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British Columbia, Canada: a tu per tu con i grizzly

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Se si parla di grizzly è impossibile non pensare alle avventure dell’Orso Yoghi nel parco americano di Yellowstone, anche se, nella realtà, la simpatia nei confronti dell’orso dei cartoni può trasformarsi in terrore di fronte a mammiferi in carne ed ossa in grado di arrampicarsi agilmente sugli alberi, di nuotare rapidamente e di correre veloci come cavalli, per quanto nei racconti dei cacciatori siano spesso descritti come animali che scelgono volontariamente di trascorrere la maggior parte del loro tempo a raccogliere foglie.

La curiostà di osservare gli orsi nel loro habitat naturale è stata sfruttata al meglio da Julius Strauss, un inglese che ha costruito alle pendici dei Monti Selkirks, nella regione canadese British Columbia, il Grizzly Bear Ranch, composto da non più di una manciata di casette di legno. Le valli attorno ai monti Selkirks sono oggi popolate quasi esclusivamente da orsi. Il Ministro dell’Ambiente del British Columbia stima che nel versante canadese abbiano trovato dimora circa 16.000 grizzly e 90.000 orsi bruni.

A sentire Strauss, avventurarsi nei sentieri di montagna alla ricerca degli orsi non è così pericoloso. Del resto, in Canada è raro che vengano registrati più di due casi di morti umane provocate dall’aggressione di un orso all’anno. Questo non significa che i turisti possono andare a cercare liberamente le tane dei grizzly. Strauss ha preparato un video informativo in cui spiega come distinguere l’attacco difensivo di un orso da quello offensivo. Inoltre, accompagna personalmente i visitatori durante tutte le escursioni, facendo in modo che il gruppo non superi mai le otto unità, e senza mai dimenticare lo “spray per orsi”, un composto al peperoncino non troppo diverso da quello comunemente utilizzato come strumento di autodifesa.

Chi ha soggiornato al ranch di Strauss racconta che trovarsi faccia a faccia con un grizzly sia un’esperienza straordinaria. È quasi impossibile muoversi nella foresta senza incontrarne nemmeno uno, e molti raccontano che dopo aver ammirato la bellezza e l’eleganza degli orsi in cattività non sono più riusciti a rimanere indifferenti allo sterminio perpetrato ogni anno dai cacciatori, che solo tra il 2007 e il 2008 ne hanno uccisi quasi 700 esemplari.

In crociera sul Nilo. Tra monumenti del passato e scorci di vita recente

Viaggio tra le antiche tradizioni del Cairo

Dai tempi dei faraoni, il fiume Nilo rappresenta la linfa vitale oltre che il simbolo dell’Egitto. Ecco perché per scoprire le bellezze del Paese è ideale attraversarlo in barca. Il punto di partenza migliore è la cittadina di Aswan, novecento chilometri più a sud de Il Cairo, famosa per la “Grande Diga” che si estende per 3.800 chilometri di lunghezza, 980 di ampiezza e 111 di altezza. Nei 125 chilometri di navigazione che separano Aswan da Luxor si concentrano alcuni dei principali tesori del Paese: i templi di Kom Ombo e di Edfu e la Valle dei Re. Sempre in questa zona, un antico piroscafo del 1917, l’SS Karim, un tempo proprietà di Re Farouk, è stato recentemente trasformato in un museo sull’acqua di ottoni, tek, bicchieri e decorazioni in vetro art deco.Oltre all’SS Karim veleggiano sul Nilo lussuosi alberghi galleggianti. Tra questi, il Sonesta St. Gorge I è famoso non solo per le nove suites presidenziali e per quella reale che ha ospitato persino il presidente Hosni Mubarak, ma anche per la bizzarria di cucinare utilizzando esclusivamente acqua minerale.

Sulle rive del Nilo scorre invece un paesaggio umano senza tempo: contadini con abiti rigorosamente di lino cavalcano asini che avanzano lentamente, i più giovani pescano in riva al fiume mentre le donne lavano i panni a mano tra le canne di papiro, all’ombra di palme e sicomori.

