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Un San Valentino romantico alla portata di tutti

Maison-Fleur-de-Felice

Per San Valentino si può scegliere di partire per l’Europa in location romantiche e con budget formato ridotto. Hostelsclub ha selezionato soluzioni a prezzi ristretti per chi non vuole rinunciare al piacere di una piccola vacanza d’amore nel cuore dell’inverno. Partono da soli 20 euro a notte i prezzi in alcune delle romantiche struttureproposte. Ad esempio si può scegliere La Maison Fleur de Felice nella splendida Carcassonne, nel sud della Francia: un lussuoso bed and breakfast in una locanda del 15esimo secolo con vista sulle montagne, a partire da 69 euro per la camera doppia. E durante il giorno ecco tutto il romanticismo di un pc nic preparato dalla proprietaria, da gustare dopo una gita in bicicletta alla scoperta dei laghi e delle montagne dei dintorni, per poi finire la giornata davanti ad una cioccolata calda ed un camino acceso. A Kilkenny, nella verde Irlanda, si trova il Foulksrath Castle. Un maniero del 16esimo secolo dove è possibile pernottare per soli 16 euro a notte: sala con camino e camere spaziose, e storie di fantasmi da brivido. Questo è uno dei più famosi castelli “abitati dai fantasmi” di tutta l’Irlanda: di giorno si può passeggiare, andare in bicicletta, a cavallo e pescare nel vicino fiume Nore, per terminare con una romantica cena e una buona birra irlandese. Nessun fantasma, ma profumo di Dolce Vita al Castello Scandeluzza di Roma, maniero del 1700 appartenuto all’antica e nobile famiglia Pellegrini. Si può affittare un intero appartamento per 120 euro a notte, e vivere circondati da mobili antichi, statue di marmo, grandi camini e un meraviglioso giardino all’italiana. Nascosto tra le cime delle Alpi svizzere, a 1500 metri di alitudine, si trova un nido d’amore speciale: il Rezia Hotel. Ci si trova in Engadina, non lontano dall’esclusiva Sankt Moritz, nel piccolo villaggio Sent. Una romantica camera doppia è offerta a 50 euro, con colazione su un piccolo balcone con vista sulle montagne.

A Chicago soffia il vento dell’ottimismo

Chicago in festa per Barack Obama
di Carlo Rossella

A Chicago fa molto freddo e tira un gelido, forte, vento che viene dal lago Michigan. Gli americani chiamano Chicago «The windy city». Natale a Chicago è meraviglioso. Già in questi giorni i bambini corrono al Christkindlmarket, il mercato dei bambini di Cristo, per vedere luminarie e giocattoli e sgranocchiare dolcetti mentre i genitori bevono, alla tedesca, Glühwein.
Gli italiani non conoscono molto Chicago, le preferiscono New York, Los Angeles, Miami. Ma Chicago è la più americana delle città americane, la più completa, la più bella. I grattacieli sono alti, forse più che a New York, il lungolago è impagabile nella sua bellezza architettonica, ci sono capolavori come la Sears Tower, 442 metri, con 108 piani. L’unico vero inconveniente di questa deliziosa metropoli è l’aeroporto, il più «incasinato» del mondo. Da questo aeroporto Barack Obama, eletto il quattro novembre scorso 44° presidente degli Stati Uniti, è partito per quattro anni, ogni lunedì mattina all’alba, per raggiungere il suo ufficio al Senato di Washington. Dicono a Chicago che Obama abbia fra i principali punti del programma la risistemazione dello scalo di Chicago.
I concittadini di Obama, nove milioni, compresi i sobborghi della città, ancora si congratulano nei bar e nei ristoranti per la vittoria di Barack. Chicago sta vivendo un momento di gloria, che durerà parecchio, come prevede Scott Turow, scrittore che vive qui e frequenta il ristorante ultrachic Spiaggia, in Michigan Avenue. Spiaggia è caro e fa parte ormai dell’itinerario degli Obama fans, turisti che arrivano a Chicago e pagano venti dollari per un giro in autobus in tutti i posti di Obama.. «Experience the city the Obamas enjoy», è scritto sulle fiancate del pullman. Quelli che arrivano ora a Chicago pensano di essere approdati al centro del mondo. Per strada pullulano i venditori di gadget , soprattutto Tshirt con la faccia di Obama.
Da Brooks Brother’s vanno a ruba, dopo anni, i vestiti grigi o marroni, a sacchetto, quelli che ama indossare «the next president».Nei club e nei ristoranti, di sera, le coppie della borghesia nera giovane e ricca, sembrano tanti Obama e Michelle. Mangiano all’italiana, spaghetti e verdure, bevono acqua minerale o coca cola light, e solo in rare occasioni un bicchiere di vino bianco. Chicago è impregnata di obamamania.
Da Spiaggia un signore molto elegante seduto accanto al proprietario Tony Mantuano dice: «Siamo felici noi di Chicago, abbiamo il Presidente, la First Lady, i turisti, nel 2016 avremo anche le Olimpiadi, questa è già la città del nuovo ottimismo americano». Parole vere. Non si sono mai visti grandi magazzini pieni sotto Natale come a Chicago, nei club del jazz si beve champagne a fiumi, i teatri sono tutti prenotati.
Alla Grand Central, un ragazzo bianco col saxofono suona Chicago, la vecchia canzone di Frank Sinatra: «Chicago, Chicago, that toddling town», Chicago Chicago, la città barcollante ,oggi ebbra di felicità e forse l’unica al mondo ad essere in questo stato. Thank you Obama. •

