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Foto scattata da Eddy Catteneo in Cina
L’avevamo lasciato con il Kirghizistan di fronte e Fergana (Uzbekistan) alle spalle. Oggi invece è a Rishikesh, in India, e ha già attraversato Cina e Pakistan, con lentezza, con l’andatura del viaggio dettata dagli incontri, dall’ospitalità degli autoctoni, da inviti a matrimoni punjabi o a bagordi vari…
Eddy Cattaneo, il viaggiatore solitario che il 15 settembre è partito da Recco (Liguria) per un giro del mondo ecologico, via terra, senza ricorrere a inquinanti aerei, “a contatto con la Natura, senza bucarla dall’alto” - come scrive nel suo blog diario di viaggio Mondoviaterra - sembra l’ospite gradito delle nuove realtà che con entusiasmo scopre e vive nel suo percorso. “Sono appena tornato da un matrimonio punjabi, nel mezzo della campagna, tra bufali, fango, cacca e piante di marijuana selvatica” dice da Lahore, centro pakistano situato sul fiume Ravi, a Panorama.it, che periodicamente monitora il suo viaggio. E continua il racconto: “La sposa è rimasta nel separé per tutto il tempo mentre il novello sposo sedeva vestito come un principe su un palco montato nel mezzo dell’aia, circondato da quattro ‘testimoni’ uno dei quali imbracciava un fucile. Negli ultimi cento metri prima di arrivare al soppalco sono piovute rupie sulla testa dello sposo in segno di ricchezza e prosperità , tra spari di pistola al cielo e grida. Ad un certo punto delle rupie sono volate da una parte ed è stato un delirio di spinte, corse e polvere alzata fino a coprire tutta l’aria disponibile, mentre un baffone con turbante, vestito con un kilt, suonava una cornamusa”.
Tante le scene al limite del surreale e ricche di fascino e gentilezza antica che Eddy si è trovato a vivere. Soprattutto in Pakistan ha scoperto un’ospitalità impensata, “esattamente l’opposto dell’immagine costruita dai media di un popolo con il coltello fra i denti ed un kalashnikov a tracolla sempre”: “ti invitano per un chai, un tè. Tu non essere timido e accetta. Rimarrai stupefatto dell’accoglienza riservata all’ospite”.
Dopo Fergana, dopo essersi già lasciato dietro Lettonia, Russia, Kazakhstan, Uzbekistan, il suo tragitto ha toccato Osh, Bishkek, il Lago Issyk Kol (Kyrgyzstan), a Kashgar nella provincia autonoma dello Xinjiang, passando poi per la Karakoram Highway, la strada asfaltata internazionale più alta del mondo, Karakol (Cina), Passu, Kharimabad, Gilgit, la capitale pakistana Islamabad, Lahore (Pakistan), Amritsar, la “little Lhasa” piena di rifugiati tibetani McLeodGanj, Haridwar (India). (Qui il suo percorso su Google Map). E oltre ai già collaudati mezzi di trasporto (treno, bus, taxi da solo e collettivo, marshrutka - furgoncini tipici nell’ex Urss usati per piccoli spostamenti -), ora può contare nella lista anche i “qinqi”, una specie di Ape Piaggio, e dei coloratissimi e rumorosi camion, “lentissimi ma assolutamente indescrivibili da quanto sono pieni di disegni, graffiti, biglietti da visita, specchietti e sonagli attaccati ai paraurti così che li senti arrivare come fossero dei serpenti a sonagli”. “E anche autostop che qui è facile da praticare” aggiunge Eddy. Per dormire si è arrangiato con alberghetti locali, ostelli e soprattutto presso famiglie che gli hanno offerto un letto e anche da mangiare.
Sulle altezze del lago Karakol, dove l’unico combustibile disponibile è lo sterco di yak, tra tempeste di sabbia e cammelli che attraversano “fiumi di caramello”, ha sentito il primo vero freddo del suo girare, mentre ora è tornato su temperature simili a un maggio italiano.