Risalendo il fiume, merita fermarsi a Kom Ombo per dare un’occhiata al tempio dedicato a Sobek, la divinità coccodrillo, simbolo della fertilità, ma il tempio meglio conservato del Paese è Edfu, molto simile ad una fortezza tappezzata da immagini di sovrani ritratti nell’attimo della consegna delle offerte a Horus, il protettore dei faraoni viventi. La visita più suggestiva resta quella della Valle dei Re. Qui, le gigantesche tombe dei faraoni vengono periodicamente chiuse per evitare che l’umidità ne deteriori le strutture, ma quella di Tutankhamen è sempre aperta, per permettere ai turisti di osservare da vicino il corpo mummificato del sovrano deposto nel lontano 1323 a.C.

Natura e misticismo: le due anime del Myanmar

le due anime del Myanmar
(Credits: Marc Veraart by Flickr)Dopo le proteste che per un paio d’anni hanno sconvolto il Myanmar, il Governo locale ha deciso di allentare la morsa sui visti turistici concessi agli stranieri sia per interessi di tipo economico sia per dimostrare che il Paese è ormai tornato alla normalità. Ecco perchè vale la pena, oggi, di volare in Myanmar per scoprire le abitudini e la storia di una Nazione che ha tanto da raccontare.

Il viaggio ideale parte dallo Stato di Shan, ad Est, dove, arroccato tra le montagne, si apre il lago Inle. Qui vivono gli Intha, una delle 130 minoranze etniche che popolano il Paese. Le palafitte degli Intha sono talmente alte da ricordare ragni dalle zampe lunghissime, sotto le quali vengono parcheggiate le barche da pesca che navigano grazie al “movimento sincronizzato di una gamba e di un remo”. Si tratta infatti di barchette di legno piccolissime su cui è posizionata una rete conica di legno e dove i pescatori restano in equilibrio su una sola gamba, usando l’altra per muovere il remo. Un paio di volte la settimana tutte queste zattere si riuniscono in un punto del lago per vendere il pescato, assieme a formiche essiccate, sigarette, foglie di betel da masticare e un tofu giallo limone.

Avventurandosi nei sentieri che attraversano la montagna a ridosso del lago si possono raggiungere i villaggi Pa-O (un altro gruppo etnico birmano), dove in una scuola che occupa solo una stanza energici docenti di inglese fanno del loro meglio per insegnare questa lingua a tutta la popolazione.

Se ci si trova in Myanmar, anche Mandalay merita un passaggio. Dopo Yangon, è la seconda città del Paese, oltre che l’ultima capitale prima dell’annessione inglese del 1885. Nel 1922 trascorse un anno a Mandalay anche George Orwell, traendone l’ispirazione per il suo racconto “Giorni in Birmania”.

A poche ore da Mandalay, spostandosi verso ovest, si arriva a Bagan, città storica fondata nel 1057 da Re Anawrahta. Qui, in poco più di quaranta chilometri quadrati si susseguono centinaia di templi e di stupe, in mezzo ai quali scorre il più grande fiume del Myanmar, l’Irrawaddy, che regala al sito un’atmosfera magica non così dissimile da quella che avvolge Angkor Wat, in Cambogia. Ma la stupa più spettacolare resta quella di Kyaiktiyo, a cinque ore da Yangon, costruita su una gigantesca roccia dipinta d’oro.

Alla scoperta dell’Antartide, un continente pieno di sorprese

Alla scoperta dell'Antartide: un continente pieno di sorprese

I mesi invernali sono in genere considerati i migliori per i viaggi in Antartide, quelli in cui i turisti possono approfittare del periodo dell’accoppiamento dei pinguini per fotografarli quando si corteggiano con voci stridule e mostrando un petto gonfio e prestante. Ma le tentazioni del continente bianco vanno ben oltre il fascino di questi graziosi animali dal portamento bizzarro e divertente. È il paesaggio che per primo supera qualsiasi immaginazione. Nella zona del Mar Weddell, blocchi di ghiaccio giganteschi galleggiano come grattacieli rovesciati lungo quella che viene comunemente chiamata Iceberg Alley. Spostandosi in kayak lungo la Baia Paradiso si possono invece osservare sculture di ghiaggio che ricordano archi, cigni e fiori di loto.

Se il continente bianco conserva ancora oggi storie e memorie degli impavidi esploratori che hanno cercato di esplorarlo nei secoli, il turismo è comparso da queste parti solo alla fine degli anni Sessanta, quando Lars Lindbald, esploratore americano di origini svedesi e fondatore della Lindbald Expeditions, vi accompagnò il primo gruppo di visitatori-esploratori.