In Austria discese formato bambino

Scuola di sci

di Damiano Iovino
Lo chiamano il paradiso dei bambini, la località da scegliere per chi vuole andare a sciare con i figli in Austria. A soli 30 chilometri dal confine italiano, al Passo del Brennero, c’è la valle di Stubai, con un ghiacciaio ricco di piste da sci e fuoripista fruibili fino a giugno. Piccoli paesi, pullulanti di alberghi e bed&breakfast, nella valle aperta al sole e sullo sfondo il ghiacciaio, che arriva a quota 3.512 metri con la sua vetta più alta, lo Zuckerhütl (Pan di Zucchero).
Ai più giovani è dedicato il BIG Family Stubai Ski-Camp: un grande campo da sci riservato soltanto a loro, dove i piccoli posso imparare a sciare divertendosi. Bisogna avere almeno 4 anni per essere ammessi alla scuola di sci, ma per i bambini di 3 anni c’è un asilo nell’area del Camp. E per i ragazzi dagli 11 ai 15 anni c’è la scuola di perfezionamento. Ma anche per gli adulti, Stubai è un posto da non perdere, soprattutto perché da ottobre buona parte delle piste in quota sono aperte e coperte di neve farinosa. Neve e musica vanno di pari passo in Austria. La cerimonia dell’apres ski, malgrado le basse temperature si svolge quasi sempre all’aperto: fiumi di birra, cori da stadio, tra chi balla il walzer con gli scarponi da sci e chi si riscalda bevendo uno jäeger te, dove il te è solo una scusa per ingollare una buona dose di rhum.

