo, tra un paio di settimane potremmo assistere ad un Maradone versione hard in pieno centro di Buenos Aires. La “barra brava” argentina non chiede di meglio.
- Sabato 26 Giugno 2010
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