Il 4 novembre ha vissuto la vittoria di Barack Obama in quella parte del mondo dove gli Stati Uniti sono visti in maniera guardinga se non ostile, nel confine tra Pakistan e India… “Sono tutti molto felici della vittoria di Obama, sperano in un cambiamento non tanto per la politica estera ma più per il fatto che è nero e che peggio di Bush non può sicuramente essere. Quello lo odiano tutti”. E anche i talebani, dalla visuale del nostro novello Phileas Fogg, non sembrano così lontani… “Un tipo qui in ostello (a Lahonre, ndr) sta dicendo di aver passato un pomeriggio a parlare con un talebano, uno vero, girando per bazar e mangiando gratis grazie all’ospitalità che chiunque qui possiede nel dna. Alla fine gli ha mostrato le fotografie dove in primo piano imbraccia un kalashnikov nel bel mezzo di un attacco. Ha pure l’indirizzo del villaggio nelle aree tribali del Waziristan dove adesso il mio amico può andare avendo una specie di salvacondotto, l’unico modo per essere sicuri di uscire indenni”. Ma Eddy ha comunque sapientemente evitato alcune aree a rischio: “Le ultime notizie da Peshawar parlano di rapimenti di forestieri e tutti qui stanno cambiando idea sulla visita al famoso mercato delle armi della città e dei villaggi vicini, dove qualsiasi tipo di pistola, fucile, mitragliatore, viene clonato in casa da artigiani espertissimi per meno di venti dollari”.
Ormai giunto alle sacre rive del Gange, è anche entrato in un clima spirituale diverso e si è imbattuto in un guru che gli ha chiesto di diventare suo devoto in cambio del suo cellulare in dono. Invece Pushkar Guru, un vecchio sadhu con grigi dreadlocks, lo ha invitato a casa sua, uno stanzino sul fiume, e davanti ai suoi occhi si è fumato in un attimo un chilum da venti chili…
In attesa di sapere se ritroveremo Eddy ormai adepto e “perso in altri mondi”, rimandiamo l’appuntamento con le sue avventure. Tra un mese torneremo con un nuovo aggiornamento sul suo giro del mondo via terra.
Lunghe spiagge incontaminate e sole tutto l’anno. Benvenuti alle Hawaii. Sì ma dell’est. Più precisamente all’isola di Hainan, la più grande isola della Cina, se si esclude Taiwan, e anche l’unica con caratteristiche esclusivamente tropicali. Sono in molti a profetizzare che di qui a 20 anni diventerà la Miami d’Oriente. Intanto è sufficiente guardare al passato per capire tutto il potenziale dell’area. Hainan ha una lunga storia che risale a 6.000 anni fa quando era abitata dal popolo dei Li. Fu colonizzata dai cinesi al tempo della dinastia degli Han, nel II secolo a. C e il suo mare fu sempre un’attrattiva anche nei tempi antichi. La meta turistica più appetibile è ancora oggi Sanya, situata nell’estremo sud dell’Isola. La cittadina si trova in realtà in una penisola che è collegata alla terraferma da due ponti ed è circondata da colline e coltivazioni di riso. Da non perdere la spiaggia Da Donghai, la bellissima e lunghissima spiaggia Ya Longwan, il parco Lu Hui Tou, e i villaggi degli Hui che crescono intorno a Sanya, raggiungibili con le moto- taxi o con i pullman locali.
A circa quaranta chilometri da Sanya, non lontano dalla cittadina di Xincun, si può visitare l’isola delle scimmie, Monkey Island, popolata da scimmie provenienti dalla provincia del Guangxi e il villaggio su barche di pescatori appena fuori la riserva. Il posto è molto caratteristico perchè la popolazione vive su barche ancorate nella baia. I ristorantini sulle barche sono gradevoli e ricchi di specialità locali: i tranci di pollo Wenchang, l’anatra Jiaji di Hainan, la capra Dongshan al sugo bianco e il granchio Hele con salsa di Hainan.
Il granchio Hele, dal corpo compatto e dalle zampe corte, viene saltato in salsa mista, un condimento tipico delle famiglie dell’isola. Gli ingredienti sono polvere di arachidi e salsa di sesamo, cui si aggiungono zucchero, aceto, salsa di soia, pepe, olio di sesamo, vino e peperoncino. Insomma, se tropici sono devono esserlo anche a tavola. Al punto che l’altro soprannome di Hainan è quello di isola del cocco. Guarda la GALLERY

Se la provincia di Jiangsu, vicinissima a Shanghai, è stata sin dalle origini dell’impero uno dei centri commerciali più sviluppati della Repubblica popolare, oggi, grazie a località come Suzhou, è diventata una tappa obbligata di qualunque viaggio alla scoperta della Cina.