In viaggio contro la crisi

il nuovo Eden si trova a El Nido

di Guido Castellano e Antonella Palmieri
Toglietegli tutto, ma non le vacanze. L’Alitalia al collasso cancella i voli, c’è la crisi economica, ma almeno per Natale e Capodanno gli italiani non cancellano l’idea di partire. Certo, si siedono a tavolino e cercano di far quadrare i conti con qualche giorno in meno di ferie o la scelta di una meta più economica. Ma una cosa è certa: anche quest’anno le vacanze non verranno trascorse accanto al caminetto di casa. Almeno in 12 milioni di famiglie.
E le altre? Da un lato le cifre di Assotravel, l’associazione di Confindustria che raggruppa le agenzie di viaggi, registrano una tenuta delle prenotazioni rispetto all’anno scorso. Dall’altro, un sondaggio che l’Associazione a difesa dei consumatori ha sottoposto ai propri associati parla di 3 milioni di famiglie in più, rispetto allo scorso anno, che resteranno a casa. I più restii alla partenza sembrano essere gli affezionati dell’auto lasciati a terra dal caro benzina. Come dire che il popolo dei vacanzieri a breve raggio, molti di quelli che scelgono una meta in Italia o appena fuori del confine quest’anno trascorreranno le feste in casa.
Ma dove andranno i 12 milioni di globetrotter che hanno invece già il biglietto d’aereo in tasca? Fra gli italiani in partenza ci sono i ricchi che già a settembre hanno prenotato nei resort più esclusivi alle Maldive, Seychelles e Nuova Zelanda che registrano il tutto esaurito. Sui siti dei maggiori tour operator è quasi impossibile trovare un posto libero. E chi prova a organizzare un viaggio «fai da te» non riesce a recuperare un biglietto aereo a meno di 2.600 euro per il periodo tra Natale e Capodanno.
Poi ci sono gli italiani a reddito medio che si barcamenano fra voli low cost e pacchetti superscontati e stanno puntando alle capitali europee. Infine c’è chi ha il conto quasi in rosso e pur di partire compra la vacanza a rate. Ed è boom di finanziamenti utilizzati per pagarsi i viaggi all’estero.
Il mercato delle vacanze dunque resiste e secondo le associazioni di categoria perde solo il 2 per cento rispetto allo scorso anno. Calo che per gli addetti ai lavori non è un segnale negativo. «Vista la situazione economica e il pessimismo, se davvero verrà confermato questo calo noi saremo contenti» spiega a Panorama Andrea Giannetti, presidente di Assotravel. «La nostra preoccupazione semmai è per i periodi precedenti o successivi a dicembre, perché a Natale la gente parte comunque».
Expedia poi, il più cliccato sito al mondo per la prenotazione di vacanze, registra un più 10 per cento delle transazioni, rispetto all’anno scorso, nel periodo settembre-novembre.
«Ormai il viaggio da bene voluttuario si è trasformato in bene primario» afferma Corrado Peraboni, amministratore delegato di Expocts, società organizzatrice della Borsa internazionale del turismo. «Nei momenti di crisi, non vi si rinuncia, ma si rimodula adeguandolo alle disponibilità. La partenza intelligente non riguarda più solo le autostrade, ma comincia dalla scelta della data di prenotazione».
Ma quali sono le strategie degli italiani in fatto di viaggi? Una ricerca che la stessa Expedia ha realizzato in esclusiva per Panorama sui propri utenti rivela che i vacanzieri di Natale stanno scegliendo meno i viaggi «all inclusive» (quelli tutto compreso, ndr) e si sono buttati, in tempi di incertezza, sulle prenotazioni del solo albergo. Disdire un pacchetto, infatti, è un po’ più costoso che cancellare una prenotazione di una camera. Oppure c’è chi a corto di risparmi decide di prenotare oggi l’aereo riservandosi di pensere all’albergo dopo qualche settimana, quando è entrato lo stipendio del mese successivo. Anche con la speranza di trovare un’offerta low cost.
Gli albergatori intanto, per evitare strutture mezze vuote, hanno visto al ribasso i prezzi: la tariffa media per camera ha subito un calo del 3 per cento come spiega Francesca Benati, numero uno di Expedia Italia: «Probabilmente, si legge in diversi report di varie agenzie di ricerca, si trovano costretti ad agire sulle tariffe per incrementare il numero totale di clienti».
E l’Irlanda è lo stato che più ci riesce. Secondo le rilevazioni di Expedia, rispetto all’anno scorso Dublino avrà il 50 per cento in più di visitatori italiani. Poi ci sono gli Stati Uniti. La paura del terrorismo è passata e in tutta Italia spuntano come funghi voli diretti per Miami e New York. Risultato: più 40 per cento sulle prenotazioni verso queste mete. New entry fra le destinazioni più gettonate è la Russia che registra un più 40 per cento.
Ma la vera passione per il prossimo Natale sarà il Medio Oriente (+40 per cento): le spiagge di Dubai, Abu Dhabi sono state scelte per staccare la spina dal mondo. Se mare, grattacieli e lande deserte attirano, Budapest e in generale l’Ungheria hanno perso il loro appeal: meno 17 per cento sulle prenotazioni dell’anno scorso.
Dunque gli italiani partono. Sì, ma a che prezzo? In base a una ricerca di Tripadvisor, la più grande community al mondo di viaggiatori, il bugdet previsto dagli italiani per le vacanze di Natale va da 2 mila a più di 8 mila euro. La percentuale più alta, il 28 per cento, prevede di spendere una somma fra i 2 e i 4 mila euro. Ma c’è anche chi non risente per nulla della crisi (il 9 per cento) e per le prossime vacanze ha previsto una spesa di 8 mila euro o più.
In fin dei conti non è mica necessario averli in contanti. Perché gli italiani adesso hanno imparato a pagare le vacanze a rate. E non sono cifre da nulla. Una ricerca di Unicredit consuming financing mostra come, in poco più di un anno, il mercato delle vacanze a rate abbia raggiunto quota 300 milioni di euro. Buona o cattiva che sia questa abitudine, ormai ha contagiato più di 500 mila italiani. Perché comunque anche se le tasche non sono più pienissime la vacanza aiuta a non pensarci. «Può essere che per qualcuno partire sia un modo di esorcizzare la paura della crisi accettando il rischio di trovarsi poi in una situazione peggiore di quella che si voleva demonizzare» afferma Guglielmo Gulotta, docente di psicologia del turismo all’Università di Torino. «Il sentimento del rischio è una condizione dello spirito che sta tra la speranza e la paura. Chi ha paura aumenterà i risparmi e limiterà le spese, chi ha speranza andrà in vacanza comunque».
Se poi la vacanza è studiata per non pensare alla crisi tanto di guadagnato. C’è chi decide di vivere come un eschimese e dorme in ingloo per due giorni. Chi invece affronta le dune egiziane assieme ai beduini e chi invece sposa per una settimana la cultura aborigena bighellonando in mezzo al deserto australiano. Anche se alla fine vince la voglia di normalità, come mostrano le risposte sulle attività degli italiani in vacanza raccolte da Tripadvisor: quasi nessuno ha intenzione di frequentare casinò, né di fare sport estremi. La metà degli intervistati non ha la minima voglia di muoversi in bici o di sciare. Né di uscire in barca a vela o di partecipare a festival mondani. La cura contro la paura della crisi sembra essere l’ozio più completo. Ma dall’altra parte del mondo. •