Ancora oggi, per proteggere il delicato ecosistema locale, l’Associazione Internazionale dei Tour Operator dell’Antartide non permette di trasportare sul continente bianco più di cento turisti a viaggio. Numeri piccoli permettono di navigare su imbarcazioni di medie dimensioni, dalle quali è più facile osservare i movimenti della fauna locale. A molti piace ammirare i pinguini che saltano da un pezzo di ghiaccio all’atro per poi sprofondare sotto una montagna di neve se spaventati da una foca che nuota indisturbata nelle acque circostanti. Per non parlare del monitoraggio dei movimenti della balene nella famosissima Baia dei balenieri, o dell’opportunità di immergersi nelle acque geotermali del continente dopo essersi arrampicati su montagne di ghiaccio.

Acqua cristallina e vegetazione tropicale: il nuovo Eden si trova a El Nido

il nuovo Eden si trova a El Nido

Avete mai pensato di volare in un’isola sperduta per sentirvi completamente isolati dal resto del mondo e allo stesso tempo in paradiso? Beh, allora El Nido è quello che fa per voi.

Per andare a El Nido bisogna amare il mare: l’isoletta si trova infatti nel bel mezzo dell’arcipelago di Bacuit, arroccata tra una baia piena di piccoli atolli e scogliere calcaree mozzafiato. Dal momento che tutte le isole delle Filippine sono di origine vulcanica, l’acqua è sempre calda e cristallina, i fondali strapieni di pesci e coralli dai colori smaglianti, e la sabbia fine e bianchissima. Tanti sono i turisti che prendono in prestito i bangka –piccole imbarcazioni a remi- dai pescatori locali per spostarsi da un’isoletta all’altra, approfittando per fare qualche immersione qua e là e spezzare la giornata con un lungo picnic in spiaggette semi deserte.

Sempre a El Nido, durante la stagione secca, vale a dire da gennaio a maggio, non è raro vedere piccoli gruppi di filippini arrampicarsi sulle ripide scogliere per raccogliere nidi di rondine da rivendere ai ristoranti degli alberghi. Se poi ci si stanca di passeggiare sempre sul medesimo lembo di spiaggia, è facile partire alla scoperta delle isolette vicine: con la bassa marea si può sbarcare sulla Snake Island, una lunga stirscia di sabbia che con l’alta marea resta sommersa dal mare. Intanalua, invece, piace per le sue due spiagge di sabbia bianca e la vegetazione tropicale. La Small Lagoon, la Big Lagoon e la Secret Lagoon sono in genere avvicinate da chi ama le immersioni per vedere da vicino pesci e coralli. Ancora, molto caratteristica è la gita a Cathedral, un enorme faraglione con pinnacoli di roccia vulcanica sotto i quali si nasconde il passaggio per accedere a una grotta, mentre nelle isole Mantiloc e Tapiutan Palilo Beach e la baia di Binagculang non hanno nulla da invidiare a qualunque altro paradiso terrestre.

En Nido è pieno di resort, cottages e bungalow pronti a soddisfare le esigenze di tutti i visitatori, anche quelle relative all’organizzazione del viaggio. A El Nido, infatti, si può arrivare in barca, in autobus, in macchina, in aereo, ma tutti gli spostamenti sono gestiti da agenzie locali, come l’El Nido Boutique and Art Café, in cui uno staff particolarmente dinamico è in grado di risolvere ogni tipo di inconveniente.

Viaggio mozzafiato tra le onde di Shark Bay

Viaggio mozzafiato tra le onde di Shark Bay
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Con i suoi 1.500 chilometri di insenature, Shark Bay, lungo la costa occidentale dell’Australia, 850 chilometri a nord di Perth, riesce a sorprendere i viaggiatori più esperti e gli avventurieri più esigenti. Immaginare il paesaggio di Shark Bay è semplice: basta chiudere gli occhi e pensare a una distesa in cui il mare, il cielo e il deserto convivono insieme, creando una curiosa contrapposizione cromatica nei toni dell’azzurro, del turchese e dell’arancione.

Anche i rappresentanti dell’UNESCO sono rimasti talmente sbalorditi da questo paesaggio da scegliere di inserirlo tra i luoghi naturali tutelati come patrimonio dell’umanità. Nell’area di Shark Bay convivono almeno 323 specie di pesci, 218 di molluschi bivalvi, sette animali marini, 230 uccelli, 37 mammiferi e un centinaio di rettili. Quanto basta per renderla un paradiso dal punto di vista della varietà della fauna.