Il fatto che nello Jansgsu si trovi l’estuario del famoso fiume Yangzi ha trasformato l’intera regione in quello che potrebbe essere definito un mondo fatto d’acqua: sono infatti drenaggi, complessi sistemi di irrigazione, coltivazioni intensive sull’acqua, fiumi, laghi e canali a conferirle l’aspetto caratteristico che la contraddistingue da sempre. I turisti restano in genere sbalorditi quando scoprono che fino a pochi decenni fa in queste zone era possibile viaggiare esclusivamente in barca, ma d’altronde anche oggi sono i traghetti a collegare i principali porti marittimi della zona.
Al fascino della località marittima, Suzhou affianca un dettaglio che la differenzia da tutti gli altri centri urbani della zona: i giardini che avvolgono come un manto di seta l’intera cittadina. Piantati nell’epoca della dinastia Song, quindi circa un migliaio di anni fa, sembra che nell’epoca Ming e in quella Qing - dalla fine del 1300 ai primi del 1900 - se ne potessero contare circa duecento, alcuni dei quali minuscoli. Recentemente i più belli sono stati restaurati, e i più famosi restano Wangshi Yuan, Shizi Lin, Zhuozheng Yuan, Canglang Ting e Ou Yuan.

Secondo al tradizione cinese, la cura dei giardini è considerata una forma d’arte che utilizza sassi, acqua, edifici, alberi, fiori e vegetazione in combinazioni sempre diverse per creare ambienti che ricreino contesti di armonia, equilibrio e proporzione. Inoltre, qualunque cosa si trovi all’interno dei giardini nasconde un significato simbolico: se i pini bianchi e le gru sono metafore di lunga vita, le oche mandarine richiamano la felicità coniugale.
Infine, Suzhou è anche la destinazione ideale per passeggiate senza meta, dato che a pochi passi dalle strade principali si alternano pagode, templi, vivaci quartieri commerciali e, naturalmente, la fitta rete di canali che alimenta i preziosi giardini.
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Guilin, Yangshuo e Xingping, possono essere considerate mete insolite (ma interessanti) per un viaggio in Cina. Le tre località si trovano nella parte sud-orientale della Repubblica popolare, nella provincia del Guangxi, e incarnano, rispettivamente, il modello di città semi-industrializzata cinese, quello di località turistica, mentre Xingping resta ancora oggi un appezzamento agricolo tradizionale.
I turisti, cinesi e occidentali, che si recano a Yangshuo lo fanno in genere partendo da Guilin e percorrendo, in barca, il lunghissimo fiume Li, ammirando la grandiosità dei picchi e delle formazioni carsiche circostanti. Per chi non ci avesse mai fatto caso, queste zone sono proprio quelle raffigurate sul retro della banconota da venti Yuan della Repubblica popolare.

Una volta raggiunta Yangshuo, alle passeggiate nei mercatini che vendono artigianato locale (ottimi i profumi e divertenti i batik dipinti a mano) i visitatori posso alternare pause nei ristorantini locali (facendo attenzione però: a Yangshuo in cane va di moda, assieme al sangue di serpente appena sgozzato allungato nel vino cinese), gite in bicicletta ed escursioni notturne per pescare con i cormorani. Si tratta dell’antica pratica cinese di addestrare giovani uccelli a tuffarsi per poi tornare sulla barca con il becco pieno di pesce, dato che un anello o una corda stretti intorno al collo impediscono loro di inghiottire la preda.
Risalendo il fiume di qualche chilometro e fermandosi nella deliziosa Xingping è possibile immergersi in un tipico agglomerato agricolo cinese. A Xingping l’intera comunità partecipa al lavoro dei campi, e le donne trasportano continuamente la frutta e la verdura coltivata al fiume, per affidarla ai mercanti incaricati di venderla nei villaggi vicini, mentre i loro figli pascolano sparuti capi di bestiame. Ancora, è interessante osservare come tutte queste famiglie continuino a tenere l’effigie di Mao Zedong sulle pareti delle proprie case e a farsi guidare dagli slogan di propaganda che restano indelebili sui muri. Insomma, un vero e proprio tuffo in un passato per molti immaginario ma che, in Cina, continua a scandire la vita di milioni di contadini.