La compagnia aerea ideale secondo i viaggiatori di TripAdvisor

L'aeroporto di Malpensa
Italianità, nuova Alitalia, “battaglie” tra Fiumicino e Malpensa? Sono questioni che ai viaggiatori italiani non interessano particolarmente: la priorità è piuttosto volare in sicurezza, con aerei puntuali e atterrare in aeroporti in grado di offrire servizi di qualità. La nazionalità non conta. Sono queste alcune delle risposte che emergono dall’ultimo sondaggio sui Travel Trends di TripAdvisor, la community di viaggiatori più grande del mondo, con oltre 25 milioni di visitatori mensili, più di 20 milioni di recensioni e 6 milioni di iscritti.
900 viaggiatori italiani hanno partecipato a un sondaggio per identificare le compagnie aeree più amate, ma anche per individuare gli aeroporti internazionali meno apprezzati. Ecco i risultati. In cima alla classifica delle compagnie più apprezzate dai turisti svetta Lufthansa (14%), seguita dalla low cost Ryanair (12%), da Alitalia (11%), da British Airways (8%) e da Air France (6%). Al quinto posto figurano, a pari merito, Singapore Airlines, EasyJet ed Emirates (5%).
Per oltre la metà degli intervistati (51%) la sicurezza resta il fattore più importante nella scelta della compagnie aerea con cui volare, ma anche la presenza e la frequenza di voli diretti verso le mete prescelte (45%) rientrano fra gli elementi che più contano. Molto importanti anche la puntualità dei voli e la facilità di recupero dei bagagli - votate a pari merito dal 38% dei viaggiatori - così come l’ampiezza dello spazio disponibile a bordo per allungare le gambe (19%).
A rendere impopolari le compagnie aeree sono, invece, i voli cancellati o posticipati (41%), gli aumenti ingiustificati dei prezzi e la scortesia del personale (31%), la scomodità dei posti a sedere (24%), la scarsa qualità del menù a bordo (20%) e il frequente smarrimento dei bagagli (21%) anche se in questo caso la responsabilità dovrebbe cadere sulla società aeroportuale.
Importante anche il Bon Ton. Quasi un terzo dei turisti (29%) si dichiara insofferente ai bambini che scalciano dietro ai sedili, mentre uno su cinque odia chi parla ad alta voce al cellulare. Poca tolleranza anche per i passeggeri che reclinano il proprio sedile in modo maleducato, ossia senza degnarsi di vedere chi hanno dietro (13%) e quanti impiegano troppo tempo per mettere i propri bagagli nelle cappelliere a bordo, impedendo il passaggio nei corridoi agli altri viaggiatori (12%).
Se potessero esprimere un desiderio, i viaggiatori italiani di TripAdvisor vorrebbero che le famiglie con bambini piccoli viaggiassero in aree dedicate in sezioni separate (70%), che non fosse consentito l’uso dei telefoni cellulari a bordo in qualunque momento (82%) e che fosse sempre possibile la connessione a Internet, anche senza pagarla “extra” (44%).
Quanto agli aeroporti meno amati, la maglia nera va a Fiumicino (Aeroporti di Roma) votata da quasi un italiano su quattro (24%), ma nella black list troviamo anche gli scali di Parigi Charles de Gaulle (7%), New York JFK International (5%) e gli hub londinesi di Gatwick (4%), Stanstead e Heathrow, votati a pari merito dal 3% degli intervistati (giudizi negativi assegnati anche in base ad alcuni criteri qualitativi come la percezione di una scarsa efficienza delle misure di sicurezza, l’assenza/lontananza di parcheggio, la lentezza di recupero dei bagagli, la mancata pulizia dei bagni e la difficoltà di individuazione dei gate).
Un ultimo dato: quello per le diverse compagnie aeree sembrerebbe essere un “amore infedele” visto che ben il 53% degli intervistati non è iscritto ad alcun programma di accumulo miglia o lo ritiene comunque una perdita di tempo considerata la situazione attuale mentre anche quel 15% che è invece appartiene ad un programma “frequent flyer” non ha la più pallida idee di quanti punti abbia accumulato.

