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Aspettando l’8 marzo, non criticate Sheryl Sandberg

  • 5-03-2013
  • 9:52
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Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, durante una conferenza nell'agosto del 2011, a Palo Alto. Il manager uscirà l'11 marzo con un libro che invita le donne a farsi avanti (Justin Sullivan/Getty Images)

Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, durante una conferenza nell'agosto del 2011, a Palo Alto. Il manager uscirà l'11 marzo con un libro che invita le donne a farsi avanti (Justin Sullivan/Getty Images)

 

THE PURPLE ROOM – Manca una manciata di ore all’uscita di “Lean in”, il libro con cui Sheryl Sanberg invita le donne a farsi avanti ed già è cominciato l’attacco. Perché Sheryl ha davvero tutto: ha successo, ha denaro (la sua fortuna personale si misura in miliardi di dollari), ha un marito, due figli e tutto l’aiuto domestico di cui può aver bisogno. Come se non bastasse, siede anche sulla poltrona di direttore operativo di Facebook. E, dunque, come si permette di dire alle donne come gestire la propria carriera e i difficili equilibri fra casa e lavoro?

In realtà, Sandberg fa i dovuti distinguo. Sa benissimo e lo scrive che: “La maggior parte delle donne non sta cercando di capire come avere un ruolo di leader nel posto di lavoro, ma come far quadrare i conti della famiglia”. Ma le donne leader sono ancora poche: a due anni di distanza dal suo discorso “Perché abbiamo troppe poche donne leader” (due milioni di hit a Ted Women), Sandberg ribadisce le proprie convizioni: “Le donne credono poco in se stesse, non condividono equalmente i compiti con il proprio partner e si ritirano dalle sfide prima del tempo”.

L’invito, dunque, è prendere dei rischi: cercare nuove sfide, perserguire il lavoro che si ama e continuare a lavorare con passione per tutta la vita. Il manifesto di Sandber, in una parola, invita ad abbracciare le proprie ambizioni. Perché se le donne si iscrivono all’università tanto e quanto più degli uomini, ma sono sottorappresentate ai tavoli delle decisioni che contano, qualcosa vorrà pur dire. E invece no: le critiche sono piovute dai media americani e da quelli italiani. Sandberg è stata accusata di essere scollegata dalla realtà, il suo libro è stato additato come un “progetto vanitoso” da Jodi Kantor sulle pagine di The New York Times, Maureen Dowd l’ha accusata di essere una “ragazza pompon del femminismo” che usa l’idealismo sociale a sostegno della sua immagine. E altri commentatori non sono stati più delicati.

Ma io sono d’accordo con Jessica Valenti, autrice di quattro libri sul femminismo e commentatrice per The Nation. Jessica scrive: “Quello che si nota di tutte queste critiche è che non arrivano dai movimenti anti-femministi di estrema destra, ma dalle stesse femministe”. Il problema è che un movimento che è più interessato a condannare che a creare, è destinato al fallimento. “Gli attacchi sono diventati la cifra del discorso femminista, tanto che gli autori che criticano il libro non lo hanno nemmeno letto”, prosegue Valenti che fa notare: “I detrattori sottostimano l’importanza del messaggio di Sandberg”. La prova? “Quando è stata l’ultima volta che avete sentito qualcuno con un’audience altrettanto vasta dire che i lavori domestici e la cura dei figli debbano essere divisi equamente?”.

Allora, almeno per una volta, proviamo a non dire e non dare addosso solo perché una ce l’ha fatta. Non soltanto perchè Sheryl ce l’ha fatta da sola. Ma perché nell’universo maschile c’è molta più solidarietà (di genere), più coesione e anche – alla fine – più uomini seduti ai tavoli delle decisioni che contano. Per chi obietta che Bill Gates non dà consigli su come conciliare figli e carriera, condivido il mio dubbio: “Siamo sicuri che Bill faccia a metà con Melinda nella gestione dei figli?”. Otto marzo, almeno oggi, un po’ di solidarietà. E un applauso (anche piccolo) per Sheryl. Perché ce l’ha fatta. E ci ricorda che ce la possiamo fare anche noi, ogni giorno. Anche se “soltanto” a far quadrare i conti, economici ed emotivi, delle famiglie.