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A soli 60 chilometri di distanza dall’isola di Hong Kong, su una superficie di 26 chilometri quadrati (la maggior parte dei quali strappata al mare con un piano di bonifiche che va avanti da anni) si estende Macao, la seconda Regione amministrativa speciale della Repubblica popolare cinese. Se nell’immaginario collettivo Macao è spesso associata a Hong Kong, di fatto le due isole hanno in comune soltanto posizione geografica, passato coloniale e presente cinese.
Grazie alla presenza di caffè all’aperto, musicali toponimi portoghesi, piazze piene di fiori, palazzi coloratissimi spesso con portici, qualche palma e diversi ristorantini portoghesi, a Macao si respira l’aria tipica dell’Europa meridionale. Pur senza perdere le caratteristiche più forti della tradizione cinese. La vera peculiarità di Macao, rispetto ad ogni altra destinazione in Cina, consiste proprio nell’essere riuscita a conservare gli aspetti più tradizionali delle due civiltà che ne hanno plasmato la crescita in secoli di storia. Ed ecco che se vecchie fortezze, chiese barocche e grandi palazzi ricordano l’Europa, le stradine in rovina vicino al porto riportano i turisti nella Hong Kong di cinquanta anni fa. Un melting pot architettonico che merita sicuramente di essere ammirato.

Nel centro storico di Macao, che si estende dalla Piazza del Senato alle rovine di San Paolo (Cattedrale di cui resta solo la facciata in pietra, poiché il resto della struttura, in legno, è stato distrutto durante un incendio nel 1835), si susseguono, uno dopo l’altro, templi taoisti dell’epoca Ming, come A-Ma e Kuan Tai, chiese barocche del XVIII secolo come quella di San Domenico, l’unico teatro europeo rimasto intatto in Asia, quello di Dom Pedro, costruito nel 1860, e la biblioteca in stile cinese dedicata a Sir Robert Ho Tung, mercante famoso nei primi decenni del XX secolo.
Infine, a Macao anche l’intreccio dei sapori della tavola è ben riuscito, e non si può ripartire dall’isola senza aver provato la versione macanese della famosa pastel de nata portoghese (una tortina all’uovo insaporita da poche gocce di sciroppo alla frutta), chorizo, sardine e baccalà .
Tuttavia, per i milioni di fanatici delle scommesse che vivono a Hong Kong o altrove sul continente, Macao è semplicemente la patria del gioco d’azzardo, un unico grande casinò in cui i cinesi amano passare notti di follia, con la (remota) speranza di arrotondare il proprio patrimonio.
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Nonostante Shanghai rappresenti oggi l’emblema della modernità in Cina, la metropoli che mira a spodestare Hong Kong del suo status di avanguardia del progresso orientale, resta anche l’unica città della Repubblica popolare a non aver perso il proprio legame con il passato coloniale, continuando ad essere etichettata anche come la base dell’imperialismo europeo nella Cina continentale. Ancora oggi, gli edifici che tra fine ‘800 e inizio ‘900 hanno ospitato ambasciate, banche e residenze ufficiali degli stranieri conferiscono a diverse zone della metropoli un’aria europea di inizio secolo che persino gli avveniristici grattacieli di Pudong non riescono a intaccare.
Non è possibile lasciare Shanghai prima di aver fatto una passeggiata sul Bund, lungo il fiume Huangpu, dove le vestigia dell’imperialismo non solo sono state magistralmente ristrutturate, ma, paradossalmente, sono persino diventate monumenti cittadini. Storicamente, il Bund (noto anche come Wai Tan, letteralmente spiaggia esterna) è sempre stato il centro finanziario della metropoli oltre che un porto molto trafficato. Il termine bund, invece, deriva da bunding, espressione anglo-indiana che identifica l’argine di una riva paludosa. Tra gli edifici più belli vanno ricordati quello che ospita il Consolato Russo, un tempo sede di quello britannico, il Peace Hotel, Bank of China e la vecchia sede dell’Hong Kong and Shanghai Bank.