All’Avana sulle tracce di Hemingway

Cuba

di Carlo Rossella

L’Avana, 22 anni dopo. La strada dall’aeroporto verso la città è sempre uguale. Palme maciullate dai due uragani che nei mesi scorsi hanno distrutto Cuba, case rovinate, ragazzi per strada che inseguono un pallone. Radio Rebelde e Radio Reloy trasmettono comunicati del governo. Raúl Castro di qua e i ministri di là a controllare le fasi della ricostruzione. Si procede con calma, la calma di Cuba.
Il compagno Fidel Castro è malato, ma scrive quasi ogni giorno le sue «Reflexiones» su Granma, il giornale del partito, formato tabloid. Poche pagine, soprattutto notizie sulla lotta contro i danni e la crisi economica. «Recuperación eléctrica sigue ganando terreno», un buon annuncio visto che l’elettricità va e viene.
Dalla retorica dei bollettini alla musica: salsa e lacrime, rumba e rimpianti, bolero e nostalgia. Ai giovani piacciono i Van Van, complesso che spinge chiunque a ballare dovunque. Ma va molto Benny Moré, il dio del bolero, riscoperto nel mondo dopo il film El Benny di Jorge Luis Sánchez.
In auto con me, Lino Jannuzzi fuma cohiba. Grande giornalista, ex senatore, portavoce del ministro Sandro Bondi, Jannuzzi è la prima volta che viene a Cuba, ma l’ha cercata per tutta la vita: Ernest Hemingway, il rum anejo sorseggiato con calma, la mafia di Miami studiata sui libri, la rivoluzione e tutti i suoi risvolti.
Jannuzzi guarda L’Avana e trova somiglianze con Napoli. Indossa un blazer leggero, in testa porta un magnifico panama. È elegante, abbronzato, charmant con tutti. Arriva nella hall del meraviglioso e storico Hotel Nacional e i portieri lo salutano come se fosse sempre stato lì.
Dalle finestre della mia stanza vedo il Malecón, il lungomare dell’Avana, già pieno di giovani che si baciano, di gay che aspettano, di «chicas» che vorrebbero un «novio», un fidanzato straniero con pesos convertibili da spendere per un po’ di istantaneo «amor tropical».
Tramonto rosso e viola, aria secca e leggera nel giardino del Nacional. Un trio suona le belle canzoni di sempre: Mamá son de la loma, Lacrimas negras, La mujer de Antonio, El Bodeguero, Guajira guantanamera, Bésame mucho.
Finalmente un mojito ben fatto, diverso da quelli con troppo rum e senza passione che si bevono in Italia. Jannuzzi vuole andare alla Floridita: è la prima tappa del suo itinerario hemingwayano (il ristorante era il preferito dal grande scrittore). Una delusione l’aragosta alla Termidoro, ottimo il daiquiri, buoni i musicisti. Una cantante dalla voce sexy intona con l’anima Corazón rebelde.
È gia tardi. All’angolo fra Monserrate e Obispo è in sosta una Cadillac bianca del 1958, dipinta e ridipinta, l’autista promette di portarti ovunque alla ricerca della felicità.
Sulle tracce di Hemingway, Jannuzzi sa già dove andare il giorno dopo, prima che comincino gli incontri con i cubani sul cinema: Finca La Vijia, la casa museo, il bar La Teraza, l’hotel Ambos Mundos, la Bodeguita del Medio e la città vecchia coi suoi continui rumori di bottiglie e bicchieri che tanto piacevano all’adorato Ernest. Jannuzzi va a riposare dopo il lungo ma rilassante viaggio con la Blu Panorama, linea aerea perfetta, da Milano all’Avana.
Non ho sonno ed esco. Pochi passi e sono davanti al Capri, l’hotel di George Raft, attore a Hollywood e public relation man della mafia a Miami, ai tempi del dittatore Fulgencio Batista.
L’hotel è chiuso da tempo. Funziona invece il cabaret, il Salon Rojo, una meraviglia di musica e di donne, giovani, belle e ancora molto sveglie alle 3 di notte di domenica.
Il mio amico Omar González Jiménez, presidente dell’Icaic, l’Istituto cubano dell’arte e dell’industria cinematografica, mi ha fatto trovare in camera alcuni capolavori del cinema dell’isola, da Suite Habana a Páginas del Diario de Mauricio, a Juan Quin Quin, alla Soledad di Jaime Rosales.
A Cuba sanno fare il cinema. Con Jannuzzi, Gaetano Blandini, direttore generale per il cinema del ministero italiano della Cultura, il regista Paolo Virzì e la bellissima Micaela Ramazzotti (protagonista di Tutta la vita davanti, il film presentato dalla Medusa nella rassegna del nuovo cinema italiano all’Avana) ce ne accorgeremo nel corso di una settimana di sedute e incontri.
L’alba irrompe nella camera e vale la pena di uscire subito, andarsene per un bagno sulla spiaggia di Santa Maria del Mar, a pochi chilometri dalla città.
Acqua splendida, sabbia bianca, nessuno per chilometri e chilometri. È bello vivere L’Avana, città e mare. È quel che faccio dopo una lunga nuotata. Giro nel centro storico restaurato grazie alla genialità artistica e imprenditoriale di Eusebio Leal. Si può camminare per ore e ore, fra palazzi e botteghe, caffè e bar, chiese, case dove ancora si vedono donne cantare alla finestra o ballare nel patio.
Girando, capito in plaza Vieja a una mostra di Alberto Korda, l’autore della immagine di Ernesto «Che» Guevara diventata un’icona mondiale.
Centinaia di foto rivoluzionarie, ma anche intriganti ritratti della moglie del maestro, una donna focosa ed erotica, sia nelle pose in studio sia negli abiti verde oliva da guerrigliera. Sulle bancarelle di plaza de las Armas trovo un libro da leggere subito: La vida secreta de Meyer Lansky en la Habana. Lansky, boss e amministratore della mafia, negli anni Cinquanta fu il padrone di Cuba. Enrique Cirules, un ricercatore cubano, ha raccolto le memorie del suo autista, Armando Jaime Casielles, e ne ha fatto una storia «da pelicula», da film.
Si raccontano le guerre, dentro L’Avana, fra le famiglie di New York e di Las Vegas, in un delirio di hotel (Capri, Nacional, Riviera), casinò, musica, cabaret, ristoranti, sangue, cimiteri, pompe funebri, donne sempre più belle, morto dopo morto, colpo dopo colpo.
Leggo il racconto habanero di Cirules nel roof dell’hotel Sevilla, dove Graham Greene ambientò una parte di Our man in Havana. C’è sempre uno scrittore in ogni angolo di questa città unica, imperdibile, da vivere con calma. «L’Avana è da bere lentamente, come il rum molto invecchiato, altrimenti ti ubriachi» mi ha consigliato, prima di lasciarmi, lo scrittore Abel Prieto, ministro della Cultura e adoratore di John Lennon.
Le grandi finestre del Sevilla dominano la «ciudad». Che amore! La guardo e mi sento già inebriato. Al Nacional Jannuzzi mi aspetta invano.
Ho troppo tempo da perdere per essere puntuale agli appuntamenti. Ma all’Avana ci si ritrova sempre. Come ho sentito in una canzone, «è lei che spinge chi si cerca a ritrovarsi». l