Come sempre, i mammiferi che i turisti riescono a vedere più da vicino sono i delfini: al Monkey Mia, uno dei resort più famosi di Shark Bay, è possibile entrare in acqua per dare dai mangiare ai mammiferi marini. Il pasto dei delfini viene servito in tre diversi momenti della giornata, ma il più affollato è quello del mattino.

Impossibile lasciare Shark Bay senza aver provato l’Aqua Rush Tour: 80 miglia nautiche (148 chilometri circa) di navigazione a una media di 90 chilometri orari con una piccola barca spinta da due motori da 225 cavalli. In realtà, l’Aqua Rush Tour non è sempre così mozzafiato come viene descritto. Se il mare è calmo, si trasforma in un percorso divertente e pur sempre rapidissimo, ma con poche emozioni forti. Se invece l’oceano è mosso, lascia nei turisti un ricordo indelebile. Dopo aver incrociato delfini, gabbiani, tartarughe e balenottere, e prima che la guida attracchi in un’isoletta nel bel mezzo della baia per gustare una tazza di te’, capita spesso che l’imbarcazione su cui si spostano i turisti venga travolta dalle onde. Non è pericoloso se la guida conosce a memoria tutte le insenature di Shark Bay, ma chi vi si trova immerso per la prima volta si sente perso nel momento in cui viene spintonato e poi guidato da un’onda gigantesca che non può controllare in alcun modo. Provare per credere.

A Siem Reap, per un tuffo nella Cambogia imperiale

L'ingresso del tempio di Angkor Wat

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C’è chi va in Cambogia per osservarne i paesaggi, chi per confrontarsi con la memoria di un terribile genocidio che ha lasciato tracce in ogni angolo del Paese, ma non c’è turista che non inserisca nel proprio itinerario una tappa a Siem Reap per ammirare le rovine dei templi di Angkor Wat, Angkor Thom e di vari altri siti, più piccoli ma non per questo meno belli.

L’ideale per visitarli tutti è quello di affidarsi a un autista di tuk tuk, un risciò a motore, e farsi portare in giro, a non più di quindici dollari americani, per tutta la giornata. In caso di pioggia, aggiungendo dieci dollari si può affittare una più comoda automobile, anche se per ammirare la natura circostante e per osservare gli spaccati di vita cambogiana lungo il tragitto il tuk tuk è ideale. In alternativa, i siti più vicini possono essere raggiunti anche in bicicletta, da affittare in albergo a una tariffa che oscilla tra uno e due dollari al giorno.

Tra le centinaia di templi che sorgono nell’area di Siem Reap, il più spettacolare è senza dubbio quello di Angkor Wat. La civiltà Khmer ha conservato il proprio dominio sul Sud-est asiatico per seicento anni, dall’802 al 1432 d.C., ed Angkor Wat, costruito tra il 1100 e il 1150, ne rappresenta forse il massimo splendore. Tra il fossato che circonda il tempio e la parte più interna dello stesso, è stato costruito un camminamento ricoperto in ogni angolo da bassorilievi che descrivono scene di guerra, umane e divine. Sempre nei pressi del fossato, un paio di piscine permettono alle tre cupole del tempio di assumere diversi colori nel riflesso dell’acqua che varia seguendo i movimenti del sole.

Angkor Thom più che un tempio è una città fortificata, finita di costruire pochi anni dopo Angkor Wat. Al suo interno, il complesso più grande è quello di Bayon, costruito per soddisfare l’ego del sovrano Jayavarman VII, che pretese che fossero scolpite nelle rocce decine di immagini del suo volto. Vicinissimo a Bayon sorge il tempio Baphuon, famoso per una statua di buddha reclinata lunga almeno quaranta metri. A seguire, la terrazza degli elefanti, da cui i sovrani amavano assistere agli spettacoli teatrali organizzati in loro onore nelle torri e nelle piscine di fronte alla terrazza stessa.

Infine, non si possono perdere le finissime decorazioni di Banteay Srei, tempio dedicato alla divinità indiana Shiva, di cui si narra che i preziosi bassorilievi siano stati scolpiti solo da donne: le mani degli uomini non avrebbero mai potuto essere tanto precise e meticolose.