Il quartiere della concessione francese è la seconda enclave coloniale all’interno di Shanghai. Fondato a metà del XIX secolo, conserva ancora oggi edifici ottocenteschi in ottimo stato, mentre boutiques d’alta moda, lussuosi saloni di parrucchieri e ottime pasticcerie continuano ad alimentare il ricordo della classica eleganza francese. Ancora, in questo quartiere sono sopravvissuti persino esempi di architettura palladiana e art déco: un contesto familiare ideale per rifugiarsi qualora ci si ritrovasse spaesati di fronte ai paesaggi e alle atmosfere tipicamente cinesi di questa lussureggiante metropoli orientale.
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Pechino è una città dai mille volti, e chi sceglie di visitarla si rende conto di poterla riscoprire indossando ogni volta un diverso paio di occhiali. Questa volta, Panorama.it si cimenta nell’impresa di osservare la capitale della Repubblica popolare attraverso lenti orientali, andando a scovare tutti i posti che gli occidentali in genere tendono a evitare in quanto “troppo cinesi”.
I nostalgici dei tempi del comunismo più duro non possono non fare tappa in uno dei quaranta ristoranti “maoisti” della capitale. Le cameriere sono vestite da Guardie Rosse, l’arredo è d’epoca (panche e tavolacci in legno), i ritratti di Mao Zedong colorano ogni parete e diversi cartelli ricordano alla clientela di “non sprecare neanche un chicco di riso”, proprio come succedeva ai tempi del Grande Balzo in Avanti. Nei pressi dell’Università di Pechino si trova un altro piccolo ristorante famosissimo tra i turisti cinesi. Gli appassionati lo chiamano West Gate Chicken Wing Barbeque, ovvero, barbecue di ali di pollo del cancello ovest, dove ali gustosissime vengono vendute a uno yuan l’una.Una meta obbligatoria per le signore è invece il mercato nel distretto Changping. La qualità è buona, e i prezzi abbordabili (14/16 yuan al chilo per manzo o montone, pesche grandi e succose vendute a uno yuan, ricordiamo che 10 Yuan valgono circa un Euro) convincono anche chi viene da fuori città ad acquistare scorte di frutta e verdura a Changping prima di tornare a casa. Altri mercati che vale la pena visitare sono quelli di fiori e uccelli, dove spesso si incontrano anche gli ambulanti che vendono i grilli domestici e quelli da competizione.
In primavera turisti e locali amano passeggiare nel parco Yu Yuan Tan, per ammirare la fioritura dei ciliegi. Ancora, tanti cinesi visitano i parchi a primavera anche per riprendere le abitudini tradizionali cancellate negli anni bui della Rivoluzione Culturale. Tra queste, i combattimenti tra grilli sono, per chi viene da fuori Pechino, i più appassionanti. Prima della gara i grilli vengono pesati su apposite bilancine per distinguerli in pesi massimi, medi e piuma, anche se i migliori restano quelli dalla testa nera e il corpo grigio. A questo punto, gara e scommesse possono iniziare, e su una pedana particolare i grilli iniziano a scontrarsi.
Se negli anni del comunismo occuparsi di animali domestici significava “dimenticare la lotta di classe”, oggi, per fortuna, i pechinesi sono di nuovo liberi di curare pesci, canarini, pappagalli, grilli e piccioni. Tanto da invogliare i turisti cinesi a correre nella capitale per acquistare le gabbie in vimini, i fischietti, i vasi per i pesci e le rocce decorative per gli acquari più alla moda.
Non è indicata per gli ipocondriaci. Ma può essere comunque strumento utile. Per chi si appresta a partire alla volta della Cina e delle Olimpiadi, ecco che il Centro Oms per la medicina del turismo ha redatto MediCina 2008, un vademecum informazioni, scaricabile online che vuole equipaggiare il viaggiatore con il know how per far fronte ad ogni evenienza. Ad esempio, sapevate che la Cina del nord-est è molto calda e piovosa d’estate? O che coloro che provengono da aree a rischio di trasmissione di febbre gialla e che vogliono metter piede in terra cinese devono munirsi di certificato di avvenuta vaccinazione? E ancora. MediCina 2008 ricorda che chi volesse prolungare il soggiorno dopo le Olimpiadi per un anno o più deve sottoporsi a un test per l’Hiv entro 20 giorni dall’ingresso nel paese. I test fatti all’estero devono essere approvati da un consolato cinese. Arrivati poi al capitolo vaccinazioni, preparatevi: la voglia di partire potrebbe passare più veloce della luce. Tetano, difterite, epatite B e morbillo sono malattie ancora endemiche in Cina. Meglio quindi controllare il proprio stato immunitario prima della partenza.