Thailandia, sognare sulla spiaggia di Bond e DiCaprio

La spiaggia di Phuket

Di Antonella Piperno

I nomi dei locali, Banana, Soi gonzo, Club Crocodile, Reggae bar, Carlitos, sembrano un po’ quelli di Formentera e di Ibiza. E anche la distesa di motorini parcheggiati di notte sul lungomare è più o meno la stessa. Solo che affittarli qui costa 4 euro al giorno e per un pasto a base di riso e pesce ne bastano 3. Se non fosse per il macabro business che ha fatto spuntare negozietti specializzati in «tsunami tattoo» (il tatuaggio rappresenta un sole minacciato da un’onda) e «tsunami dvd», con i filmati più impressionanti del maremoto che nel Natale 2004 devastò la Thailandia, Phuket potrebbe essere la gemella asiatica delle mete giovanili europee. Perché qualcosa è cambiato da quando l’isola era essenzialmente la meta turistica obbligata dei maschi in cerca di sesso facile, spettacoli di lap dance e pornoshow.
L’offerta erotica è sempre diffusa, ma Phuket è stata scoperta anche dai giovani in cerca di divertimento classico che «con 50 mila bath, 500 euro circa, possono concedersi anche un mese di vacanza» spiega Massimo Manfredi, padovano, 52 anni, che da 18 vive a Phuket. È il proprietario del Monica bar e del Micky Mouse 1 e 2, bar pizzerie che intrattengono i clienti italiani con un vero caffè espresso e con i video di Vasco Rossi.
Tutti e tre collocati in Soi Sea Dragon, traversa di Soi Banglà, la via della movida che per accogliere i nottambuli viene chiusa al traffico dalle 18 alle 2 del mattino. È qui, nella zona di Patong, che si concentrano lounge bar, discoteche, ristoranti, ragazze immagine in minigonna e stivali bianchi ma anche lady-boys, i trans thai che pubblicizzano lo spettacolo en travesti del Simon cabaret.
I ragazzi italiani preferiscono però la musica dal vivo del nuovo Rock city, il Tiger, discoteca scavata nella roccia, e lo storico Banana, dove si balla a ritmo di musica house.
Per gli ospiti di Phuket una tappa obbligata è Phi Phi island con le sue spiagge bianche, il mare turchino, raggiungibile in battello o in idrovolante. È stata location di due film: The beach con Leonardo DiCaprio, girato sulla spiaggetta Phi Phi Len, e nel 1974 di L’uomo dalla pistola d’oro. Scaramanga, il nemico di James Bond, abitava nell’incantevole baietta di Phang-Nga.

Il Cts (Centro turistico studentesco) organizza viaggi a Phuket che prevedono anche escursioni in bicicletta e a dorso di elefante. È affiliato all’Ecpat, l’organizzazione internazionale contro lo sfruttamento dei minorenni nel turismo sessuale.

Tra Gaeta e il Circeo, dove la villeggiatura ha fatto storia

Sperlonga, villa di Tiberio
di Daria Bianchi
La fascia costiera compresa tra la penisola del Circeo e quella di Gaeta - situata a metà strada tra Roma e Napoli - è sempre stata una delle destinazioni di villeggiatura privilegiate della penisola: lo raccontano numerosi reperti archeologici e antropomorfici.

Sarà che Omero, descrivendo nell’Odissea il regno incantato della Maga Circe (che sarebbe vissuta appunto ni pressi del Circeo), aveva reso questi territori famosi già otto secoli avanti Cristo, sarà per via della singolare orografia, dove tra le catene montuose degli Aurunci e Ausoni si aprono numerose pianure costellate di laghi che a loro volta finiscono in spiagge dorate e su un mare limpido, o sarà che arrivare in queste zone è comodo sia per i romani sia per i napoletani, ma qui la villeggiatura ha fatto storia.