Atmosfere e sapori di una irresistibile Damasco

Atmosfere e sapori di una irresistibile Damasco
(Credits: D Jabi by Flickr)

Damasco è rimasta nella storia come la città che il profeta Maometto si rifiutò di visitare per “potersi godere il paradiso direttamente in paradiso”.

Per avere la conferma che la capitale della Siria sia la culla della civiltà, così come la descrivono le guide, basta fare un salto al Museo Nazionale e scoprire che proprio a Damasco possono essere rintracciate le prime testimonianze di alfabeto e note musicali, oltre allo stadio e al minareto più antichi della sotria, risalenti a circa 3.5000 anni fa.

Il passato di Damasco come importante snodo commerciale lungo la via della seta, invece, va riscoperto a Souq al-Hamidiyya, un antico mercato che conduce nel cuore della capitale. Su entrambi i lati della strada si susseguono negozietti che vendono corredi ricamati, abiti da sera e gioielli. Per attirare i turisti, alcuni mettono in vetrina anche jeans e magliette di cotone, motivo di vanto perchè “fatte in Siria e vendute a prezzi più bassi dei capi cinesi”, urlano gli ambulanti. Infine, botteghe più nascoste vendono vasellame, oggettistica da arredamento e farmaci ricavati con polveri improbabili: frammenti ossei, rose di Damasco e coccodrilli imbalsamati.

Poco lontano dal mercato si trova Straight Street, da percorrere fino in fondo, fino alla corte del Pascià Khan Suleiman, per ammirare i giochi di luci ed ombre tra i monumenti e la fontana adiacente. Ancora, merita un passaggio la moschea Umayyad, oggi luogo di culto islamico, ma che negli ultimi 3.000 anni di storia ha ospitato un tempio aramaico dedicato ad Hadad, uno romano consacrato a Giove, e la Chiesa bizantina di Giovanni Battista. I musulmani si insediarono a Damasco nel 635 d.C., ma la moschea che si vede oggi non è quella di fine ‘600, bensì la struttura grandiosa che fece costruire ai primi del ‘700 il Califfo Whalid I.

Un viaggio a Damasco è gratificante anche dal punto di vista del palato. Al ristorante Al-Khawali, ad esempio, vale la pena accompagnare con una dissetante limonata alla menta specialità locali come hummus, baba ganoush, tabbouleh, foglie di vite ripiene e polpettine piccanti. A seguire, carne grigliata insaporita da salse e insalate coloratissime e, per concludere, un delizioso gelato al pistacchio.

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Tra templi e monasteri, un percorso orientale pieno di sorprese

Tra templi e monasteri, un percorso orientale pieno di sorprese
(Credits: Marco Cerbo)

Buddismo, taoismo, confucianesimo…viste dall’occidente queste tradizioni vengono spesso confuse. A Hong Kong, enclave multietnica nel cuore della Cina, succede la stessa cosa, ma per ben altre ragioni.

Nella vita degli ex-coloni britannici, la religione ha assunto negli anni un ruolo sempre più strumentale, e di templi veramete autentici in città ne sono rimasti pochissimi. La ragione è semplice: nella capitale finanziaria dell’Asia non c’è tempo per dedicarsi ai riti tradizionali. L’unico modo in cui le divinità possono ancora aiutare i cittadini è portando loro fortuna, denaro, e un destino favorevole. Ed ecco che proprio attorno a questi desideri le diverse tradizioni religiose della città si fondono in un unicum (materialista) difficilmente rintracciabile altrove.

Panorama.it è andato in giro ad esplorare i templi storici di Hong Kong. Due tappe obbligatorie sono quelle del “Grande Buddha” (noto anche come monastero di Po Lin) e del “Tempio dei Diecimila Buddha“. Il primo si trova sull’Isola di Lantau. È stato costruito nel 1927 ed è famoso perchè al suo interno si trova il Buddha Tian Tan, la più grande statua di bronzo all’aperto del mondo (pesa 200 tonnellate) che raffiguri un Buddha seduto. Il secondo risale agli anni Sessanta e ospita almeno 13.000 statue di Buddha di diverse dimensioni. In entrambi, non è raro imbattersi in cinesi intenti a scuotere un contenitore di legno pieno di bastoncini numerati, per “contrattare con Buddha il proprio destino”. Il fedele esprime un desiderio o rivolge una domanda alla divinità, poi inizia a scuotere il contenitore con i bastoncini aspettando che ne cada uno. Il numero del legnetto corrisponde a una pagina del “libro delle risposte della divinità”. A questo punto, se tra l’elenco delle affermazioni lette se ne trova una appropriata, il fedele si ritiene soddisfatto. Altrimenti, procede ad un nuovo tentativo convinto che il Buddha non abbia inteso bene la sua domanda.