“Con il proprio medico curante”, spiega nel manuale il direttore del Centro Walter Pasini, “il viaggiatore può considerare di vaccinarsi anche contro epatite A, febbre tifoide, colera, encefalite giapponese, da zecche e da rabbia”. Un’apocalisse. E se ci si reca in particolari aree della Cina (Hainan e Yunnan), attenti alla malaria: munitevi di farmaci per prevenire le punture d’insetto. Non poteva mancare in questo vademecum sanitario un capitolo dedicato all’influenza aviaria. Dopo una breve spiegazione di cosa si tratta ecco i consigli: evitare di entrare in contatto con pollame e volatili (può capitare di imbattervisi nei mercati o nelle fattorie); non mangiare carne di pollo cotta poco o uova crude. E questo ci porta direttamente alla sezione dedicata alle norme di sicurezza alimentare, che ribadiscono di evitare in generale cibi crudi, tranne frutta e verdura che possono essere sbucciate. Non farsi tentare da alimenti venduti dagli ambulanti, tipo gelati e intingoli vari. E, naturalmente, non bere acqua di rubinetto.

Pechino, letteralmente “Capitale del Nord”, è una delle poche metropoli della Repubblica Popolare Cinese che ha conservato, almeno in parte, i fasti del suo millenario passato imperiale. La planimetria cittadina fatta di rettilinei enormi disposti lungo le direttrici est-ovest e nord-sud ripercorre le antiche mure erette a protezione di piazza Tiananmen e della Città Proibita.
Piazza Tiananmen, che con i suoi 40 ettari di estensione è la più grande piazza pubblica del mondo, rappresenta il centro sia fisico che simbolico della capitale. In un mausoleo di marmo a est della piazza riposa ancora oggi il leader cinese Mao Tse-Tung. Al centro, il Monumento agli Eroi del Popolo attira quotidianamente migliaia di cinesi desiderosi di commemorare le vittime della rivoluzione. A Nord, infine, staccano maestosi i primi edifici del palazzo Imperiale. Tutti i giorni, all’alba, la bandiera sul lato nord della piazza viene issata con una cerimonia militare, e tutta l’area è costantemente pattugliata da soldati e agenti di polizia.La Città Proibita è stata la dimora di ben 24 imperatori delle dinastie Ming e Qing, e deve il suo appellativo al fatto che nessun reale permise mai al popolo di avvicinarsi alle mura del palazzo. Il complesso architettonico conta circa ottocento tra palazzi e padiglioni, che tra il 1400 e il 1900 sono stati abitati da più di seimila membri della famiglia imperiale (di cui circa la metà erano eunuchi, ovvero maschi castrati in modo da assicurare la legittimità della prole imperiale e risolvere definitivamente il problema del nepotismo). Di poco inferiore era il numero delle concubine, talvolta riconosciute come mogli, ma più spesso solo come prostitute.Più in periferia, ma pur sempre in una delle zone migliori della capitale, sorge il Palazzo d’Estate, un enorme parco, per i due terzi occupato da un lago, dove la corte imperiale si spostava regolarmente per sfuggire alla calura della città . Il Tempio del Cielo, a sud di Tiananmen, è invece considerato una delle opere più rappresentative dell’epoca Ming. La magia dell’Altare Circolare, della Volta Celeste Imperiale, del Muro dell’Eco e del Tempio per la Preghiera per il Buon Raccolto giustificano ampiamente la visita a tutto il complesso.

Infine, il tour della Pechino imperiale non può considerarsi completo senza una tappa alla Grande Muraglia. Molto turistico il tratto di Badaling, leggermente meno quello di Mutianyu, decisamente incontaminati quelli di Simatai e Jinshanling. Ovunque, la vista è mozzafiato, ma solo gli ultimi due tratti rispondono alle aspettative dei visitatori alla ricerca dei resti semidistrutti degli antichi 6mila chilometri di mura. Badalin e Mutianyu, infatti, sono stati in parte ricostruiti, anche per facilitare chi non se la sente di arrampicarsi su scalinate ripide e accidentate.