Se si esclude la presenza dell’uomo di Neanderthal (il cui teschio è stato rinvenuto nella Grotta Guattari) che probabilmente non si trovava al Circeo per vacanza, già numerosi consoli, tra cui lo stesso Cicerone, trascorrevano il tempo libero da quelle parti. Due in particolare, Lucio Munazio Planco (I secolo d.C.) e Lucio Sempronio Atratino (73-20 a. C.) si sono addirittura fatti costruire i loro mausolei in cima al Monte Orlando che domina Gaeta, la ex repubblica marinara, punta opposta dell’insenatura, come a volersi garantire un soggiorno tranquillo in riva al mare, pure nell’al di là. L’imperatore Tiberio preferiva Sperlonga, al punto che da vivo si è fatto costruire una villa praticamente sulla spiaggia - i resti oggi sommersi, vengono spesso confusi con scogli - concedendosi il vezzo di una piscina privata ricavnata dall’antro di una grotta marina. La cosidette Grotta di Tiberio dove sono stati rinvenuti diversi complessi scultorei, tra cui l’accecamento di Polifemo, ora conservati al museo nazionale adiacente alla villa.

Appena nell’entroterra, in un angolo della bassa painura pontina, tagliata da 17 chilometri di spiaggia e tre laghi (lago di Fondi, Lungo e San Puoto, noto oggi per lo sci acquatico e in passato per la leggenda di aver inghittito ai tempi dei romani la città di Amyclae), si erge Fondi, un comune di pianta romana ma di impronta rinascimentale, che ha conosciuto il massimo splendore tra il ‘300 e il ‘500, quando Giulia Gonzaga, la bellissima contessa celebrata anche dall’Ariosto nell’Orlando furioso, qui diede vita e un vero e proprio circolo mecenatico. Dei signori rinascimentali oggi resta il castello che domina il centro storico, ma l’apprezzamento del litorale che oggi vanta una delle dune meglio conservate d’Italia, è un fatto recente, dopo le bonifiche delle paludi che dividevano la cittadina e la spiaggia, realizzate durante il fascismo.

In Polinesia, per sognare all’Heiva-i-Tahiti

Le Meridien, Bora Bora
di Rossana Campisi

Metti una giornata di sole. Tra danze maohi, arrampicate sulle palme di cocco, e massaggi Taurumi. Benvenuti in Polinesia, puzzle incantevole di acqua e terre: 118 isole raggruppate in 5 arcipelaghi. Sono loro i protagonisti dell’Heiva i Tahiti. Di che si tratta? Un modo per festeggiare la cultura polinesiana: a Tahiti, ogni anno (dal 1880, data di annessione all Francia), arrivano da ogni isolotto artigiani, atleti, agricoltori, cantanti. Quando? A luglio. E, forse, per i viaggiatori dell’ultimo minuto varrà la pena scrivere di cosa si tratta.
Le prime tre settimane sono tutte dedicate alle danze mahoi: l’Ote’ (danza di guerra) è quella tipica di Tahiti, le altre sono tutte accompagnate dal canto (quello tradizionale, l’himene, è un mix tra canti religiosi dei primi missionari e canti polifonici tahitiani). Le esibizioni si alternano - a metà mese - con gare di piroga che coinvolgono uomini (84 km di traversata, solitaria o no, nella laguna) e donne e bambini (21 km). Le competizioni proseguono con la creazione di tatuaggi, la lavorazione della copra (la sostanza bianca depositata sulla parete interna della noce di cocco), il sollevamento della pietra, le corse dei portatori di frutta e le arrampicate sulle palme. Sport ma non solo: tra gli eventi commemorativi, segnaliamo le ricostruzioni storiche sui marae (antichi luoghi di culto polinesiani) e la corsa sul fuoco.
Se l’Italia è il paese del sole, la Polinesia è perle, fiori, acqua, profumi…
Iniziamo con la perla nera di Tahiti, simbolo di eleganza per la gente del luogo (che sfumano dal nero al viola, dal grigio al verde): a goccia, ovali, barocche (come la varietà keshi, senza nucleo). Conviene fare un salto al Museo della Perla Nera (rue Jeanne D’Arc, Tahiti), prenotare una delle Spa dell’isola (che usano le perle in polvere nelle creme o soltanto per un massaggio) o comprarne qualcuna al mercato di Papeete.
Le Tiare, le gardenie simbolo di benvenuto (quelle immortalate nei quadri di Gauguin tra i lunghi capelli corvini delle donne indigene): senza di loro non si celebrano matrimoni e spesso non si guarisce dal mal d’orecchie, punture d’insetti ed emicranie.
Il monoi, olio profumato nato dalla macerazione in olio di cocco del fiore di Tiare: prodotto di bellezza con proprietà emollienti e idratanti per la cura del corpo ma anche dei capelli, usato infine pure nel Taurumi (l’arte del massaggio per eccellenza, ma anche filosofia di vita, medicina tradizionale). Ad agosto dal 13 al 18 si celebra il festival del Monoi per diffondere la cultura dell’olio di cocco (monoi here è un espressione che in tahitiano significa: monoi, mon amour… per rendere l’idea che si tratta di un elemento sempre parte della loro vita quotidiana).
Infine, le lagune e le barriere coralline. Quella delle immersioni è un’esperienza che qui si può vivere tutti i giorni dell’anno (temperature tra 26 e 29 gradi e grande visibilità). Tra raduni di squali grigi (a maggio), balli sottomarini di mante (a luglio) e delfini non perdetevi le “passes”, i canali che collegano la laguna all’oceano, ricchissime di fauna. Da annotare: l’associazione GIE Plongée che raggruppa tutti i centri diving degli arcipelaghi e il centro Six Passengers (perché si immergono solo sei persone la massimo) a bordo della laguna di Rangiroa. Avrete tutto a disposizione, divertimento incluso.
Alloggio
L’altra Polinesia (quella meno patinata) è la petite hotellerie, ovvero la ricettività offerta da piccole strutture gestite - per lo più - da privati in un ambiente familiare. Mille strutture per più di duemila posti letto all’insegna di un soggiorno alternativo.
Nell’arcipelago delle Gambier si può provare con la struttura Bianca & Benoit sull’isola di Mangareva ( biancabenoit at mail.pf): posizionata sulle alture del monte Rikitea (quello che dà il nome al capoluogo: qui sorge la cattedrale cattolica di Saint-Michel, costruita interamente col corallo, l’altare tempestato di perle e conchiglie).
L’arcipelago delle Marchesi è costituito da 12 “isole alte” di origine vulcanica, che emergono come gigantesche fortezze di smeraldo dal blu del Pacifico (senza barriere coralline, caso unico da queste parti). Furono l’ultimo rifugio scelto da Gauguin che - poi - le immortalò.
Annotatevi la Pension Kanahau dell’isola di Hova Oa (dove è stato sepolto l’artista) ( pensionkanahau at mail.pf).
All’arcipelago di Tahiti (noto col nome di Isole della Società) appartengono le isole più conosciute della Polinesia Francese: Bora Bora, tahiti (la più estesa e popolata), Moorea (ovvero chiamata l’isola giardino, per la sua laguna dai riflessi turchesi), Taha’a (l’isola della vaniglia) e Raiatea (l’isola sacra). Indirizzi utili: la struttura Linareva sull’isola di Moorea.
Le isole dell’arcipelago delle australi sono le più lontane dai circuiti turistici: Tubai è un paradiso tropicale per gli appassionati di snorkeling, Ruturu (l’isola delle balene) conserva una natura primitiva con cascate che formano piscine naturali e grotte ricche di stalattiti. La pension Manotel in quest’isola è molto accogliente:  manotel at mail.pf.
GALLERY