Tornando verso il centro città, vale la pena fermarsi a Wong Tai Sin, il tempio, più affollato dell’isola. Coloratissimo, grande, luminoso, anche Wong Tai Sin è una meta irrinunciabile per osservare da vicino le abitudini religiose degli hongkonghini. In genere la fila dei fedeli desiderosi di sfiorare la dea del denaro è lunghissima, e ancora di più sono quelli che bruciano i propri desideri all’interno delle “campane” di incenso -filamenti di incenso modellati in maniera tale da assumere la forma di una campana- per mandarli in cielo. Ancora, bastoncini di incenso (bruciati a gruppi di tre), denaro di carta, frutta e dolci di ogni tipo vengono lasciati sugli altari per assicurare benessere alle divinità ma anche a se stessi. Tutt’intorno non si contano le bancarelle dei veggenti. Alcuni parlano persino inglese, ma ad un livello talmente approssimativo che, in genere, non permette loro di prevedere più di una buona posizione lavorativa all’interno dello Stato e tanti figli: il destino ideale per le famiglie cinesi più tradizionaliste.

Fortunatamente, qualche angolo sacro in città è rimasto. Il più bello si trova a pochi passi da Wong Tai Sin, dove sorge il convento di Chi Lin, un elegante tempio di legno edificato senza l’impiego di chiodi, tra i cui padiglioni e giardini fioriti è permesso passeggiare solo rimanendo in silenzio.

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In viaggio come Babbo Natale, attraverso una Finlandia tutta da scoprire

Helsinki dall'alto
Al Circolo Polare Artico, in territorio finlandese, la casa di Babbo Natale esiste davvero. In ogni stagione, migliaia di turisti decidono di passare a trovare Santa Claus, e non solo per accontentare i bambini e recapitare qualche letterina contenente richieste di ogni tipo (che Babbo Natale diligentemente classifica in base alla lingua) o per fare due chiacchiere con un signore affabile e senz’altro capace di divertire adulti e piccini, ma anche per l’ebrezza di compiere un viaggio nel nord della Finlandia, scoprendo abitudini, gusti e curiosità locali.Dopo essere atterrati a Helsinki, la capitale, si può scegliere di viaggiare lungo la costa. In questo caso, la prima tappa è Turku, la città più antica del Paese, che ospita un maniero del XIII secolo. Da qui, continuando a salire verso nord, ci si può spostare facilmente in automobile a Rauma, famosa per le sue architetture di legno dai tetti spioventi, ciascuna delle quali ha un nome. La più carina e famosa è Naol – anche se per chi è abituato ai nostri monumenti il celebrato centro cittadino potrebbe lasciare un po’ di amaro in bocca.

L’alternativa è visitare l’entroterra. In questo caso, vale la pena fermarsi a Tampere, la città più popolosa della Finlandia, che sorge tra due laghi, il Näsijärvi e il Pyhäjärvi. Prima di dirigersi verso nord, vale la pena organizzare una gita in barca sulle loro splendide acque, rilassarsi nella più grande sauna a fumo del mondo a Ujatkankamppa, o fare un tuffo nel passato medievale dell’antica Savonlinna – il cui castello fa da suggestiva cornice a un prestigioso festival operistico.

I due percorsi possono ricongiungersi a Oulu, piacevole città universitaria con una intrigante vita notturna (ma non fatevi convolgere in bevute con i finlandesi, che hanno una fortissima resistenza all’alcool: rischiereste di non riuscire a trovare la strada per il vostro albergo).

La casa di Babbo Natale dista da Oulu qualche centinaio di chilometri. Un tragitto lungo, ma certamente non privo di fascino. Lungo la strada, che taglia le suggestive foreste del nord, è facile imbattersi nelle renne che pascolano liberamente nei campi man mano che ci si avvicina al Polo. Certo, in inverno fa tutto un’altro effetto, visto che i colori vengono coperti da un ininterrotto manto bianco.

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