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Informazioni e link utili:
Per entrare in Cina è necessario un visto d’ingresso, rilasciato dai consolati cinesi in Italia. Nel Paese, le condizioni di sicurezza sono ottimali, mentre si consiglia di viaggiare sempre con una scorta di medicinali per cautelarsi contro ogni tipo di infezione o disturbo.
I suggerimenti della guida della Lonely Planet sulla Cina
La scheda sulla Cina della Farnesina

Per quanto la Mongolia abbia smesso di essere virtualmente inaccessibile per i turisti occidentali nel 1990, quando il Partito comunista ha ceduto il potere, il Paese non ha perso l’appeal della nazione più misteriosa in Asia. Sovente è associata all’immagine di distese irregolari di terre impenetrabili, popolate soltanto da nomadi e cammelli che conservano i segreti delle gesta di Gengis Khan, il condottiero che, dopo aver unificato le tribù mongole, fondò un impero con il quale conquistò la Cina, la Russia, la Persia, il Medio Oriente e parte dell’Europa orientale. Incastonata tra la Russia e la Cina, la Mongolia ha una superficie che corrisponde a cinque volte quella dell’Italia in cui vivono poco meno di tre milioni di abitanti. Non solo, le uniche tracce di modernità si trovano nella capitale Ulan Baatar: qui sono state costruite le uniche strade asfaltate del Paese, sono stati aperti alcuni ristoranti, esistono degli alberghi ed è molto interessante visitare il cosiddetto “mercato nero” locale, i cui negozi altro non sono che container dismessi dagli autotrasportatori.
Tuttavia, il vero viaggio alla scoperta del Paese (che si consiglia di esplorare prendendo in affitto un fuoristrada con un autista che possa fare anche da guida) inizia subito fuori dalla capitale. Paesaggi mozzafiato si rincorrono uno dietro l’altro: le aree aride del deserto del Gobi (spettacolare il percorso tra le dune di Hogoryn Els, dove non è raro incrociare comunità nomadi autoctone) lasciano spazio a pascoli immensi, laghi e ghiacciai, contornati da un cielo perennemente azzurro. Nella zona di Yol Valley, ai piedi del monti Altai, è possibile organizzare un safari tra rocce e arbusti alla ricerca di pecore e capre di montagna, cammelli, cavalli, volpi, falchi e altre specie di uccelli. L’area più bella è quella del Nord, con i grandi laghi di Tsagaan Nur e di Hovsgol, al confine con la Siberia, dove si può pernottare in case di legno e noleggiare cavalli per passeggiare nei boschi. C’è anche un vulcano spento, in fondo al quale si è creato un grazioso laghetto naturale. Ancora, se i turisti giapponesi in Mongolia si scoprono amanti della pesca, europei e americani si appassionano di caccia.
Per riposare, in genere è la guida che pensa a prenotare le ger (letteralmente, casa). Si tratta di tende a forma circolare, costruite con assi di legno ricoperte di lattice e tela, facilissime da smontare e rimontare, al centro delle quali è posizionata una stufa a carbone utilizzata sia per cucinare che per riscaldare l’ambiente. Sono le stesse che usarono i guerrieri mongoli ottocento anni fa e che accompagnano i pastori nomadi di oggi. Infine, anche la cucina locale non va sottovalutata: basandosi sugli alimenti disponibili nel Paese, i piatti forti sono naturalmente le carni (montone, manzo e pollo) e i formaggi (di latte di Yak), ma non mancano mai neppure pane, verdure, cereali e riso, per soddisfare anche le esigenze del palato durante quello che non può non essere un viaggio indimenticabile, alla scoperta della natura e di uno stile di vita tradizionale che in Italia non esiste più. Per entrare in Mongolia è necessario un visto da richiedere al Consolato onorario di Mongolia a Torino. Il periodo ideale per visitare il Paese va da maggio a ottobre, mentre Ulan Bataar è raggiungibile facilmente in aereo e in treno da Mosca e Pechino.
I suggerimenti della guida della Lonely Planet
La scheda sulla Mongolia della Farnesina
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