Week-end nelle Marche tra le erbe aromatiche


di Daria Bianchi
Herbaria, la mostra mercato di erbe e prodotti vegetali che si terrà dal 22 al 25 maggio prossimo nel gli spazi dell’Abbazia di Fiastra nelle Marche, è un’ottima occasione per entrare in sintonia con la primavera, scoprendone profumi, colori e sapori.
Si potranno scoprire le erbe aromatiche spontanee che popolano le colline dell’entroterra marchigiano e una vasta gamma di prodotti artigianali realizzati con sostanze naturali - generalmente esclusi dai circuiti della grande distribuzione - come i tessuti tinti con lo zafferano dell’Accademia dello Zafferano, i prodotti di cartoleria derivati dagli scarti dei frutta e verdura (Graphic Marche), una serie di alimenti che hanno come materia prima la mela (Agrival) cosmetici al karitè e importati direttamente dal Mali o realizzati con polifenoli dell’uva e olio extravergine d’oliva. La mostra, promossa dalla Fondazione Cassa di risparmio di Macerata, che è arrivata alla sua terza edizione, quest’anno avrà come filo conduttore l’alimentazione.

Negli spazi dell’abbazia (un complesso di edifici fondato dai monaci cistercensi nel 1142) oltre alle erbe e ai prodotti d’artigianato, si potranno gustare i prodotti dell’industria culturale dedicati al cibo, come le tele del contemporaneo Renato Guttuso o del neoclassico Carlo Magini, o gli spezzoni di filmi dei fratelli Lumiere, Charlie Chaplin, Luciano Salce, Vittorio De Sica, Massimo Troisi, Quentin Tarantino e Martin Scorsese. E poi ancora conferenze a tema, corsi di cucina, riti sulla celebrazione del te e il concerto di Nicola Piovani. Tutto in grasso libero con prenotazione obbligatoria. E a chi nel frattempo fosse venuta fame? La sera del 23 potrà assaggiare un menu davvero speziato: dalla polpettina con crema di asparago e olio di piantone, alla fiorita di primavera con punta di vitello alle erbe officinali e olio fruttato, dal tortello di tarassaco e fiore di sambuco all’olio di Coroncina, al semifreddo con crema di lavanda e salsa di fragole.

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